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Primarie Pd: è rinata la forma partito (di sinistra) Opinion leader

Firenze – Che dire delle primarie per la scelta del segretario del PD. Certo che sono discutibili. Perché far scegliere il segretario di una organizzazione da soggetti esterni? E poi come fare in modo che questi soggetti esterni non “distorcano” troppo la volontà dei militanti iscritti che alla fine sono i responsabili dell’organizzazione del partito.

E poi, si sa, le primarie creano un periodo di rottura dentro la comunità politica che si riconosce a qualche titolo nel PD che non sempre è facile e immediato ricucire dopo l’esito del voto. Insomma tanti elementi critici di discussione. Ma, detto tutto ciò, fa sempre una certa, buona, impressione vedere le file di cittadini comuni non interessati ad entrare per i saldi dei negozi o per la vendita dell’ultimo Ipad della Apple ma solo ed esclusivamente a partecipare ad un “rito” di democrazia diretta fra i pochi rimasti nel panorama italiano.

A meno che non si intenda chiamare democrazia diretta la consultazione di 50 mila ignoti che con un click decretano il consenso a scelte politiche già ampiamente decretate e indirizzate dal un gruppo dirigente consolidato. Insomma le primarie con la partecipazione ampia sopra il milione e mezzo di persone non potevano passare inosservate. E lasciano sicuramente una situazione diversa fra il prima e il dopo.

Il prima è presto detto. Un partito uscito sconfitto dalle elezioni politiche, molto più gravemente di quanto atteso anche nelle più fosche previsioni, che, oramai senza una organizzazione degna di questo nome, senza un gruppo dirigente alla guida e senza uno straccio di programma di opposizione, brancolava nel buio. Con la possibilità, per la prima volta temuta come una realtà, della scomparsa di fatto dalla scena politica italiana.

Il dopo apre invece uno scenario diverso. Dopo un anno di peregrinazione nel deserto c’è un segretario legittimo e legittimato dal voto popolare e c’è, si spera presto, un gruppo dirigente in grado di prendersi la responsabilità della guida politica. E delle scelte, politiche, di contenuto e organizzative che andranno fatte.

Per tutti i militanti, gli elettori e gli amministratori del PD è una novità non da poco. Se infatti insieme al leader e al gruppo dirigente venisse messa mano in tempi brevi anche ad una organizzazione del partito, che magari sapesse dialogare con le nuove tecnologie social e di gestione dei dati, ci sarebbe finalmente nel paese e nei territori un punto di riferimento solido, certo e aperto dove la comunità politica del centrosinistra tutto ed in particolare quella che si riconosce nell’area del PD, potrebbe ricominciare a sviluppare “pensiero e azione”. Che è poi quello che deve fare un partito. Lavorare sul pensiero. Diffonderlo,metabolizzarlo, svilupparlo e parteciparlo come deve fare una “comunità pensante”. E, su questa base conoscitiva, sviluppare azione nella forma della comunicazione politica, degli atti politici e della presenza attiva nelle istituzioni.

Il dopo primarie apre quindi la possibilità di ricominciare a parlare di uno strumento, il partito, che non deve essere soltanto ed esclusivamente il luogo dello scontro fra fazioni diverse e, sulla base dell’esito di questi scontri, il trampolino di lancio di piccoli e grandi leader. Ma deve essere piuttosto il momento di formazione di militanti e gruppi dirigenti diffusi e la sede di partecipazione alla politica attiva per il proprio territorio, per la propria regione e per il paese.

Togliendo subito, però, la sensazione che si voglia parlare di un “ritorno al passato”. Intanto perché anche nel passato”eroico” lo strumento partito talvolta si trasformava in luogo di lotta fra fazioni e trampolino di lancio di leader e poi perché la partecipazione attiva di oggi e del futuro non sarà mai più quella di prima.

Deve essere reinventata. Deve fare i conti con la nuova vita sociale, con le nuove tecnologie e con la nuova cultura del tempo. E allora, anche da questo punto di vista, si apre una fase nuova dove non c’è spazio per il ritorno al passato, dove non conviene continuare a parlare del mitico partito leggero, che poi si è rivelato il nulla, e dove contano poco le esperienze degli altri che non appaiono rispondere in maniera seria al bisogno di democrazia diffusa e nello stesso tempo alla capacità decisionale e di sintesi dei gruppi dirigenti. Insomma una fase nuova che sarà decisiva per la nascita vera e il rafforzamento di un moderno partito del centrosinistra e di un moderno partito democratico.

Ma queste primarie non hanno parlato solo del partito, del suo leader e della richiesta pressante di una nuova organizzazione. Ma hanno parlato anche di un qualche contenuto. E il più visibile è stato il richiamo, generico, ma forte al recupero della sinistra. Con tutto quello che di generico ci può essere in un atto politico ma innegabile se lo si sa leggere.

Chi è andato a votare e ha votato Zingaretti, oltre al tema del rilancio del partito come strumento, ha detto anche che questo partito deve ricominciare a parlare “da sinistra”.

E qui si apre un’altra grande, decisiva, battaglia per il PD. Quale sinistra? Non quella del passato. Non penso che la base militante ed elettorale del PD sia cambiata in questi anni e sia passata indenne, quasi senza alcuna riflessione, dalla liberaldemocrazia renziana al socialismo tradizionale del tempo che fu. Credo invece che la richiesta sia stata di una sinistra, che pur fra le innovazioni, rimette al centro dell’attenzione le persone, i gruppi sociali e i territori con le loro forze, certo, ma anche con le loro debolezze e il necessario bisogno di supporto.

Insomma l’idea di risolvere tutto con la crescita, con le opportunità e con la diffusione della conoscenza non risolve il problema, questo sì antico, che non tutti ce la fanno nello stesso modo e quindi accanto alla giusta dotazione iniziale delle risorse, che nel liberalismo meritocratico deve essere egualitaria, occorre che lo Stato intervenga, anche a gioco avviato, per sostenere chi resta indietro.

Vista in questa ottica la richiesta non appare minimamente come un disconoscimento dell’esperienza fatta dai Governi Renzi e Gentiloni, che rimangono con dati alla mano i migliori esecutivi degli ultimi 20anni, ma piuttosto come un “riconoscimento con correzione”.

E’ sulla base del livello e del contenuto di questa “correzione” di linea politica che si capirà se la leadership di Zingaretti vuole essere, come richiesto anche da molti renziani che lo hanno sostenuto in questa tornata di primarie, un andare oltre l’esperienza di Renzi, inglobando però molte delle innovazioni e delle revisioni apportate rispetto al passato, oppure un “ritorno all’indietro” cercando un rifugio a prima vista più conciliante con la tradizione e con una certa inerzia della sinistra italiana.

Staremo a vedere. E’ chiaro che per quanto ci riguarda siamo favorevoli al mare aperto e alla necessità di andare “oltre” sia per la sinistra italiana ma anche per quella europea e mondiale.

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