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Primavera araba, retroscena di una rivoluzione imprevista Opinion leader

Alfredo Macchi ha vinto il fiorino d'argento per la saggistica del Premio Firenze 2012 con Rivoluzioni S.p.A., il primo libro che descrive il ruolo da registi che organizzazioni internazionali, servizi segreti occidentali e fazioni politiche arabe hanno svolto, tirando le fila dei movimenti rivoluzionari, che in Medio Oriente e in Nord Africa, hanno visto scendere in piazza milioni di persone, consapevoli soltanto di voler lottare per i loro diritti, dando vita così alla più grande rivoluzione in ordine di tempo, che va sotto il nome di Primavera Araba. Macchi, giornalista inviato di Mediaset sui più importanti teatri di guerra internazionali e fotoreporter, spiega a Stamp Toscana le ragioni che hanno portato alla sua inchiesta, l’unica nel panorama internazionale che parla dei lati “più scomodi”, eppur reali della Primavera Araba, non limitandosi così a celebrarne soltanto gli aspetti più eroici, su cui tanto è stato scritto ed ormai conosciuti ai più. Rivoluzioni da comprendere, dunque, invece di intesserne continui elogi. Pratica, quest’ultima che rischia di chiudere tali fenomeni in stereotipi che vanno sotto titoli, quali “la rivoluzione di Facebook”, che sono, se non fasulli, sicuramente  parziali, e che tendono soprattutto ad offuscare quelle “verità storiche” che, invece, permettono di fotografare la situazione reale ed in continua evoluzione del Medio Oriente e dell’Africa del Nord.  “Le rivoluzioni sono molto importanti e io non voglio togliere niente a chi ha sfidato dei regimi dittatoriali per chiedere più libertà e democrazia, anzi”, apostrofa fin da subito l’autore, “ma credo che un'analisi su cosa ci sia dietro a queste rivoluzioni, serva a portarle a compimento. Rivoluzioni che, in questo momento sono state scippate dalle mani di chi era sceso in piazza per primo e che adesso si trova a dover lottare per riaffermare  delle libertà che fino a qualche anno fa aveva. Oggi, le donne in Tunisia, come i giovani in Egitto rischiano di fare un passo indietro.” Fare luce sui lati celati di queste rivoluzioni, pare dunque, lo strumento più efficace per aiutare e rendere merito ai milioni di cittadini normali, giovani, donne e uomini, che hanno rischiato la loro vita, scendendo in piazza per cercare di affermare i loro diritti civili in Tunisia, in Egitto, in Libia, in Siria e che ancora tardano a diventare  realtà.

Da che cosa nasce il sospetto di Macchi che esistesse qualcosa dietro le rivolte delle piazze mediorientali? 
"Da una curiosità, dall’aver visto sventolare in piazza le bandiere in Egitto di un movimento che era comparso anni prima in Serbia. Nel libro si racconta tutta la sua storia di come è nato e come è stato modello per altre rivoluzioni in ex-Unione Sovietica. Parliamo di “Otpor!”, di una scuola che insegna a rovesciare i regimi con metodologie mediatiche non violente e molto sofisticate”, le cui tecniche  coincidono  “ più o meno con le indicazioni che ci sono nei manuali che sono stati diffusi in piazza Tahrir, durante i giorni della rivoluzione egiziana e che spiegano come andare vestiti in piazza, quali slogan recitare, quali bandiere portare, quali azioni  fare di fronte alle telecamere, tipo il dare i fiori ai poliziotti. “Otpor!” fu un movimento giovanile serbo, proveniente dalla società civile, nato nel 1998 e durato sino al 2003 e che mise in atto delle azioni di rivolta non violenta contro il regime di Slobodan Milošević.

Trovato questo legame la pista dell'inchiesta per Macchi ha cominciato a materializzarsi, tuttavia, esistevano altri elementi che all'apparenza risultavano contraddittori e che dovevano trovare una collocazione in questa storia:  “Ho scoperto il grande ruolo avuto dal Katar e dall'Arabia Saudita, anche attraverso le loro televisioni Al Arabiya ed Al Jazeera, nel sostenere le parti più religiose di queste rivoluzioni, dei Salafiti e dei Fratelli Musulmani, ma che toccavano però, solo i paesi più  laici ed eredità di un passato più nazionalistico arabo.  Quando, infatti, queste stesse sono arrivate a contagiare i loro stessi interessi, il Bahrain, la stessa Arabia Saudita, il Quwait, lì si è spento all’improvviso il riflettore delle grandi tv, e quando sono arrivati i carri armati sauditi a reprimere le rivolte, Washington non ha detto nulla, mentre tanto aveva fatto contro i dittatori egiziani e tunisini.”

Questo a quali conclusioni ti ha portato?
”Io sospetto che ci siano rivoluzioni di serie A e di serie B, a seconda che rientrino negli interessi delle grandi potenze!”

I manuali diffusi a Piazza Tahrir, gli atteggiamenti tenuti dai dimostranti, le tecniche di rivolta, hanno   una forte caratteristica “simbolica” che denota una profonda consapevolezza del loro impatto mediatico, e dunque una forte conoscenza degli strumenti di comunicazione più moderni. Da qui come si fa ad arrivare ad un utilizzo così diffuso dei social network?
”Si è molto parlato dei social network come grande strumento di libertà e lotta rivoluzionaria ed invece anche qui ci sono molti lati oscuri. I social network, infatti, lavorando attraverso l'anonimato, si prestano ad un uso che puo’ essere distorto facilmente. Ecco che sono andato a cercare chi c’era dietro a queste pagine Facebook, YouTube, ai siti che invitavano alle rivolte. Ho trovato che queste pagine erano create all’estero da personaggi, legati alla Fratellanza Musulmana,  che hanno usato molto bene questi media per portare la gente dei loro paesi a rovesciare i regimi.”

Un ruolo attivo dei Fratelli Musulmani, dunque, che fa pensare ad una strategia decisa a tavolino da paesi lontani. C'entra qualcosa lo storico discorso di Barack Obama del 2009 all'Assemblea generale dell'Onu, quando riferendosi ai paesi arabi dichiarò: ”Mai più guerra per esportare la democrazia?”
 “Lo vediamo oggi che la Fratellanza Musulmana è la vera vincitrice di queste rivoluzioni a dispetto di chi era sceso in piazza e che si aspettava esiti ben diversi. Oggi vediamo quello che accade in Egitto, ci sono molti dubbi. Washington ovviamente ha fatto una scommessa per costruirsi una rete di musulmani moderati che potesse garantire i suoi interessi in quell’area del mondo. Ma è una scommessa che può essere vinta o persa, come del resto avvenne, quando finanziarono i gruppi estremisti islamici in Afghanistan, pur di sconfiggere la ex-URSS, per poi pentirsi di aver dato denaro a personaggi, come Bin Laden,  non  una scelta lungimirante. Il movimento 6 Aprile, che ha dato vita alla rivoluzione di piazza Tahrir, dai documenti che ho trovato, risulta essere parte di un club che è stato creato dal Dipartimento di Stato di Washington e riceve forme di addestramento, finanziamenti, software attraverso un sito www.movement.org. I consigli che sembrerebbe ricevere da hacker, sono dati invece dal governo degli Stati Uniti. Washington ha capito la forza dei social network e la portata dirompente del 2.0. Ne ha fatto un’arma di politica estera, certamente un’arma più intelligente e benvenuta rispetto alle operazioni di esportazione della democrazia con i cacciabombardieri o i carri armati, ma pur sempre un’arma strategica. Oggi l’amministrazione Obama ha deciso di portare la democrazia in una parte del mondo arabo attraverso anche questi strumenti e ci ha investito tanti soldi e risorse, come nel numero delle tante persone che ci lavorano. Anche i social network, dunque, vanno presi con le molle: non è solo un mondo di libertà come è stato tanto decantato, ma è anche quel mondo in cui con l’anonimato si puo’ assistere a manipolazioni. Basti pensare al fatto che esistono software che sono in grado di generare twitter finti, che possono far pensare che c’è una rivolta in corso contro un governo, quando in realtà è solo un programma a generarli, oppure, come abbiamo scoperto che migliaia di adesioni a pagine facebook sono fasulle. Ci sono agenzie, infatti che se vuoi ti creano una serie di follower alle tue iniziative se paghi. Oggi è tutto estremamente sofisticato e mediatico.”

Nel 2001 la nota banca d'investimento americana Goldman Sachs in una relazione a cura di Jim O'Neill, definì per la prima volta con l'acronimo BRIC,  le economie dei 4 paesi che avrebbero dominato l'economia mondiale per il prossimo mezzo secolo, tra cui Brasile, Russia, India e Cina, a cui si aggiunse poco dopo il Sudafrica. Non tutti sono a conoscenza che la stessa Goldman avesse, tuttavia, previsto in una nota, che il BRICS, avrebbe potuto facilmente trasformarsi in BRICTS, individuando nella Turchia un'economia a forte crescita di PIL. Che ruolo gioca, allora, la Turchia in questa vicenda?
 “Qual è il modello? La Turchia, esempio di stato musulmano moderato, che ha rispettato gli accordi con Washington, che ha approvato il gioco democratico e che ha tutelato le minoranze è diventato per gli americani il modello di un islam al potere in maniera moderata e democratica.”

Quali soggetti delle vicende legate alla Primavera Araba possono riconoscersi in questo modello?
 “Il 1° di questi partiti, è quello che ha vinto le elezioni in Tunisia e guida il paese oggi, il Nada, mentre il 2° è il modello dei Fratelli Musulmani Egiziani.”, ma Macchi aggiunge, “in realtà il Nada è cugina dei Fratelli Musulmani, è una grande rete che attraversa tutto il Medio Oriente dalla Siria alla Libia.
La Turchia era un modello, se poi i Fratelli Musulmani saranno o meno ligi a questo, è difficile da dirsi, visto  la complessità della loro organizzazione. Fino a poco tempo fa era un gruppo considerato fuori legge in Egitto e nella Lista Nera dei terroristi per gli americani. Oggi le cose sono cambiate e ci sono molte anime nella Fratellanza Musulmana, i giovani che hanno una apertura mentale diversa verso l’occidente, come c’è una vecchia guardia che, invece, continua a pensarla come il fondatore del gruppo che aveva scritto diversi testi, che prevedevano 5 passi per la presa del potere, il passo 3 era “andare al potere attraverso libere elezioni democratiche”, il passo 5 è “la costruzione di un sultanato islamico mondiale” E' sicuramente una posizione ambigua: c’è una parte di questo movimento che mira a realizzare questo scopo, ma c’è una parte più aperta. Bisognerà vedere cosa fa per convinzione e cosa per tattica.”

Come possono essere letti i fatti degli ultimi giorni, che vedono Morsi attribuirsi poteri al di sopra della legge, nuove rivolte in piazza legate ad un Referendum Costituzionale, per adesso fissato al 15 dicembre, ma non confermato e la pubblicazione di questa Costituzione…
“La costituzione che hanno approvato in Egitto fa pensare male. I diritti individuali, come libertà di espressione, i diritti alle donne non ci sono. Tutto il potere è dato alla religione e non si pensa a chi non è musulmano. Un’altra verità, infatti, è che tanti di quei musulmani che erano in piazza Tahrir non sono islamisti e non vogliono uno stato confessionale. Essere musulmani è una cosa, essere islamisti è un’altra.”

In Libia il primo voto dopo Gheddafi ha favorito i liberali, ma continuano anche qui a crescere le tensioni tra i rappresentanti arabi di matrice laica e gli islamisti. Poi c'è la Cirenaica separatista ed i vari gruppi armati che non accennano ancora a deporre le armi.
 “In Libia le cose sono andate diversamente, ma purtroppo si tratta di un paese in cui ci vorrà tempo per capire cosa succederà. Per il momento è ancora lontano dal costruire un governo forte che controlli l’intera nazione,  ancor in mano ai gruppi armati che hanno fatto le rivolte e che controllano, ognuno, le loro città e le aree, in cui hanno fatto le rivolte.”

In Siria oggi il bilancio delle vittime è di 102 morti per i bombardamenti dell'esercito.
L'attacco più duro è avvenuto su una scuola del campo profughi di al-Wafidin, nella provincia di Damasco. La televisione di Stato ha attribuito la responsabilità dell'attacco ai "terroristi", termine che designa i ribelli, mentre le milizie accusano l'esercito. Intanto i rappresentanti di Ankara spingono la NATO ad intervenire. La Siria rappresenta un territorio minato ad oggi e quali forze, legate alla Primavera Araba, si giocano qui in campo?
 “La vicenda siriana rientra in questo schema, dietro le giustissime richieste di democrazia libertà e riforme che aveva avanzato la gente che era scesa per strada. Per colpa del regime di Assad, che le ha represse nel sangue, si è innescata una lotta armata che oggi vede elementi jihadisti, finanziati dai paesi sauditi ed intenzionati ad importare modelli di regime legati alla Sharia e con un Islam al potere, che non c’entrano nulla con le richieste della gente che all’inizio aveva innescato la rivolta e che rischiano di passare ad un regime che rispetterà ancora meno i loro diritti individuali e le minoranze.“

Tornando alle previsioni di Goldman Sachs, che prevedeva come questi paesi del BRICS avrebbero per il 2050 superato di gran lunga il PIL dei paesi del G6, si può evincere l'idea di una pianificazione delle emorragie rivoltose, che seguono una strategia di investimento economico-finanziaria?

“Le grandi potenze stanno guardando avanti 20-30 anni, a quando le risorse mondiali di petrolio arriveranno a scarseggiare e ci sarà una domanda molto più alta e quindi il petrolio diventerà una ricchezza davvero fondamentale più di quello che è oggi. Non ci rendiamo conto oggi, che sarà allora una guerra durissima tra chi ce l’ha e chi lo vuole, sempre che nel frattempo non si inventi qualche forma di energia che sia veramente sostitutiva rispetto al petrolio.”

Le strategie americane di oggi in Medio Oriente sono interpretabili, quindi, come un posizionamento tattico che guarda alla Cina ed alla Russia? Nel mezzo ci sono anche gli attacchi  di difesa preventiva di Israele e l'Iran, che non sembra cedere nel sostenere la Siria di Assad, nonostante alcuni rumors di trattative con gli americani…
 “Nello scenario internazionale molto è cambiato da quando la Cina ha preso piede in Africa, da quando gran parte delle estrazioni petrolifere di oggi in quell'area vanno alla Cina. Gli Stati Uniti si sono trovati spiazzati ed hanno cercato di recuperare terreno in un’area importante come quella del Medio Oriente.  Lo scenario è sempre quello delle 3 grandi superpotenze, che vede da un lato gli U.S.A., e le grandi potenze emergenti dall'altro, come la Cina e la Russia, che controlla ancora un vastissimo territorio ricco di risorse  ed ha grandissimi poteri. Dentro a questo scenario si colloca anche la guerra intestina tra Sciiti e Sunniti, una resa dei conti che noi spesso sottovalutiamo, e che vede da un lato i paesi sunniti, Arabia Saudita, Qatar, l'intera penisola arabica, alleati degli americani e dell’occidente contro gli sciiti, che sono sostenuti soprattutto dall’Iran, che vuole diventare una potenza regionale, ma che però ha solo un paese al mondo, dove gli sciiti sono al potere al mondo che è la Siria. Siria, che cercano di difendere strenuamente, in parte insieme ad Hezbollah. E' chiaro che in questa chiave vanno letti tutti i veti posti da Russia e Cina alle iniziative dell’Onu, alle iniziative americane ed occidentali.”

Una lotta costante che continua a giocarsi sulle risorse energetiche del paese, dunque.
.”La vera posta in gioco è il controllo di quell'area per le risorse e per il passaggio delle risorse. Attraverso lo stretto di Hormuz passa circa un terzo del petrolio mondiale ed il gas naturale. Sicuramente  le  rivoluzioni, che sono andate sotto il nome di Primavera Araba, sono accomunate dall'elemento dato dalla gente “di dire basta a poteri dittatoriali e corrotti”, ma sono anche parte di un tipo di guerra sofisticata in atto tra le grandi potenze ed i grandi interessi, di cui bisogna sempre tenere conto e questo libro serve un po’ anche a capire questo.”

 

Ilaria D'Adamio

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