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Politiche culturali, Barni: primo, far emergere la vocazione dei territori Cultura, Opinion leader

Firenze – Pisa e Arezzo propongono ufficialmente le loro candidature per la Capitale italiana della cultura 2021. Sull’onda del successo che riscosse Pistoia nel 2017, le due città toscane hanno tutte le carte in regola per conquistare la designazione: un territorio omogeneo ricco di preziose testimonianze artistiche e architettoniche, caratterizzato da eccellenze nell’economia e da tradizioni civiche e comunitarie, che sono un patrimonio che va oltre la Toscana.

Non solo Piazza dei Miracoli e non solo Piero della Francesca, dunque. Pisa e Arezzo  possiedono le caratteristiche per rappresentare quel modello di strategia culturale al quale punta l’assessore alla Cultura e vicepresidente della Regione Toscana Monica Barni.

Docente di Didattica delle Lingue Moderne, già rettore dell’Università per stranieri di Siena, l’esponente del governo regionale si è impegnata per tutta la legislatura che si sta concludendo a far emergere le vocazioni dei singoli territori, attraverso il dialogo e la collaborazione.

“Costruire una capitale della cultura – ribadisce in questa intervista a Stamp – non significa semplicemente fare un cartellone ricco di eventi. Vuol dire ripensare la città, il suo sviluppo sociale, culturale, economico, attraverso la cultura. Così ottieni ciò che si è fatto in questi anni, cioè costringi una città e un territorio a ripensare se stessi e a tutta la loro offerta culturale”.

E’ questa la linea d’azione alla quale si è attenuta nei cinque anni di lavoro…

Sì, abbiamo lavorato per individuare delle vocazioni forti dei territori con le loro tradizioni storiche e artistiche, che potessero legare il tema della cultura con la comunità che in questa cultura si deve riconoscere.

Potrebbe citare un esempio virtuoso?

E’ importante mettere in luce e valorizzare gli aspetti specifici che hanno contraddistinto città nella loro storia e Prato è un esempio importante. E’ una città che da sempre ha osato sul tema dell’arte contemporanea. La Regione ha investito sul Pecci, ma ha accompagnato questa azione culturale con altre iniziative. Come la rigenerazione urbana di una città che oltre tutto si trova a essere un crocevia di comunità. Pensiamo al Macrolotto Zero: sono tutti temi collegati. L’arte contemporanea, il linguaggio del contemporaneo,  la presenza dell’alterità sul territorio: tutte cose che l’amministrazione comunale di Prato ha saputo collegare l’una con l’altra, anche attraverso le manifestazioni teatrali. Così abbiamo reinterpretato anche in chiave contemporanea  la vocazione forte del territorio pratese che è quella del tessile, legandola al cinema. Sono nate la Manifatture digitali che non solo ospitano le produzioni cinematografiche, ma offrono quel valore aggiunto che è dato dal fatto che a Prato c’è il tessile. Lo rivediamo in chiave contemporanea, facendo lavorare giovani.

L’occasione d’oro per ridefinire la vocazione di una città è per l’appunto il diventare Capitale italiana della Cultura..

Fare cultura non significa fare tante cose, ma lavorare a un’idea della città. Pensiamo a Pistoia che diventa Capitale italiana della cultura con un progetto di ripensamento e di messa a sistema di tutte le sue istituzioni culturali, e decide di continuare su questa strada e di ripensare la propria offerta attraverso un piano strategico.  E’ l’occasione per mettersi tutti insieme per raccontare questa città ma anche per far riconoscervi una comunità. La cultura non può essere un consumo, ma qualcosa che ti lascia un’impronta e ti fa cambiare la vita. Non nascondiamoci che c’è anche in Toscana un fortissimo deficit di partecipazione. Il tema principale è perciò comunità e partecipazione e si affronta attraverso la costruzione di strategie culturali che legano insieme i vari soggetti.

Anche l’operazione Museo Ginori di Doccia è un altro esempio di questa strategia…

Particolarmente significativo. Siamo riusciti a costruire un tavolo di dialogo fra i tre livelli dello stato, – Ministero, Regione, Comune di Sesto – per costruire un soggetto che possa gestire questo straordinario patrimonio di bellezza legandolo alla fabbrica, al lavoro e alla comunità. Abbiamo costituito una fondazione di partecipazione che potrà essere allargata a tutti quei soggetti che hanno negli anni dimostrato un interesse per la salvezza di questo museo. E’ uno dei pochi casi in cui c’è stata una leale collaborazione fra i diversi livelli dello stato, cosa che dovrebbe essere il principio guida, partendo da uno studio approfondito su che cos’è il museo e che cosa può dare alla comunità dei cittadini e può raccontare al mondo. E, altra cosa indispensabile, delineando un business plan che mette in luce come può essere sostenibile nel tempo.

Lo stesso metodo di lavoro che si basa su strategie integrate ha ispirato il suo lavoro anche negli altri settori della cultura…

Gli esempi possono essere tanti. Parliamo delle residenze teatrali che sono il frutto dell’accordo fra la Regione e i comuni. La residenza teatrale è un aspetto fondamentale del mondo dello spettacolo: una compagnia abita un luogo che molto spesso viene concesso dalla municipalità. Fa produzione didattica e animazione. Un caso bellissimo a Empoli è Giallomare dove la residenza lavora anche per tante altre attività legate alla lettura. Il festival Leggenda dura non solo i tre giorni del festival.

A proposito di lettura c’è il sostegno alle biblioteche…

Qui abbiamo fatto un’opera di consolidamento delle politiche che abbiamo trovato attraverso investimenti e un sostegno. Come  la costituzione di 23 reti, gruppi di biblioteche che lavorano insieme e si scambiano strumenti e competenze e progettazione. Alcune sono diventate delle meravigliose piazze di incontro con un offerta culturale continua. Non sono più il luogo dove si va semplicemente a prendere un libro. Ma un presidio culturale importantissimo soprattutto in luoghi lontani dal centro. Pensiamo alla Lazzerini di Prato o alla San Giorgio di Pistoia.

Assessore, il bilancio regionale destina alla cultura circa 30 milioni di euro. Si può dire che la spesa si è spostata più su una cultura strutturale che su quella dell’effimero?

La fortuna è di stare in una regione che ha sempre investito. Abbiamo cercato di privilegiare un’offerta strutturata e l’abbiamo consolidata soprattutto nei territori periferici. Il punto di partenza è aprire più ai rapporti che agli eventi perché c’è anche il problema dei tanti eventi  con scarsa partecipazione. Spesso bisogna combattere contro  il narcisismo individuale e anche contro forte autoreferenzialità. Nell’ansia di costruire eventi, anche bellissimi, la questione è capire per chi li fai e che cosa resta. Non è facile far collaborare insieme tutte le istituzioni, soprattutto nelle grandi città. Tutte sono abituate a essere monadi chiuse in se stesse.  Spero che possa  rinascere dai piccoli centri un nuovo modo di intendere la cultura.

Uno degli interventi che avete messo in campo sia nelle grandi città che nei piccoli centri è il recupero degli spazi dismessi…

Cito un caso recente. Sansepolcro e la Caserma archeologica, progetto che è nato dalla volontà di un insegnante e di alcuni ragazzi hanno vinto un bando e hanno rimesso a posto lo spazio dove fanno vari tipi di attività culturali ma sempre con un occhio ultimo alla partecipazione della comunità. Abbiamo fatto una specie di chiamata a tutti i gruppi simili a questo e abbiamo visto che ce ne sono parecchi in Toscana. Giovani e meno giovani che attraverso la cultura stanno reinterpretando dei luoghi. Nell’ultimo incontro a Sansepolcro è stata promossa una rete nazionale. Penso all’esperienza di  Favara in Sicilia, un paese abbandonato. La parte vecchia è stata presa in mano  da una coppia che l’ha ribaltata realizzando residenze d’artista, esposizioni e attività. Cose complicate ma sono quelle giuste, se vogliamo far rinascere soprattutto le zone interne e periferiche attraverso la cultura.

La stessa strategia ha riguardato anche le centinaia di musei che la Toscana offre ai visitatori..

Sui musei abbiamo fatto lo stesso lavoro. E’ chiaro che il piccolo museo non ce la fa più. Magari possiede una collezione bellissima ma non ci sono risorse. Così ci siamo posti l’obiettivo di costruire sistemi di musei che possono essere collegati sia territorialmente che  tematicamente. Per esempio quelli di arte contemporanea o i musei della Maremma. E questo vale anche per la musica. Abbiamo aperto un dialogo per individuare strategie. Non è stato facile, abbiamo anche fallito. L’abitudine a lavorare in un certo modo in maniera autonoma non si è ancora radicata né fra le istituzioni culturali né fra quelle dello stato. Si potrebbe fare di più.

Lo stesso approccio anche per i grandi eventi e gli anniversari?

Per l’anniversario di Leonardo del 2019 siamo stati l’unica regione che ha costruito un programma di Leonardo  sito e pubblicazioni, e avviato azioni di ricerca con le università. Abbiamo lavorato per la costruzione di rapporti fra cultura e ricerca. Tra poco cominceranno a lavorare all’interno delle istituzioni culturali 116 ragazzi, assegnisti di ricerca. Lo scopo è fare entrare la ricerca nei luoghi della cultura, partendo dalla soluzione dei problemi delle stesse istituzioni culturali. Ci sono 90 progetti. Ne menziono uno. L’archivio di Pieve Santo Stefano sulla diaristica analizzata anche, dal punto di vista linguistico, sul tema dei diari di emigranti.

Il suo incarico è cominciato con la realizzazione della casa del cinema, il Teatro la Compagnia…

La riapertura del Teatro della Compagnia ha messo a disposizione della Regione una casa del cinema una forza propulsiva dal punto di vista dei rapporti. Abbiamo dato una casa a tutti i festival importanti a partire da quello dei Popoli e Middle East Now. Attraverso la cinematografia possiamo vedere spaccati di culture linguaggi diversi e contemporanei. Vorrei lanciare questo messaggio a futura memoria: questo  luogo, La Compagnia, deve mantenere la sua missione attuale contro tutte le tentazioni di destinarlo ad altri scopi. Queste cose poi non devono finire devono continuare non può essere la fiammata di un evento.

Foto: Monica Barni

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