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Privati dentro Poste Italiane, proteste e presidi Cronaca

Il Ministero dell'Economia – fino ad oggi azionista unico – ha disposto la cessione del servizio per il 40% ai privati, e tutto farebbe pensare, secondo i sindacati, che questa percentuale sia destinata a crescere. E così, sabato scorso i lavoratori Cobas di Poste Italiane hanno organizzato un presidio in Piazza Repubblica, di fronte alla Coop di Gavinana, in vista dello sciopero nazionale che si terrà il 7 Aprile.

"Privato è voce del verbo privare, cioè togliere – osserva una dipendente – è in corso un'operazione finanziaria che potrebbe mettere a rischio i soldi dei cittadini". Intanto, insieme a questa decisione sembra accompagnarsi la campagna nazionale per la promozione dei buoni fruttiferi postali.
A decretare la  cessione per il 40% è stato il governo Letta con lo scopo di risanare il debito pubblico, "ma questo è soltanto un alibi per procedere alla privatizzazione", è il punto di vista di Edoardo, un altro dipendente.
Privato vuol dire anche, come spiegano i lavoratori,  incertezza e mancanza di garanzie: "Sono a tutt'oggi sconosciuti i modi con i quali tale cessione si attuerà; quali saranno gli acquirenti; quale sarà il futuro dei 150.000 dipendenti e quello del servizio universale di recapito e dei servizi di Bancoposta", si legge nel comunicato stampa. Si teme una divisione dell'azienda in due parti: una che si occupi del recapito e un'altra dei servizi finanziari. Per quanto riguarda il recapito, molti scongiurano la creazione di un contratto di settore che unificherebbe più società e porrebbe delle condizioni al ribasso.

In questi ultimi anni si sono già registrate carenze dovute a scarsità di fondi, come raccontano sia gli esponenti sindacali che i dipendenti: sono state ampliate le zone da assegnare a ciascun portalettere per il recapito di posta, tanto che alcuni non riescono a coprirle interamente ogni giorno; sono state chiuse alcune sedi, mettendo i cittadini – soprattutto i più anziani – in condizioni di difficoltà; il servizio di consegna dei pacchi (incrementato con l'utilizzo di Internet) è stato esternalizzato a Poste s.p.a, un gruppo che fornisce meno garanzie ai lavoratori e stipendi ancora più bassi. Inoltre, le procedure sono lente e macchinose: ad esempio Antonio, portalettere, descrive i passaggi per la consegna di una raccomandata – scannerizzare in ufficio il codice a barre con il palmare (che talvolta si blocca con difficoltà di riavvio), sincronizzarlo, scannerizzare di nuovo al momento del recapito, mandare in stampa la ricevuta tramite bluetooth, scannerizzarla, tornare in ufficio e procedere ad altre due scannerizzazioni e sincronizzazioni. Un processo che rallenta il lavoro e contribuisce alla sfiducia dei cittadini nei confronti dell'azienda.

In ogni caso, osservano i dipendenti, resta inspiegabile il motivo della cessione per un'azienda che ha sempre fatto utili: 26 miliardi di ricavi totali nel 2013, (24 miliardi nel 2012), risultato operativo 1.400 milioni (1.382 nel 2012), utile ante imposte 1.528 milioni (1423 milioni nel 2012), utile netto 1.005 milioni (1.032 milioni nel 2012). Se il governo volesse davvero incassare soldi e fosse questo lo scopo dell'operazione ingresso ai privati, potrebbe in alternativa decidere in un lasso di qualche anno di farsi dare dalle Poste un bella fetta di dividendi, senza complicarsi la vita con una privatizzazione. Senza contare che, con la vendita del 40% del capitale, invece, questi dividendi lo stato dovrà spartirseli in futuro con i nuovi azionisti privati. Dal canto loro, il 7 Aprile i lavoratori faranno sentire le proprie ragioni per il mantenimento di un regime pubblico e della garanzia di un posto di lavoro.

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