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Politica e territori, Sandro Corona: “Primo passo: tutti in analisi per schizofrenia” Breaking news, Politica, Società

Firenze – Fine anno, tempo di bilanci. Anche per le Pro Loco, benemeriti istituti che con pochi euro e tanto volontariato mandano avanti pregevolissime iniziative per la promozione dei territori, è quasi d’obbligo in questi giorni tirare le fila. Ci rivolgiamo a Sandro Corona, presidente Pro Loco Vaglia, coordinatore delle Pro Loco del Mugello, per capire come si è mosso il settore, ma soprattutto, cosa serve per una piena funzionalità.

Presidente, quali sono i punti di forza che anche quest’anno sono stati messi in campo e le criticità che puntualmente si sono verificate?

“Nel mondo delle Pro Loco, i punti di forza e le criticità sono davvero due facce di un’unica medaglia, vale a dire la presenza essenziale e importantissima del volontariato. Qualsiasi iniziativa che la Pro Loco metta in campo, contempla infatti necessariamente questo vasto parco di forze di fatto gratuite che per passione, attaccamento al territorio, volontà di vivacizzare un tessuto economico che spesso (non solo a causa della crisi persistente) è stagnante o comunque poco remunerativo, attivano la rete necessaria per far partire e tenere in piedi le varie iniziative che diventano punti di attrazione e valorizzazione dei territori. Ma se questo è vero, la domanda successiva è: come mai, pur avendo sottomano questo “parco energie”, le istituzioni politiche (non parlo di quelle locali, i sindaci spesso si ritrovano con il cappello in mano a mendicare qualche soldo dalla “politica”) non prevedono iniziative per incentivarlo, mettendo a segno, nello stesso tempo, l’obiettivo di valorizzare il territorio e quello di dare impulso al tessuto economico dell’area? E’ senz’altro un segnale di miopia, soprattutto in Italia, dove le specifictà dei territori, spesso anche contigui, sono talmente numerose e variegate che una politica di incentivi potrebbe davvero fare la differenza alivello di ricaduta economica. Tanto più che è ormai, in un passaggio storico che vede prevalere la globalizzazione, necessario attirare il turismo con proposte incardinate all’identità dei territori, per non disperdere le nostre potenzialità turistiche in proposte tutte più o meno eguali, da villaggio turistico”.

Ma secondo lei, perché ci ritroviamo a fare i conti con una realtà che sembra ignorare le capacità del territorio di trasformare semplici potenzialità in veri e propri fari di attrazione e investimento economico?

“Credo che la risposta sia complessa e che tiri in ballo l’approccio alla realtà della politica, o meglio della classe politica che dovrebbe reggere l’onore e l’onere di gestire il patrimonio comune rappresentato dai territori e dall’ambiente. Ebbene, il vero nodo che si è venuto a formare è secondo me legato all’impostazione della politica stessa. Vale a dire, l’approccio in modalità “marketing” che la politica da svariati decenni ha assunto, non solo nei confronti della gestione amministrativa dei territori, ma persino riguardo a se stessa. Mi spiego: le campagne elettorali ad esempio, dove il fine è quello di guadagnare consenso che si traduca in voti, vengono sempre più concepite come un’azione pubblicitaria di vendita di un propdotto. Ciò significa che le forze politiche odierne (escludendo forse il Movimento 5 Stelle) trattano il cittadino come un semplice consumatore. Tutto ciò può andar bene, e non è neanche detto, per un’automobile, per un prosciutto, per una scatola di tonno, ma non per la vita politica istituzionale del Paese”.

In che modo questa impostazione di marketing può danneggiare i territori? In fin dei conti, non si tratta di “vendere” comunque qualcosa?

“Qui sta lo sbaglio. Un territorio non è solo una macchina produttrice di eventi che si possono trattare come il famoso prosciutto. Un territorio è roba delicata, con su scritto “maneggiare con cura”, il che significa che è un incrocio di tradizioni identitarie, coacervo di interessi anche, e sottolineo anche, economici, insieme di relazioni sociali e riferimenti simbolici che è dannosissimo immaginare alla stregua di semplice prodotto da vendere. Quando ho richamato la necessità di incentivare le Pro Loco, vale a dire gli organismi più vicini a questo cuore pulsante delle comunità locali, mi riferisco in buona parte a investimenti in danaro, ma anche a riconoscimenti, allargamento decisionale, anche, al limite, a una corsia preferenziale”.

sandro-corona-in-piedi-mezzo-bustoCome mai secondo lei tutto ciò è così difficile da realizzare?

“Anche su questo punto, la risposta è complessa, perché le difficoltà di cui soffre in generale il Paese in tutti gli aspetti, compreso quindi anche quello delle politiche di sviluppo locali, nascono in buona parte da un difetto di credibilità di cui si è resa autrice questa dirigenza politica, a livello trasversale. Vuole un esempio? Se un politico importante che riveste un ruolo importante rilascia dichiarazioni del tipo “mi ritiro se non vinco il referendum”, se poi non si comporta di conseguenza, deve spiegare perché. Se non lo fa nonostante il cittadino abbia ogni diritto di pretenderlo, salta la credibilità del politico, ma anche dell’istituzione. Ma quell’istituzione è a capo di un complesso sistema poltico-amministrativo di gestione delle risorse comuni che via via scendendo nelle varie ramificazioni, giunge a me, comunità territoriale. E vi giunge da un lato, privato della sua qualità più importante, la credibilità, dall’altro mi dà ogni diritto di pensare che la non credibilità sia “sistema”. Vale a dire, si dice una cosa e se ne fa un’altra. Altro che dare impulso alla valorizzazione del territorio, che rimane più o meno un “brand” da utilizzare per questioni di marketing. Mi permetto di osservare che l’economia è una branca del sapere dignitosissima, che proviene dal greco oikos e nomia: governo della casa, governo “domestico”. E dunque, per governare l’oikòs, serve la credibilità, oltre a competenza e saggezza (che insiem producono autorevolezza). Anche perché, a ben vedere, se la credibilità salta, salta anche un importante elemento che tiene insieme la “casa” (oikòs), la convinzione che il politico sia rappresentativo di ogni cittadino come singolo e dell’”assemblea” dei cittadini. Ma se il politico dice una cosa e ne fa un’altra, la conseguenza è: non rappresenta altro che se stesso, il “particulare” si mangia il generale”.

E dunque, in che termini porrebbe la questione per trovare una soluzione?

“Non sono in grado di proporre soluzioni, ma alcune osservazioni del tutto banali e scontate, come ad esempio, sulla questione rappresentatività, il fatto che abbiamo quattro governi non votati, il che significa, in soldoni, che a nessuno è stato chiesto il “conto” delle proprie dichiarazioni, delle parole spese in telegiornali televivi, talk show e media vari, dell’agire conseguente, di tutto ciò che è stato messo in moto in questi tempi, partendo da una riforma costituzionale che nessuno pensava (e s’è visto) in cima alle priorità del Paese. Inoltre, quando arrivano i danni inevitabili derivanti dalla forzatura delle decisioni prese a tavolino senza avere orecchio e cuore alle questioni reali, non basta chiedere scusa. E’ un po’, permettetemi il paralleismo, come Blair che trascina l’Europa nella guerra in Libia, al grido di “Democrazia!” riuscendo a rendere il Paese “liberato” un inferno peggiore di prima: per i suoi abitanti in primis, e anche per tutti gli altri, Europa compresa. Non parliamo poi dell’Iraq e dei motivi per cui è sorto l’orrore dell’Isis. Eh no, cari signori, non basta chiedere scusa”.

Dunque, alla fine, che rimane?

“Come ho detto, non ho soluzioni. Però proporrei una serie di lunghe sedute dallo psicoterapeuta per la nostra intera classe politica: almeno per venire a capo della schizofrenia che sembra si sia impadronita del ceto politico italiano. E di conseguenza, purtroppo, dell’intero Paese ”

 

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