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Lavoro, precari over 35 in salita, risorse ancora insufficienti Economia

I nuovi dati dell'Istat sull'occupazione e la tipologia degli occupati segnalano un elemento di novità: quasi un milione di lavoratori over 35 hanno un contratto di lavoro a tempo determinato. Per dirla in cifre, rifacendoci al 2004, inizio delle serie storiche dell'Istat, i primi tre mesi del 2012 hanno segnato un balzo del 43, 8% di persone sopra i 35 anni che lavorano con un contratto di lavoro a termine temporale. Il numero? Nei primi tre mesi del 2012 sono 969mila i lavoratori di oltre 35 anni d'età in questa condizione. Rispetto al primo trimestre 2011, il balzo all'insù è del 3,3%. 

Intanto, è possibile trarre una conclusione immediata: la precarizzazione che si sta allargando a macchia d'olio non contribuisce per niente a frenare la crisi. Anzi. A onta dei severi richiami alla "flessibilità" lanciati da vari pulpiti, la flessibilità che si traduce in precariato diffuso ha un solo, immediato contraccolpo: ridurre i consumi riducendo le aspettative e le prospettive future di reddito,  inceppando così ancora di più una macchina inesorabilmente ferma.

Inoltre, a fronte di questa situazione, i vari piani per lo sviluppo promessi appaiono inesorabilmente segnati da un vizio di fondo: la mancanza di risorse. A partire dagli 80miliardi sbandierati dal ministro Passera per il suo decreto sviluppo ai 130 miliardi citati da Mario Monti al termine dell'incontro romano di venerdì scorso con Merkel, Hollande e Raioy per il Patto di sviluppo europeo che dovrebbe concretizzarsi a fine mese, l'impressione è che il fumo sia molto, l'arrosto scarso. Tornando ai 130 miliardi citati da Monti, per ora sembra arduo capire come si sia arrivati a tale somma, e soprattutto quali siano le risorse aggiuntive e da dove proverngono. Stando a quanto circolato fra le capitali europee finora, le risorse chiamate pomposamente "aggiuntive" avrebbero dovuto restare sui 120 miliardi.

E come queste risultassero, è spiegato da Guido Ambrosino, in un pezzo sulla pagina economica del Manifesto di domenica: partendo dall'aumento di capitale della Banca europea per gli investimenti, che costerà agli stati 10 miliardi (se tutto rimane come finora, ogni stato contribuirà secondo la chiave con cui si calcolano le quote di capitale della Bce, misurate per i diversi paesi in termini di popolazione e di Pil) a Parigi si prevede che, in conseguenza all'aumento delle riserve depositate, La Banca europea degli investimenti potrà concedere crediti per 60 miliardi. E questa somma viene annotata fra i fattori da addizionare. Dunque, saremmo a 70miliardi. Gli altri 55 miliardi, come risulta dall'articolo di Ambrosino, dovrebbero rientrare dai fondi europei non utilizzati dagli stati membri, che vengono concessi solo se gli stati membri mettono nei progetti una loro quota. Se gli stati non hanno soldi o non hanno idee, dovrebbero tornare indietro rispettando la proprozinalità delle contribuzioni. Queste risorse invece potrebbero andare, ove non utilizzate, ad aiutare i paesi più deboli del sistema europeo: dal Portogallo alla Grecia, alla Spagna, all'Italia. Insomma, sembra di capire che si tratti sostanzialmente di fondi in parte virtuali (nel senso che la Banca europea per lo sviluppo potrebbe sì concedere crediti per 60 miliardi, ma non è detto che vadano nella direzione dello sviluppo, vedi il caso della banche italiane e della stretta creditizia che continua nonostante l'aggiunta di liquidità della Bce), in parte di risorse già stanziate.

Infine, ci sarebbero i "bond di progetto" di Hollande. Si tratterebbe di una sorta di "minibond europei" dopo il rifiuto della Germania ai "grandi bond" europei. Vale a dire, obbligazioni, coperte da comuni garanzie europee, che consentirebbero la raccolta di di capitali privati, finalizzati a contribuire ai piani di investimento delle società per le telecomunicazioni o per le energie. La previsione di "ricavo" da questi bond di progetto è valutata sui 4,5 miliardi. 

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