energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

Pregi e difetti delle primarie: signore e signori, questa è la democrazia Opinion leader

Insomma, prima di fare analisi e discettare su cosa va e cosa non va, sulle regole e gli accadimenti di questa nuova tornata elettorale interna al PD, una cosa va detta con forza e con chiarezza. Il PD dà alle volte l'idea di un partito sull'orlo di una crisi di nervi. Anche di un partito tirato per la giacchetta ora a destra e ora a sinistra senza quasi capacità di un equilibrio stabile. Ma, da quando è stato fondato, ha dato certamente l'avvio ad una nuova era nel rapporto fra politica delegata e politica diretta e partecipata. Tante scelte che prima erano prerogativa di circoli ristretti e di metodi non sempre chiari e trasparenti, sono finalmente arrivate in tutta la loro complessità e difficoltà procedurale ad “altezza di popolo”. Le primarie e le forme dirette di democrazia sono diventate oramai un elemento costituente del PD da cui sarà, e questo è certamente un bene, difficile tornare indietro. E questo è un elemento da sottolineare che rende del tutto particolare l'essenza politica del PD sia di fronte ai movimenti e partiti politici italiani sia di fronte a quanto accade nel resto del mondo. E di questo non c'è altro che andare fieri.

Ma se questo è vero e se è vero che, piaccia o non piaccia, questo è il PD occorre far tesoro di questa verità e cominciare a ordinare la situazione. Non si può arrivare sempre in affanno, impreparati sia in termini di regole che di cultura politica, e non si può dare sempre l'impressione che tutto accada quasi per caso o per grazia ricevuta. Ci sono, fra le tante cose che andrebbero sottolineate, due cose che devono diventare “elemento costitutivo” del PD e che non devono più essere affrontate con la leggerezza di chi arriva sempre all'ultimo minuto ad affrontare i problemi.

Il primo tema, importantissimo allorquando si parla di democrazia, è il tema delle regole. Le regole vanno discusse in profondità. Devono avere una loro razionalità istituzionale e democratica. Non devo apparire “ad hoc” né rispetto alle persone, né rispetto alle situazioni né, ed è questo importante, rispetto alle modalità con cui si organizzano le diversità politico culturali interne al PD. Se le regole vengono discusse fuori dell'agone politico immediato possono anche essere regole stabili e da tutti accettate. Non è da scartare l'ipotesi che anche regole stabili debbano essere calibrate caso per caso. Ma questo non deve avvenire in maniera disordinata, caotica ed eterodiretta ma deve diventare un elemento “interno” delle stesse regole. E' chiaro che quando si parla di regole che abbiano una razionalità istituzionale e democratica, occorre far riferimento a temi come la parità uomo donna, al principio di rispetto delle minoranze, alla spinta verso una maggiore e più diffusa rappresentanza territoriale per approfondirne la rilevanza e per dare soluzioni eque, non casuali ed equilibrate.

Il secondo tema è il sostegno culturale e politico che si dà a determinate procedure democratiche. In questi giorni, giorni di grandi e piccoli scontri personalistici, di grandi e piccole beghe interne al PD e alle sue organizzazioni periferiche, sento parlare a destra e manca di immagine negativa che il Partito e i gruppi dirigenti darebbero di sé davanti all'opinione pubblica. Qualcuno rimpiange anche i vecchi metodi centralistici di “quando si decideva in pochi e non c'era tutto questo casino!”. E mi chiedo: ma davvero si pensa che la democrazia, la partecipazione attiva e le procedure dove tanti prendono parte invece dei soliti pochi siano più ordinate, belle e di alto livello comunicativo? Io penso che questa immagine rassicurante, e completamente distorta, che la società civile e il popolo partecipante sia il toccasana alle “naturali bassezze” dell'uomo debba essere rimossa dal nostro lessico politico. Laddove si scelgono uomini, laddove si decidono carriere e ruoli direzionali, laddove c'è chi vince e c'è chi perde, ebbene là c'è l'uomo. Quello normale che è capace di grandi gesti ma anche di tante piccole meschinerie e furbizie. E di questa complessità bisogna che si facciano carico le regole e i gruppi dirigenti del PD che non devono solo essere degli spettatori ma devono piuttosto guidare e regolare tutto il percorso affinchè questo mantenga sempre qualità politica ed efficacia funzionale. Che altro non vuol dire che il processo di partecipazione della popolazione porti sempre di più ad aprire alle mille istanze della società, a selezionare il meglio e ad evitare incrostazioni burocratiche nella vita politica. Ecco perchè i gruppi dirigenti sono importanti in un Partito come il PD anche nella fase della partecipazione diretta e non devono mai essere considerati solo e banalmente degli “arbitri” delle regole.

Fatte queste due premesse non si può che prendere atto che queste primarie del PD devono essere sostenute come sforzo di democrazia importante ma che di difetti ne hanno molti e molto visibili. Le scelte sui listini, sulle deroghe da dare o non dare, sulle forme di accesso alle primarie decise in pochi giorni e realizzate in ancor meno giorni, i gruppi dirigenti spesso incapaci di affrontare in maniera politica le spinte individuali verso le candidature, insomma tanti problemi e tanti difetti che sono certamente dipesi dai tempi ristretti in cui la decisione è stata maturata e dalla confusione, direi quasi l'affanno, che prende quasi storicamente il PD di fronte a queste decisioni.

Ma le primarie son in campo. E , lo vedremo meglio dalla partecipazione e dai risultati, ma sono già un fatto politico importante. In particolare se messo a fronte del restante panorama politico che continua a discutere delle stesse cose nel chiuso delle stanze e al di fuori di ogni, pur minimo, coinvolgimento dell'opinione pubblica.

Ma, anche senza attendere i risultati di questa nuova competizione alcuni rilievi si possono già fare, non tanto in termini di tecnica elettorale (lì ci vorranno gli approfondimenti degli specialisti) quanto in termini di approccio politico.  Il primo tema da affrontare è senza dubbio il ruolo del partito e il ruolo degli elettori del centrosinistra. Non è ancora del tutto chiaro quando occorre fare appello solo alla partecipazione degli iscritti (il segretario viene nominato dagli elettori!) o quando invece è bene far riferimento ampio alla platea degli elettori. E la scelta delle candidature ha avuto un senso delegarla solo agli iscritti al PD? Specie in un momento in cui, come si è visto nella competizione fra Renzi e Bersani, l'inclinazione politico culturale dei due insiemi è parsa così diversificata? L'esito, non generalizzato ma comunque prevalente sull'intero territorio nazionale, è stato quello di una certa difficoltà dei candidati “renziani” a trovare le firme di sostegno nel partito e quindi di una difficoltà ad “entrare” in una competizione in cui, a fronte di un elettorato più aperto, quei candidati avrebbero avuto maggiori chances. Insomma, su questo tema, occorre una riflessione più a freddo. Che conduca certo a dare un ruolo particolare agli iscritti al PD (altrimenti cosa si iscrivono a fare?), ma che sia un ruolo più rivolto alle scelte interne al funzionamento del partito che alla selezione dei candidati per ruoli politici esterni al partito.

Il secondo tema è quello relativo all'equilibrio che ogni competizione deve avere in termini di genere e di area politico culturale di riferimento. Quanto più si restringe il perimetro territoriale della competizione, quanto più occorre trovare degli accorgimenti esterni (di tipo regolamentare) per trovare degli equilibri diversi dal risultato che altrimenti risulta naturale che la “maggioranza prende tutto”. Si tratta di trovare accorgimenti e regole ben studiate e ben applicate che non possono essere pensate e redatte nel corso dell'agone politico.

Il terzo ed ultimo tema è quello del rapporto fra competenze e rappresentanza politica. Molto spesso questa dicotomia viene sviluppata differenziando la società civile (che sarebbe competente) dalla militanza politica (che sarebbe solo rappresentativa). Si tratta di un errore che non dice oramai molto sulla reale situazione della partecipazione politica. Ci sono ottime competenze fra chi milita politicamente e ci sono bassi livelli di competenza,e a volte anche di moralità politica, in chi viene prelevato dalla società civile. Anche qui, lasciando da parte le visioni semplicistiche, occorre approfondire il tema per evitare che certi mondi non solo competenti, ma anche produttivi e culturali, abbiano eccessive barriere all'ingresso.


E comunque alla fine, che anche questa competizione abbia luogo. Con tutte le sue debolezze e deficienze. Con gli approfondimenti da fare. Con alcune immagini non sempre edificanti dell'agire umano. Ma che abbia luogo. La democrazia non è forse un metodo ottimo. Non è forse neppure elegante. Ma è il meglio che abbiamo . Teniamocelo stretto.

Print Friendly, PDF & Email

Translate »