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Processo a Cristoforo Colombo: scopritore e conquistatore Cultura

Firenze – Le contestazioni e la rimozione  di statue di Colombo avvenuta in America negli ultimi anni hanno indotto Antonio Musarra  ricercatore e  docente nelle Università di  Firenze e di Genova a ripercorrere le vicende del  navigatore genovese nel recente libro Processo a  Colombo  (ediz.  La Vela  2018 ) non con l’intento di giudicare ma di comprendere.

La figura di  Colombo è sempre stata  controversa per alcune incertezza sulla sua biografia, per come abbia concepito un’impresa che era ritenuta impossibile e anche per aver continuato  a credere di  aver raggiunto la propaggini  dell’Asia quando era ormai chiaro che era approdato in un nuovo continente. Di recente si sono aggiunte  accuse su come avesse trasformato la  “scoperta” in conquista prendendo possesso di quelle terre in nome dei re Cattolici, dando così inizio a quella tragica spirale che all’epoca dei conquistadores portò allo sfruttamento e  al genocidio di molte popolazioni.

Accuse fondate o  indebita attribuzione di comportamenti successivi dei conquistadores di cui Colombo non poteva essere responsabile?  E quanto influì la mentalità dell’epoca  condizionò negativamente il    rapporto con “l’altro”?

 

Questi e altri quesiti sono affrontati  in un libro che è un’analisi approfondita in quanto basato sulle  relazioni dei viaggi e su scritti di testimoni dell’epoca ma è anche di lettura  agile e  accattivante.

In particolare il racconto della la terribile vicenda dei nativi  – una questione affrontata anche da  Franco Cardini  nella prefazione  –  ha un’efficacia narrativa che sospinge a una riflessione su un capitolo di storia che oggi non è  più rimosso ma   è  pur sempre  considerato un aspetto  marginale nella storia dell’ Europa moderna  mentre ne è un  aspetto drammaticamente  centrale.

Abbiamo  cercato di sottolineare alcuni temi trattati nel libro in questa intervista con l’autore.

Come è nata l’idea di questo libro?

L’idea è sorta nell’ambito d’una collaborazione tra il sottoscritto e la Fondazione per la Cultura del genovese Palazzo Ducale – la principale fucina d’idee cittadina –, volta a realizzare i testi per un “processo” fittizio centrato sulla figura storica di Cristoforo Colombo. Dal punto di vista storiografico, la denuncia del volto brutale di quella che, un tempo (complice un certo eurocentrismo), si definiva la “scoperta” e che, oggi, ha assunto, invece, i connotati della “conquista”, ha preso, ormai, campo. Colombo non è più il celebrato sognatore dedito a oltrepassare i limiti del mondo conosciuto, bensì il primo dei conquistadores: colui che avrebbe avuto il (de)merito di dare avvio all’occupazione europea del suolo americano, favorendo – direttamente o indirettamente – lo sterminio di milioni di persone. Ebbene: cosa v’è di vero in queste accuse? Tanto la fiction, quanto il libro hanno posto al centro questa tematica.

In realtà, in Processo a Colombo, lei non processa affatto il navigatore.

È proprio così. L’obiettivo del libro non è quello di “processare” il nostro. Bensì, d’invitare a riflettere. Non è compito dello storico il giudicare. Semmai, lo è il cercare di comprendere. Il volume, anzi, pone sotto una lente d’ingrandimento i tentativi odierni di “processare” Colombo, che hanno portato negli Stati Uniti e in alcuni paesi latino-americani ad addossargli tutte le colpe sino a farne un genocida. Ciò è – storicamente parlando – inaccettabile. Con questo, non voglio dire ch’egli non abbia le proprie colpe. La seconda parte del volume è costituita da un’antologia di testi in cui il navigatore non fa, certo, una bella figura.  Schiavista , pessimo amministratore, egli, però, non pensò mai d’obliare sistematicamente le popolazioni native. Semplicemente, ragionava e agiva come un uomo del suo tempo. 

Un uomo di mare, uno scopritore che diviene un conquistatore. Come avvenne questa trasformazione?

Nei secoli di cui ci occupiamo, “scoperta” e “conquista” non sono che facce della stessa medaglia. I viaggi di Colombo – così come quelli dei portoghesi, e, prima ancora, di genovesi e veneziani – hanno uno scopo prettamente economico; benché non sia estranea loro una forte carica ideale, volta alla propagazione della fede cristiana. Ciò non era altro che lo spirito dei tempi, nei quali – inutile dirlo –, il nostro era pienamente immerso. Non ha più senso parlare, oggi, d’un Colombo medievale o d’un Colombo moderno. Le fonti – i documenti, le cronache, perfino le scritture contabili – ci dicono ch’egli aveva in animo di compiere un’impresa mai tentata prima, se non, forse, dai genovesi Vivaldi, spintisi nel “mare Oceano” nel lontano 1291 con l’intenzione di raggiungere le Indie attraverso una rotta occidentale (probabilmente, circumnavigando l’Africa). Tuttavia, i documenti ci dicono anche ch’egli cercava l’oro e commerciava in schiavi (non diversamente da molti altri; indios compresi). Che comminò mutilazioni e condanne a morte (ma nei confronti dei coloni spagnoli, come mostrano gli atti del processo del 1500). Che si macchiò di crimini autentici nei confronti dei nativi (generalmente, di quelli a lui ostili). Ma che non gli passò mai per la testa di sterminare sistematicamente la popolazione mesoamericana. Questo, semmai, sarebbe venuto dopo.

Conquistatore e addirittura schiavista? Anche se i re cattolici avevano proibito di ridurre gli indios in schiavitù?

La questione non è poi così limpida come potrebbe apparire. Va detto che la morale comune accettava comunemente la schiavitù, che, tuttavia, non era ancora assimilata all’immagine brutale restituitaci dalla piena età moderna. Una città come Genova pullulava di schiavi e, soprattutto, di schiave, che non facevano altro che costituire la servitù domestica. Altri, invece, erano utilizzati per i lavori pesanti. Ma si tenga conto che, ancora alla fine del Quattrocento, gli uomini da remo – salvo qualche sporadico caso – erano liberi, regolarmente stipendiati. La schiavitù, dunque, esisteva; la condizione d’illibertà, d’indisposizione della propria persona, era qualcosa di reale, e tale sarebbe rimasta a lungo. Ma tale pratica era ampiamente accettata. Naturalmente, esistevano dibattiti in proposito, e remore, come quelle della regina Isabella, relegate, tuttavia, agli strati colti – dunque, minoritari – della società. Da questo punto di vista, è piuttosto emblematico l’atteggiamento del domenicano Bartolomé del Las Casas; il “protettore degli indios”.

Furono, infatti, le sue denunzie a spingere Carlo V alla promulgazione delle Nuevas Leyes, mediante le quali, gli indios furono dichiarati vassalli della Corona, che s’impegnava a proteggerli all’interno di apposite reducciones.  Il domenicano, tuttavia, pare avesse suggerito all’imperatore, quantomeno inizialmente, di sostituire i nativi americani – troppo simili agli abitanti delle isole prospicenti le coste marocchine e portoghesi – con degli schiavi neri della Guinea!

Colombo pensò fino all’ultimo di essere arrivato alle estreme propaggini dell’Asia, quindi nei domini del  Gran Khan o di Cipango. Eppure,  insistette per ottenere la nomina a Viceré delle terre che avrebbe scoperto. Come si spiega? 

In effetti, ciò potrebbe apparire una contraddizione. Il 17 aprile 1492, a Santa Fé de la Vega de Granada, Cristoforo stipula un accordo con i Re Cattolici noto come Capitolaciones, ottenendo il titolo di Ammiraglio, trasmissibile agli eredi maschi, e quelli di Viceré e Governatore di tutte le isole e terreferme «que por su mano o industria se descubrieren e ganaren en las dichas mares Oceanas», oltre al decimo di tutti proventi eventualmente ricavati, tolte le spese necessarie, dalla vendita dei beni rinvenuti – perle, oro, argento, spezie o altro – e al diritto di partecipare per un ottavo alle spese di tutte le spedizioni future, così da ottenere un ottavo dei profitti. Oltre a ciò, il nostro avrebbe avuto facoltà di proporre tre nomi alla Corona ogni qual volta questa si fosse trovata nella necessità di scegliere dei funzionari; sarebbe spettata a lui, inoltre, o al suo «teniente», ogni competenza giudiziaria. Tutto ciò – al pari, del resto, della sicurtà con cui il navigatore si appresta all’impresa – si spiega postulando l’esistenza d’indizi tali da non poter essere ignorati, riguardanti, come minimo, l’esistenza d’isole ulteriori oltre le Canarie, oltre Madera, forse abitate. Non era raro che arbusti, legname e, forse, cadaveri fossero avvistati a occidente. La testimonianza di qualche marinaio del luogo dev’essere stata decisiva. Del resto, non è, certo, un caso se, nel corso del Cinquecento, vi sarebbe stato chi sosterrà che Colombo avesse ricevuto informazioni certe da un fantomatico «piloto desconocido», partecipe d’una precedente spedizione, nel corso della quale erano state avvistate alcune isole. In realtà, tale diceria andò sviluppandosi in un periodo in cui la Corona tendeva ad arrogarsi il merito della scoperta, cercando di mettere in cattiva luce l’Ammiraglio. La prima ipotesi, dunque, mi pare più ragionevole.

Perché v’era questa spasmodica aspettativa di trovare l’oro?

Nel Giornale di bordo, Colombo fa costante riferimento all’oro. Lo fa a partire dal “secondo giorno”: il che è tutto dire. La ricerca di miniere aurifere diventa un’ossessione, accompagnata dalla convinzione che il suo reperimento possa favorire la riconquista di Gerusalemme. Il motivo primario, a ogni modo, è prettamente economico: Colombo deve dimostrare ai reali di Spagna la bontà del loro investimento. Di qui, la sua ricerca. È solo a seguito della constatazione della sua scarsità che ha inizio il commercio schiavistico. Il viaggio va monetizzato; in caso contrario, si rivelerebbe inutile. Nella Carta a Luis de Santàngel (15 febbraio 1493) – tra i primi annunci della scoperta –, il navigatore traccia, dunque, un vero e proprio programma di sfruttamento delle Indie, collocando sullo stesso piano oro, spezie, prodotti della terra e uomini: «Le Loro Altezze possono vedere com’io procaccerò tutto l’oro di cui avranno bisogno, per poco che sia l’aiuto che le Loro Altezze mi daranno; e spezierie e cotone quanto le loro Altezze comanderanno, e mastice quanto ordinassero di caricare e di qualità quale sinora non si è trovata se non in Grecia, nell’isola di Chio, e la Signoria [di Genova] lo vende al prezzo che vuole, e legno di aloe, quanto ordinassero di caricare, e schiavi quanti vorranno che se ne imbarchi, e questi saranno scelti fra gli idolatri. L’auri sacra fames, del resto, fa pienamente parte dello spirito dei tempi. Dopo il genovese, non partiranno, forse, a decine alla ricerca dell’Eldorado?

Quali, infine, i reali motivi per cui Colombo cadde in disgrazia?

Senza dubbio, il motivo principale è da ricercare nel tentativo, da parte della Corona, d’ottenere il pieno monopolio della scoperta. Ciò è massimamente evidente dalle carte del processo subito da Colombo nel 1500. Diciamocelo: il giudizio sul navigatore è già scritto in partenza, nel momento stesso in cui l’inchiesta è posta in essere. Ai Re Cattolici interessa annullare le concessioni contenute nelle Capitolazioni del 1492. Perché? Ebbene: non è casuale il fatto che, proprio allora, il nostro torni a guardare a Genova, e che in una lettera inviata dai francescani di Hispaniola al potente cardinale Cisneros, i Genovesi siano definiti col termine “faraoni”. A costoro, l’Ammiraglio avrebbe voluto, forse, consegnare l’isola. L’invio di lettere al Banco di San Giorgio e la vicinanza con alcuni genovesi, come Bartolomeo Fieschi, portano a ritenere, dunque, che la Corona temesse che la potente lobby finanziaria genovese si accaparrasse, attraverso il conterraneo, i maggiori frutti della scoperta. Le azioni di cui Colombo si macchiò potrebbero rientrare, dunque, in un quadro di tensioni ancora tutte da mettere in luce.

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