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Progettazione partecipata, a Firenze si riparte dalle case minime di Luigi Bicocchi Breaking news, Cultura, Opinion leader

Firenze – Un libro, un diario, una modalità di progettazione, un progetto, un’ “inchiesta”. Soprattutto, la storia concreta di uno degli esperimenti più interessanti compiuti a Firenze negli anni ’70: la nuova pubblicazione del Centro Di, “Luigi Bicocchi. Una progettazione urbana partecipata. Firenze 1971-1973”, è tutto questo, ma è anche qualcosa di più. E’ soprattutto la realizzazione di un punto, un punto che è a un tempo tirare le fila e tappa di ripartenza.

La presentazione del lavoro svolto che si compendia nella pubblicazione, è stata tenuta ieri sera, 28 novembre, alla Bibliotecanova del quartiere 4. Molti dei protagonisti dell’“esperimento”, che riguarda uno degli esempi più alti di architettura partecipata, erano presenti, portando come contributo non solo i ricordi di quello straordinario tentativo di coniugare impegno politico e sociale con la naturale vocazione dell’architettura “pubblica” di farsi “vita” quotidiana delle persone, ma anche e soprattutto la temperie in cui quell’esperienza è maturata. Così, gli interventi di Chiara Giunti, dei “facitori” del video delle interviste, Antonio Frazzi e Giampiero Gabelli, quello di Moreno Biagioni e di Giorgio Pizziolo, che seppure indirettamente hanno condiviso, negli stessi anni, la medesima strada di professionalità e impegno sociale e politico, hanno rimesso sul tavolo alcuni principi di oggettiva contemporaneità, non ultimo quello della natura dell’architettura, che come strumento “interagente” con la quotidianità, non può dirsi neutra. Anzi.

Un “anzi” che diventa evidente nel metodo e nelle immagini del video ritrovato che contiene parti di interviste con il popolo delle case minime di Casella-Rovezzano. Uno strumento innovativo, per l’epoca, che consentiva, come spiegano i protagonisti, di fare entrare con immediata verità sulla scena della progettazione i “fruitori finali” del progetto. Progetto che non solo dava concretezza al principio dell’architettura come scienza che nasce (può nascere) dal basso, coinvolgendo i soggetti fruitori, ma che produce anche esiti di straordinaria innovazione e qualità. Tant’è vero che il progetto scaturito dall’esperimento, con le sue case disposte a ventaglio, con il verde avvolgente non diviso in aiuole e giardinetti, con il suo espellere le auto (messe tutte in sotterranea) dagli spazi della vivibilità comune, realizza uno degli esempi più significativi di rispetto-creazione del paesaggio, di funzionalità dell’insieme, fondandosi sul principio basilare dell’organicità del corpo totale.. Un tratto che rappresenta, come sottolinea nel suo intervento Giorgio Pizziolo, uno scatto, un lampo presago verso il futuro. Un lampo che, purtroppo, pur accolto dal Comune di Firenze, che stanziò anche le risorse per realizzarlo, rimase lettera morta, condannando così all’oblio uno dei momenti più significativi di una stagione che, sebbene offuscata dagli anni di piombo che seguirono, riuscì, sebbene episodicamente, a consegnare alla storia momenti in cui “il popolo” divenne davvero protagonista della sua storia.

Di Luigi Bicocchi, l’architetto motore e anima dell’esperimento, non possiamo non ricordare la lunga carriera di architetto e la figura più generale di uomo di cultura. Ma in particolare, come testimonia nell’introduzione Chiara Giunti, protagonista anch’essa del work in progress in cui si tradusse la precisa scelta dell’architettura partecipata che dette luogo al progetto, vogliamo ricordare che il punto d’avvio dell’intera attività venne all’architetto dalla sua posizione critica rispetto all’edificazione popolare di casermoni in cui “buttare” gente, che era all’epoca non solo prassi comune, ma veniva utilizzata dalla stessa Urss e dunque da Cuba, come de visu ebbe occasione di sperimentare Bicocchi. Una posizione contro cui la risposta più alta si ebbe proprio con il rendere “la gente” protagonista della propria casa (intendendo con questo termine tutto ciò che “avvolge” la casa: dai servizi al verde ai luoghi di socializzazione). E quindi, protagonista del proprio destino.

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