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Prato ricorda i 500 anni del sacco da parte delle truppe del Papa Notizie dalla toscana

500 anni fa la storia di Firenze e della Toscana cambiò a Prato. Alla fine dell’agosto del 1512 le truppe papaline e spagnole al comando del Generale viceré di Napoli Ramon de Cardona, accompagnato dal Cardinale Giovanni dei Medici, Legato Pontificio e regista dell’intera operazione, penetrarono in Toscana dal Mugello. L’obiettivo era la fine della Repubblica fiorentina e il ritorno al potere dei Medici. La strategia fu di mettere a sacco la vicina e dominata Prato per gettare nel terrore la Repubblica  guidata da Piero Soderini. Il 29 agosto, alle 6 del pomeriggio, Prato venne conquistata. Il tragico, violento saccheggio, durato ben 22 giorni, provocò l’uccisione di 5 mila persone, secondo le cronache dell’epoca, oltre a violenze, incendi, rapimenti. Di fronte a questo luttuoso evento, Firenze patteggiò la resa e il ritorno dei Medici al potere. Il Sacco ebbe conseguenze durature e negative per la città: per decenni Prato fu fiaccata socialmente ed economicamente. In questa tragica storia c’è l’episodio del Monastero domenicano femminile di San Vincenzo, raccontato da padre Serafino Razzi. I feroci soldati spagnoli dominavano con l’assassinio, lo stupro, le violenze di ogni sorta, non risparmiando i monasteri che “furon tutti messi a sacco et a bordello”. Solo il monastero di S. Vincenzo fu risparmiato: i capitani spagnoli Giovanni, Spinoso e Vincenzio, “penetrati come sciacalli affamati entro le sacre mure del Monastero”, trovarono le suore raccolte in preghiera davanti ad una statua della Madonna. Si soffermarono e caddero in ginocchio. Da feroci e crudeli, in un attimo divennero mansueti, si alzarono dandosi la mano l’un l’altro e, “chiamata la madre Priora, Raffaella da Faenza, donna di molto valore e di singolare pietà, la esortarono a stare di buon animo, giurando che avrebbero rispettato il Monastero e le Religiose”. Il saccheggio e la violenza furono risparmiati.

Mai le monache domenicane di San Vincenzo hanno smesso di ringraziare la Madonna, venerando quella statua da allora detta “dei Papalini”, dalle truppe pontificie che si erano alleate con gli spagnoli”. Così le claustrali hanno conservato per secoli la memoria del Sacco di Prato.

La bella statua, in terracotta policromata degli inizi del Cinquecento, vestita con un abito settecentesco di seta ricamata, domani, mercoledì 29 agosto sarà portata dalla Clausura nella Basilica di San Vincenzo e Santa Caterina De’ Ricci, in piazza San Domenico.

Queste le cerimonie: alle ore 8 Santa Messa celebrata da don Daniele Scaccini, Rettore del Seminario, preceduta dalle Lodi. Al termine della celebrazione la Statua verrà esposta alla venerazione dei fedeli presso la grata del coro

Il Comune invece organizza alle ore 9,30 deposizione di una corona di fiori sulla lapide in via Strozzi in prossimità delle mura di S. Agostino, da dove entrarono gli spagnoli, mentre alle 10,30 nella Cattedrale di S. Stefano sarà celebrata una Messa di suffragio per le tantissime vittime del Sacco. Nel pomeriggio sarà possibile approfondire la pagina tragica della storia della città: alle 17 nella Biblioteca Lazzerini ci sarà la presentazione del libro "29 agosto 1512" di Piero Riccomini, con l'introduzione di Umberto Cecchi, pubblicato a cura dell'Ufficio Cerimoniale del Comune.

Alle ore 21  il Monastero, gli Amici dei Musei, Confartigianato Imprese Prato e i Restauratori di Borgo al Cornio presenteranno il restauro della Cappella della Madonna con l’evento: “Speranza per una rinascita”. I lavori inizieranno mercoledì 29 per concludersi esattamente un anno dopo. Il programma prevede alle 21,30 Letture a cura dell’attrice Donatella Russo sul sacco di Prato del 1512 tratte da “La vita di Santa Caterina De’ Ricci” di Padre Serafino Razzi; alle 22 la Visita alla Cappella della Madonna dei Papalini.

Le celebrazioni si concluderanno domenica 2 settembre con le Lodi alle 8, Messa alle 8,30 presieduta dal Vescovo di Prato Mons. Gastone Simoni e alle 18,30 Vespri solenni e processione nel chiostro del Monastero.
 

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