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Produttività, Sant’Anna: “Il Jobs Act toglie competitività” Economia, Opinion leader

Firenze – Jobs act e riforma Fornero sotto la lente del Sant’Anna di Pisa. Tre ricercatori – Dario Guarascio, Marta Fana e Valeria Cirillo – vogliono capire cosa hanno realmente prodotto le recenti “rivoluzioni” del mercato del lavoro italiano in termini di distribuzione e qualità dell’occupazione. E faranno rotta sul Veneto per valutare con modelli econometrici gli effetti della decontribuzione introdotta dal Jobs act sulla struttura occupazionale. L’ipotesi di lavoro è che le riforme che si sono succedute in Italia in questi anni abbiano contribuito ad acuire in modo quasi irreversibile il gap di produttività che ci separa dai Paesi forti e a dare il colpo di grazia al nostro sistema industriale più pregiato.

La ricerca si inserisce nel quadro del progetto internazionale ISIGrowth dell’Ue, di cui l’Istituto toscano è capofila insieme a numerose università europee. Il focus del progetto è l’analisi e la proposta di modelli innovativi per superare la crisi in Europa. «A livello scientifico tutti si accorgono degli effetti deleteri che i modelli di riforma del mercato del lavoro che hanno interessato il sud Europa e ora la Francia, hanno effetti disastrosi sul lungo periodo» dice Dario Guarascio. Ma poi quando queste stesse élite accademiche si mettono a servizio del mondo politico, cambiano misteriosamente pelle e opinioni…

Guarascio, tutti i Paesi del sud Europa – Portogallo, Spagna, Italia, Grecia – hanno adottato modelli di riforma del mercato del lavoro che si fondano sull’accentuazione della flessibilità in funzione anticrisi. Ora anche la Francia. Sbagliano tutti?

“Il fil rouge che lega queste esperienze, pur con diversa accentuazione, è la componente “deflazionistica”, ossia una compressione dei costi ottenuta schiacciando il lavoro, i salari e con l’espulsione dei lavoratori al processo produttivo. La Germania a dire il vero, lo ha fatto per prima, con la grande differenza però che questa non è mai stata l’unica arma per riparare i guasti della crisi. La Francia arriva adesso, proponendo un modello non identico al nostro, ma con finalità simili: favorire gli straordinari, i licenziamenti e la contrattazione decentrata, che toglie potere contrattuale ai lavoratori. Questo modello in Europa effettivamente avanza e si diffonde, nonostante le contraddizioni che sono sotto gli occhi di tutti”.

Sotto gli occhi di chi, in particolare?

“Guardi non c’è un Report del Fondo monetario internazionale o della Banca mondiale che non contenga la raccomandazione di evitare politiche tese all’indebolimento delle tutele e della rappresentanza sindacale perché questo ha effetti deleteri sul piano macroeconomico. Ad esempio si ripercuote immediatamente sul lato della domanda e dei consumi. Queste cose vengono dette in ambito scientifico, ma poi quando si entra nel mondo delle élite politiche tutto si trasforma…”.

Perché questa cecità politica così diffusa secondo lei?

“Perché molto semplicemente ci sono in ballo interessi economici che guardano unicamente sul breve: mirano a comprimere salari, occupazione senza neanche tentare un “patto fra produttori” in una logica di più lungo periodo. Il mondo economico non può sopravvivere penalizzando una componente. Anche Hollande sta sbagliando, e a livello accademico se ne rendono conto tutti…”

Eppure sono vent’anni e più che il dibattito economico europeo loda la flessibilità, condannando le “rigidità” come un retaggio novecentesco…

“Nel dibattito flessibilità sì/no si è utilizzato il modello dei paesi scandinavi, che proprio non si può neanche lontanamente paragonare al nostro! Lì è facile entrare e uscire dal lavoro, ma le reti di protezione sociale hanno immense risorse dedicate alle politiche attive per formare i lavoratori ed evitare che perdano le competenze acquisite. Questi modelli facilitano il licenziamento, ma non abbandonano il lavoratore al proprio destino. Prenda invece ad esempio il lavoratore italiano che viene licenziato. Non si investe in riconversione, istruzione, formazione, ergo il Paese si posiziona sempre di più su imprese a basso contenuto tecnologico o su servizi scarsamente qualificati. È inevitabile…”.

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