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Politici e potere, il ruolo del cittadino Cronaca, Politica

Firenze – Pubblichiamo la seconda puntata del dialogo con il professor Giovanni Allegretti sulla partecipazione, alla vigilia della conclusione di due mesi di Dibattito Pubblico sulla riqualificazione del Porto di Livorno. Il punto fondamentale di questo capitolo conclusivo è il rapporto fra la formazione della classe politica e la sua relazione col potere. In tutto questo, la partecipazione dei cittadini può giocare un ruolo fondamentale, quello di far irrompere la realtà sociale nella percezione del politico. Per chi fosse interessato, ecco il link alla prima parte: http://www.stamptoscana.it/articolo/politica/cittadini-e-potere-i-nuovi-strumenti-degli-ingegneri-della-democrazia

Si sta per chiudere questa settimana un intenso processo partecipativo nel Comune di Livorno, sulla riqualificazione e l’ampliamento del Porto. Che novità porta questa sperimentazione?

“Si tratta di una grande novità, per due ragioni. La prima è che per la prima volta in Italia viene messa compiutamente in atto la metodologia del Dibattito Pubblico istituzionalizzata dalla Legge 46 del 2013 della Regione Toscana come atto obbligato per tutte le grandi opere infrastrutturali che superano il valore di 50 milioni. Questa metodologia, istituzionalizzata in Francia dal 1995 per tutte le grandi opere (e che porterà il 26 giugno 2015 a un grande referendum sul nuovo progetto aeroportuale di Notre Dame des Landes), finora ha avuto in Italia due sole sperimentazioni: una a Genova nel 2009 – sulla variante autostradale della Gronda di Ponente – e una di scala comunale a Montaione, sul Borgo di Castelfalfi (nel 2006). La sperimentazione sulla trasformazione del Porto di Livorno è la prima grande opportunità di mostrare gli effetti della Legge 46, aprendo ai cittadini la discussione sulla nuova Darsena Europa e sul nuovo Terminal croceristico, che segna l’interfaccia tra il Porto e la Città. Da Aprile i Cittadini hanno l’opportunità di discutere con i tecnici e i dirigenti dell’Autorità Portuale e di dare suggerimenti che l’impresa che vincerà il bando del Project Financing dovrà integrare nel progetto finale. Il processo di dibattito ha permesso ai cittadini di Livorno e dei comuni vicini di visitare zone mai aperte al pubblico (come il bellissimo Silos) e di dibattere con il Comune di Livorno. la Regione e l’Autorità’ Portuale di occupazione e turismo, di spazi pubblici e competitività dello scalo labronico, ma anche della sua integrazione con il Porto di Piombino e la cooperazione con altri porti dell’Alto Adriatico. Sul sito “www.dibattitoinporto.it” tutti coloro che vogliono possono depositare un “quaderno degli attori” con le loro riflessioni, in formati tutti uguali e di pari dignità. Entro ottobre l’Autorità Portuale ha il dovere di rispondere punto per punto alle proposte emerse dai cittadini e di spiegare quali integrerà e quali non saranno integrate, con relativi perché…”.

2 dibattito pubblico del porto Livorno

E la seconda novità di cui parlava?

“La seconda novità viene dal fatto che da pochi mesi il Governo Italiano ha approvato il nuovo Codice degli Appalti che prevede l’obbligatorietà di realizzare Dibatti Pubblici regolati su molte tipologie di grandi Opere, e Livorno sarà un apripista di questa nuova ondata di sperimentazioni… Si parlerà di tutto questo dal 7 al 10 Luglio anche al Festival della Partecipazione dell’Aquila (www.festivaldellapartecipazione.org), un territorio simbolico dei mali provocati da una ricostruzione insensibile e autoritaria, in totale assenza di partecipazione dei cittadini… E non è un caso unico. Anche in Toscana recentemente la progettazione dell’ampliamento dell’aeroporto di Firenze si e’ sottratta alla realizzazione di un Dibattito Pubblico, lasciando i cittadini pieni di dubbi e domande e preferendo adottare procedure poco trasparenti e forme di informazione più legate al marketing aggressivo che non ad una onesta discussione sui pro e i contro della trasformazione….”.

Dunque, il vero problema è la formazione della classe politica e anche imprenditoriale, e la prospettiva con cui si relaziona col “potere”?

“Senza dubbio la cultura imprenditoriale del nostro paese è ancora lontana anni luce dal comprendere quanto importante sarebbe per un buon management strutturare un dialogo con gli abitanti dei territori dove si opera … Con qualche eccezione. Per esempio a Gavorrano in autunno inizierà un altro Dibattito Pubblico sulla produzione di scarti di gessi da parte di un’industria inquinante ma indispensabile nell’economia del territorio, e la stessa impresa ha accettato di cofinanziare una buona parte del processo partecipativo attivato dall’Autorità Regionale per la Partecipazione”.

giovanni allegretti foto con firenze

Questo per quanto riguarda l’imprenditoria italiana. Ma qual è la sua analisi circa la cultura politica del Belpaese? 

“La situazione sembra molto stagnante. Molti politici credono che il potere risieda nella discrezionalità decisionale offertagli dalla legge. Neppure riflettono sul potere che viene dall’autorità morale acquisita quando si è più dialogici e si coinvolgono i cittadini nelle scelte… Basta vedere le piattaforme su cui molti politici sono eletti. È inutile proporre una piattaforma di opere: questo lo farò, questo no, questo non importa. La piattaforma con cui si è stati eletti dovrebbe essere prima di tutto una piattaforma di valori. In tal modo i risultatidi un processo partecipativo, in termini di opere o servizi, saranno sempre accettabili, eccetto nel caso in cui violino valori centrali del contratto tra eletti e elettori. Di fatto, oggi i programmi politici promettono molto più di quello che possono realisticamente fare, e un processo partecipativo può aiutare a scegliere cosa concretizzare e in che ordine, in relazione alle necessità ella congiuntura socioeconomica del momento ma anche a una visione di futuro condivisa. Per esempio, se sono stato eletto – sia pure da una minoranza della popolazione – con una piattaforma che pone il valore dell’integrazione rispetto agli immigrati, e dal processo partecipativo emerge che la gente vuole espellere dal centro storico gli immigrati, io – politico – ho il diritto, anzi il dovere, di porre un veto a questa decisione, perché viola i patti con cui sono stato eletto. Perciò: o mi dimetto, o rischio la non elezione la prossima volta, ma tengo fede ai patti su cui ho ricevuto i voti e pongo un veto a uno dei risultati del percorso partecipativo. Ma lo devo fare con coraggio, spiegando bene i motivi e assumendomi la responsabilità, non giustificandolo dietro tecnicismi. Partecipazione è anche accountability e assunzione coraggiosa di responsabilità”.

aeroporto parliamone

In generale, qual è la raccomandazione che si potrebbe fare alla politica italiana?

“Dobbiamo tornare a un sistema più rappresentativo, facendo attenzione al fatto che ciò non significa soltanto una nuova costruzione a livello di legge elettorale che riduca il peso di tutte quelle clausole e barriere immesse per favorire la governabilità piuttosto che la rappresentanza (premi di maggioranza, soglie minime di voto, scorpori etc.). Tali barriere creano una percezione diffusa dell’illegittimità delle forze politiche che ci governano, senza dimenticare che gli ultimi tre presidenti di consiglio non sono stati eletti dal popolo, ma nominati in qualche modo con una mediazione autoritaria del Presidente della Repubblica. La gente ha bisogno di sentirsi rappresentata dentro le istituzioni. Questo passa per molte cose, tra cui co-costruire le regole per l’avvio di un processo partecipativo. Nel caso italiano, il 99% dei casi di processi partecipativi si svolge con regole stabilite dalle istituzioni. Dai cittadini sfiduciati ciò può essere percepito come una nuova gabbia burocratica creata per “etero-dirigere” le scelte dei cittadini. Per cui molti cittadini non partecipano perché non si fidano delle regole stabilite, percependole come o non chiare, o troppo flessibili (“me le cambiano in corsa”), o comunque sentendole estranee. Le regole del gioco non mi piacciono, il gioco non mi piace”.

Ma non si tratta alla fine di un “blocco di fiducia” che insiste su entrambi gli attori, cittadini e amministratori?

“Secondo me, sono stati costruiti, da parte degli amministratori, sistemi sbagliati di dialogo con i cittadini. Sistemi sbagliati producono risultati perversi. Ad esempio, il salto tecnologico e l’avvento di internet in molti paesi ha peggiorato la situazione: in Italia la tecnologia è stata applicata creando spazi di interrelazione perversi, dialoghi “a uno a uno”, vale a dire il cittadino può scrivere un’;e-mail, incontrare il sindaco in uno spazio riservato in cui cittadino e sindaco sono soli, ma non discute alla presenza di altri. E il sistema tecnologico sovrappone ad un sistema potenzialmente pedagogico di ascolto reciproco una mera sommatoria di preferenze individuali…. C’è un libro di Jon Elster in cui si parla della “forza civilizzatrice dell’ipocrisia”. Un processo partecipativo dovrebbe essere uno spazio in cui, non essendo chiuso o privato, le persone devono calcolare quello che dicono. Perché quello che dicono in uno spazio pubblico crea reazioni, echi, risonanze… Un imprenditore che in uno spazio chiuso parla in un certo modo con un sindaco, non lo farà in uno spazio pubblico. In uno spazio pubblico dovrà convincere le persone che quelle residenze che vuole costruire non porteranno solo lucro alla sua impresa, ma serviranno anche all’ utilità pubblica. Magari con una quota di case popolari o la costruzione di un parco. Se ci deve essere una soluzione, è solo la politica che può iniziarla ma non può farlo da sola…. Sono anche convinto che in questo momento la politica sia incapace di farlo”.

1 aeroporto parliamone

Ma qual è, alla fine, il vero scopo del processo partecipativo?

“Crescere insieme. Far uscire gli attori diversi da come sono entrati. Prima un dato: abbiamo finanziato il 60% dei progetti partecipativi che ci sono stati richiesti da gruppi di cittadini. Quali? Quelli che erano sufficientemente elaborati a livello di metodo da farci capire che quei cittadini si sarebbero trasformati, non nel senso di imparare a prendere decisioni insieme (che pure è un dato positivo), ma crescendo come persone in termini personali e di relazione. La componente pedagogica, per l’APP toscana è fondamentale. Pedagogia vuol dire molte cose, dal comprendere le relazioni di potere a come si scalfiscono o invertono, al comprendere che esistono lati positivi, buona fede e competenza anche nelle istituzioni. Ciò si può fare solo se ci si ascolta. Da un lato e dall’altro. Tutto ciò crea una percezione diffusa dell’illegittimità delle forze politiche che ci governano, senza dimenticare che gli ultimi due presidenti di consiglio non sono stati eletti dal popolo, ma nominati. Se ci deve essere una soluzione, è solo la politica che può iniziarla. Sono anche convinto che in questo momento la politica sia incapace di farlo. Dunque, l’unica soluzione può venire dai cittadini”.

consiglio-regione-toscana

E per l’APP quale è il fine?

“Mi piacerebbe poter dire che è immune dai difetti della politica, ma non lo è. Questa è un’autorità indipendente, che funzionalmente dipende in gran parte dal consiglio regionale e da una relazione giunta- consiglio per il resto. Qui la dipendenza dalla politica purtroppo si sente. Perché? Nei primi anni sperimentali c’era un fondo obbligatorio per mantenere la legge e tutti gli anni veniva accantonato per mantenere l’attività dell’Autorità. Dall’anno scorso questo fondo non c’è più. Se il nostro budget è passato da oltre 700mila euro a 400mila, ridotto di un buon 40%, con peggioramenti o assestamenti previsti per i prossimi anni, è perché la politica non ha deciso di dare priorità a questa istituzione. Noi abbiamo un membro che si è dimessa perché assunta in un alto incarico in Francia, a ottobre, e non abbiamo ancora la sostituta. Direi che non interessa a nessuno dare un sostituto, perché vuol dire che l’istituzione funzionerebbe a pieno ritmo, se l’organico fosse completo. Non averlo, è , secondo me, una scelta. Tutte le scelte che non si fanno in tempi corretti non possono essere attribuite a errori materiali. Sono scelte, fatte sotto la forma di non scelte, ma sono scelte. Considero che l’indebolimento dell’APP in quanto istituzione è uno degli effetti di una politica che, fuori dal piano del discorso, non è interessata realmente alla partecipazione e ai sacrifici che richiede. La nascita dell’Autorità nel periodo della Giunta Martini era sostenuta da una forte volontà politica. Oggi, quando c’è un tema come l’aeroporto di Firenze che mette in crisi un po’ le relazioni fra la politica e l’industria, non si va avanti. Noi non siamo riusciti a fare un dibattito pubblico sull’aeroporto, ma abbiamo finanziato un percorso diverso, un processo rimasto orfano, a cui non hanno partecipato le imprese e che ha mietuto poco interesse da parte della Regione Toscana. Un processo che tuttavia ha prodotto chiarezza intorno a dubbi e esiti tecnici utili, come la messa in rilievo di criticità molto complesse, che sono emerse con la partecipazione di numerosi esperti anche esterni. La qualità del processo e la sua complessità sono state molto superiori a quanto era stato messo in rilievo dai soli comitati.

2 aeroporto parliamone

 

Un punto debole della legge?

“Direi proprio la timidezza con cui si affronta il tema della relazione pubblico-privato. Per esempio nella procedura di dibattito pubblico, le imprese private possono sottrarsi al confronto pubblico, cosa che ad esempio non esiste in Francia o Québec, in cui esse hanno gli stessi obblighi degli enti pubblici. Per ragioni di lavoro in Portogallo, ho dovuto annunciare 8 mesi fa le dimissioni da quest’ufficio, ma non posso lasciare perché la politica non si è ancora accordata per trovare la persona che sostituisca la collega che ha dovuto ritirarsi nell’ottobre del 2015 – le risposte istituzionali all’APP giungono lente, il che rappresenta un indicatore utile della sua marginalità nell’ambito dell’assetto istituzionale italiano”.

Quali potrebbero essere gli insegnamenti principali che vengono dal Dibattito Pubblico ancora in corso sul Porto di Livorno, e che si chiuderà ufficialmente la sera del 14 giugno?

“Direi essenzialmente tre. Il primo è che i cittadini sono molto più colti, intelligenti e capaci di tutelare i loro interessi di quelli che immaginiamo. E negli spazi partecipativi si produce intelligenza collettiva che sa migliorare i progetti, e aiuta i proponenti delle grandi opere a realizzarle con maggiore efficacia e rapidità. Il secondo è che il Dibattito Pubblico rende più fluide e solide le relazioni tra le istituzioni coinvolte, sotto la spinta della necessità di trovare convergenze che soddisfino i cittadini e rispondano alle loro paure e ai loro desideri. In terzo luogo va sottolineato che le metodologie non possono essere rigide. Non si può burocratizzare troppo il Dibattito Pubblico, ridurlo a procedure standardizzate… il rischio è che perda l’anima. La relazione col territorio va coltivata, la metodologia di dialogo va adattata alla società locale, ed alla situazione (ossia la fase più o meno avanzata) in cui si trova la progettazione dell’opera quando si inizia il Dibattito Pubblico. La Toscana, per fortuna, ha impostato la sua Legge di partecipazione come un laboratorio sperimentale di processi partecipativi e l’Autorità che codirigo deve essere il garante di questa valutazione continua che non può che portare ad una permanente ibridazione di tecniche e metodi partecipativi. Una massa di lava viva, che cresce insieme agli attori che partecipano ai processi…”.

livorno s

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