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Povertà nascoste, se una signora ti chiede di offrirle un caffè Breaking news, Opinion leader, Società

Firenze – Può avere volti e voci che non ti aspetti, la povertà. Spesso sono quelli delle persone che vivono ai margini della società, che dormono nei sottopassi o fanno la fila alla mensa della Caritas. Talvolta, invece, ha il viso – e la degna compostezza, velata di rassegnazione – di una signora, la classica vicina di casa che incontri sul pianerottolo. L’ho sperimentato pochi giorni fa, in un freddo pomeriggio di fine novembre in via Tornabuoni, nei pressi del Ponte Santa Trinita. Mi si avvicina una donna sui 65 anni, avvolta in un cappotto bianco con il cappuccio. Mi sorride a occhi bassi, un po’ imbarazzata, e mi chiede se posso farle una gentilezza. “Mi dica” rispondo, immaginando volesse un’indicazione stradale. Mi sbagliavo: “Potrebbe offrirmi i soldi per un caffè?” domanda con voce incerta, tenendo gli occhi bassi e un sorriso triste che cercava di sciogliere l’imbarazzo di quella richiesta.

Mentre cerco nelle tasche qualche spicciolo, senza farmi notare ne approfitto per osservare i particolari: ha mani e unghie curate, le labbra rifatte contrastano col viso solcato dalle rughe e indicano che deve aver vissuto tempi migliori, le scarpe senza tacco consunte ma non logore, i capelli biondo cenere – ormai ingrigiti, ma non arruffati – raccolti con una spilla appena visibili dentro il cappuccio. In mano regge una borsa, lisa.
Poi alza gli occhi e mi dice, tutto d’un fiato, indicando l’argine dell’Arno: “Eh, sarebbe proprio da salire lassù e buttarsi di sotto, sa quante volte ci ho pensato? Ma non ho il coraggio, almeno non oggi. Oggi c’è lei”. Probabilmente è il pane, più che il caffè, a mancarle. Ma la sua richiesta offre lo spunto per una lettura semantica più sottile: il pane è da sempre simbolo dei beni di prima necessità (quindi chiederlo significa ammettere di navigare proprio in cattive acque), mentre nell’immaginario collettivo il caffè è qualcosa di più voluttuario, che si prende – e si offre, soprattutto – in contesti informali. Non so quale sia la sua storia, cosa o chi l’abbia portata a ridursi a chiedere un obolo ai passanti alla fine di via Tornabuoni, ma mi chiedo cosa succederà alla sua dignità e compostezza quando fermerà qualcuno e questi tirerà dritto facendo finta di non vederla. Spero solo che quel giorno la spalletta dell’Arno sia piena di passanti.

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