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Politica, per rimettere in moto l’Italia serve una coalizione omogenea Opinion leader

Il debito pubblico dello Stato, a cui si aggiungono i tanti debiti pubblici locali, sono una parte del problema. I segnali cedenti sulla competitività, sulla crescita e sulla quantità e la qualità del lavoro offerto  dal sistema sono l’altra parte del dramma.
Sono passati 20 anni da quando Berlusconi, intercettando una voglia di cambiamento del paese che non poteva essere intercettata e rappresentata dalla vecchia politica, ha lanciato il sogno italiano. Un sogno nel quale si riconoscevano certo i tanti italiani che pensavano e pensano alla “libertà” come alla possibilità di fare “quello che si vuole, senza alcuna responsabilità collettiva”, ma anche altrettanti italiani che erano stanchi dei “lacci e lacciuoli, spesso inutili” che tenevano frenata la spinta “dal basso” alla crescita e allo sviluppo del paese.

Berlusconi, con un tasso decrescente di credibilità e di efficacia di governo, ha riproposto di continuo questo messaggio. Ma alla fine della sua “era” (certo intervallata da qualche entrata di scena del centrosinistra come soggetto responsabile ma anche poco innovativo) dal sogno del cambiamento si è passati al massimo alla promessa di qualche elargizione.  La vicenda dell’Imu, ultima in ordine cronologico, può ben rappresentare la caduta di tono della proposta politica generale.

Oggi si può solo parlare di  fallimento strategico del Berlusconismo: non c’è stato un cambio di passo del paese, si sono lasciate incancrenire le situazioni di crisi e di difficoltà, sia pubbliche che private, e non si è dato alcun indirizzo chiaro né alle istituzioni né ai soggetti privati. Fra i tanti temi che potrebbero essere citati come esempio si può far riferimento al sistema dei servizi pubblici locali a rilevanza economica.  Un settore che poteva, se ben programmato, regolato e liberalizzato, diventare uno dei principali  driver del nuovo sviluppo del paese e che invece, pur crescendo e mettendo in evidenza alcuni punti di eccellenza, è stato normato, rinormato e riformato di continuo, quasi a cadenza annuale, con segnali  il più delle volte contrastanti con le precedenti norme. Un vero e proprio caos. Una liberalizzazione realizzata solo a metà e con tante contraddizioni. Un’occasione persa da chi si presentava come rinnovatore liberale.

La cura del Governo Monti è stata inevitabile. Ed è in parte servita al paese.  Il Presidente del Consiglio e i suoi Ministri hanno fatto di tutto per rendere questa cura indigesta al paese, sia per alcuni evidenti eccessi di rigorismo, sia per alcuni veri e propri errori di valutazione e sia infine per un sostegno comunicativo del tutto inappropriato a quello che era il comune sentire  della comunità. Ma ciononostante ha raggiunto, per quanto era possibile,  l’obiettivo che si era imposto. E cioè quello di rimettere a posto i conti e di ridare una certa, migliore, credibilità internazionale del ceto politico del paese.

Il dopo Monti, dalle nuove elezioni alla formazione delle Governo delle larghe intese, è stata la fiera delle occasioni perse. In primis dal centrosinistra. Che ha perso una elezione che era data pressochè da tutti i sondaggisti come vinta e che è passato da una serie all’altra di insuccessi fino ad arrivare alla rielezione del presidente Napolitano e al Governo delle larghe intese come unica, non discutibile, alternativa politica. Ma anche il centrodestra che ha perso l’occasione di rifondarsi. E di staccarsi, pur con le dovute cautele, dal padre padrone Berlusconi. Non per negare un legame politico e umano che non può che rimanere, ma per rilanciare una nuova, necessaria, fase politica. E infine il M5S che è stato forse il vero vincitore delle elezioni. Un continuo susseguirsi di occasioni perse di contare qualcosa , e quindi di cambiare qualcosa, nella politica italiana. Non appena c’è stato un qualche, pur piccolo, spiraglio aperto (l’ultimo in questi giorni) il M5S, ovvero il suo capo padrone Beppe Grillo , ha chiuso ogni possibilità di intesa, accordo, cammino comune con chicchessia. Relegandosi così ad una testimonianza, rumorosa ma inconcludente, nello scacchiere politico istituzionale.

Il Governo delle larghe intese sta producendo alcuni significativi risultati nelle sfera economica. Alcuni tentativi di ridare fiato al paese. E non è detto che, se continuerà il suo percorso programmato, non possa dare anche alcuni contributi di riforma sulle istituzioni e sulla politica. Ma la sua storia finisce qui. E forse non poteva andare oltre. Cioè è un Governo che può fare alcune cose buone, all’interno di una gestione politica conflittuale fra le due componenti che si sentono sempre e comunque in una sorta di competizione elettorale continua, ma che non può puntare a far superare la malattia del paese.
Infatti la malattia, ed in questo l’intuizione del “primo Berlusconi” non era forse sbagliata, è la eccessiva staticità. Il suo non avere una prospettiva chiara, credibile e condivisa di sviluppo. Su cui impegnare il Governo della cosa pubblica ma su cui far convergere, vera e unica arma in una paese innovativo, il mondo dei soggetti privati e delle forze sociali. E non solo attraverso il fare. Ma anche attraverso il credere. Cioè credere in un progetto. In una prospettiva. E in gruppi dirigenti in grado di delinearla, perseguirla e sostenerla. Cioè il Governo delle larghe intese per sua connotazione originaria può aiutare la crescita. E può cambiare le cose più vecchie e superate che ancora caratterizzano il sistema istituzionale italiano. Ma non può chiamare a raccolta il paese. Sarà sempre sentito dalla stragrande maggioranza del paese  come “altro” rispetto  a sé.

E allora il problema non è tanto se il Governo Letta durerà quanto previsto, o un po’ meno a causa delle “bizze” di Berlusconi e dei suoi o un po’ di più sorretto da un, a questo punto eccessivo,  protagonismo di Napolitano. Il problema è se nel paese, superata anche questa seconda fase di “cura” dopo la prima del Governo Monti, è rinvenibile un progetto, una coalizione politica relativamente omogenea e un leader degni di questo nome.  Cioè di un progetto che si fondi su  un sogno credibile, innovativo e coinvolgente in grado di far superare il male, che oramai è endemico, del paese. E che ci riporta a quella mancanza di prospettiva e di futuro che riguarda tutto il paese ma in particolare , e con maggiore gravità, i giovani italiani.
Il tema del dopo Letta va affrontato in questo modo. E va affrontato a prescindere dalla durata brevissima, breve o media dell’esecutivo. L’Italia ha bisogno di rimettersi in moto. Il paese va liberato dai troppi vincoli e da eccessivi pesi burocratici che oramai sopravvivono e prolificano oltre il loro reale contributo alla qualità della vita della comunità. 

I problemi di Berlusconi e del PDL, il Congresso del PD, la strategia di Grillo&Casaleggio sono parti insignificanti se prese  a sé, senza un respiro strategico.  E possono addirittura creare disturbo in una popolazione sempre più rancorosa e ostile alla politica.  Possono invece essere elementi importanti se considerati come componenti  di una strategia di rilancio dell’Italia come comunità attiva. Cioè di un paese che ha bisogno di rialzare la testa e di guardare al futuro. 

Speriamo che vinca la “voglia di fare” piuttosto che, nel tipico atteggiamento dei paesi in declino, la “voglia di bloccare”.

Mauro Grassi

 

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