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Psicanalisi: i 25 anni di Opifer nel ricordo di Sergio Caruso Opinion leader

Firenze – Pubblichiamo il testo dell’intervento di Rita Bruschi, psicoanalista e terapeuta familiare e di coppia nonché saggista (ha scritto con Gregorio De Paola un saggio su Giuseppe Conte) tenuto nel corso del XVIII convegno di Opifer, l’organizzazione psicoanalisti italiani) che quest’anno si è celebrato in ricordo di Sergio Caruso, uno dei cofondatori della fondazione che ha guidato per lungo tempo.

Ho conosciuto Sergio alla fine degli anni ’90, quando Marco Bacciagaluppi mi ha introdotto in Opifer. E’ scattata subito una reciproca simpatia, corroborata poi anche dalla stima per le rispettive iniziative culturali. La notizia del suo decesso mi ha profondamente addolorato perché pensavo – ma era anche un po’ che non lo sentivo – che avesse sconfitto la malattia, cosa che purtroppo non è stata.

Conserverò sempre di lui un’immagine buona e gradita, e avverto giusto darne testimonianza nel convegno che ci raduna a 25 anni dalla nascita di Opifer, l’associazione a cui egli ha dato, come tutti sanno, un notevole contributo fin dalla stesura dello Statuto.

Quale immagine mi resta di Sergio: l’arguzia, l’intelligenza, la cultura; lo spirito fine, la capacità di divertirsi davvero, fra semplicità e distacco dalle cose gravi, ma anche la capacità di scendere in profondità e dettaglio nell’attività intellettuale, accompagnata da grande capacità didattica ed esplicativa.

Quando il suo affrontare un determinato tema dava luogo a una pubblicazione, si poteva star certi di trovarvi tutto quanto utile a padroneggiare l’argomento, sia dal punto di vista della ricostruzione storica sia da quello del costante tentativo di formulare interrogativi critici, stimoli intellettuali produttivi di risposte alternative e feconde, espressione di una ricerca mai paga dei risultati raggiunti.

Sapeva che le semplificazioni avvincono, e sapeva servirsene per condurre alla profondità. In occasione della presentazione del suo libro Homo oeconomicus presso la Scuola Superiore Sant’Anna a Pisa, nel maggio 2013, mi coinvolse e ne uscì un’interessante occasione di confronto multidisciplinare fra filosofi, sociologi, pedagogisti e psicoanalisti, in linea con il suo modo di procedere nella conoscenza: coinvolgente, inclusivo e schiettamente multidisciplinare.

Posso dire due parole su questo. Come è noto, la nozione di homo oeconomicus è divenuta un modello da applicare a tutti i comportamenti sociali, come se ogni azione, per essere razionale, dovesse rispondere al criterio del calcolo economico.

Dunque l’individualismo utilitarista connota la razionalità in termini strumentali, come una ‘razionalità calcolante’ imperniata sul rapporto mezzi/fine.

Secondo quest’ottica l’interesse produce azioni più prevedibili e automatiche che non il riferimento a valori o il comportamento passionale. Altri tipi di motivazione sono visti come residui di idealismo morale, forme irrealistiche che non si misurano con “l’uomo così com’è”.

Tale visione riduzionistica dà luogo ad una antropologia fuorviante, ma anche avvilente, e pochi possono saperlo meglio di uno psicoanalista.

Le diverse dimensioni del comportamento umano (biologica, psicologica, sociale, politica, economica, creativa, artistica, etica, religiosa, ideale) non possono certo essere ricondotte ad un’immagine onnicomprensiva e meccanica.

Al contrario, appare indispensabile dare spazio alla reciprocità, in senso simbolico, e in generale a quella dimensione intangibile dei rapporti che fanno accedere a “beni” che non potrebbero essere ottenuti in maniera diversa.

Questo ovviamente apre al tema del dono, quanto mai complesso da afferrare, poiché non può essere totalmente invisibile e disinteressato e nemmeno nient’altro che uno scambio camuffato di equivalenti.

Semmai il dono instaura un “libero legame di corrispondenza”, il cui valore di legame, appunto, può essere colto nell’interesse che crea al senso della relazione che la circolazione instaura.

Ogni azione donativa è “interessata” a stabilire un rapporto, un legame vissuto. Questa declinazione interpretativa, questa consapevolezza, indirizzano ad un ripensamento delle strutture profonde del comportamento umano.

Comportamento al cui studio Sergio si è dedicato tutta la vita, potremmo dire, spaziando dalle dinamiche individuali, interiori, profonde, a quelle collettive, sociali e politiche, mostrando di padroneggiare, sempre però con l’umiltà del vero ricercatore, un ventaglio di conoscenze quanto mai ampio.

I suoi contributi rimarranno a lungo capaci di indicare promettenti percorsi di integrazione delle varie riflessioni antropologiche, sull’essere umano, in grado di prospettare utili ipotesi di lavoro volto al miglioramento qualitativo, per tutti, della umana convivenza.

Vorrei a questo proposito ricordare di lui anche il lavoro di sensibilizzazione civica relativo al dialogo fra le religioni e alla promozione di una cultura della pace, in autentico spirito democratico.

E dunque anche il suo ultimo libro, Per una nuova filosofia della cittadinanza, in cui egli mostra come sia possibile riformulare il concetto di cittadinanza in maniera diversa dal consueto: non più solo come un insieme statico di diritti e doveri legati all’appartenenza del soggetto alla comunità politica, ma anche come fascio di funzioni sociali, che esigono un riconoscimento nella sfera pubblica, e come forza collettiva emergente, potenzialmente interessata al crescere di nuove forme di democrazia a ogni livello.

Mi piace concludere questo breve ricordo con una sua immagine intima, una poesia, che ha lasciato sul suo sito, un prezioso autoritratto di quest’uomo complesso e semplice, alto ma sempre alla statura dell’interlocutore, intellettuale – e quindi capace di astrazioni – ma anche sensoriale, amante dei cocktail, come me, cioè dell’intelligenza di creare fragranze da mescolanze, talora ardite, ma sempre meritevoli di esplorazione. Perché la creatività nasce da esse.

 

Mangiare il sole 

adesso vi confido un segretuccio

faccia al sole che splende

amo chiudere gli occhi e spalanco le fauci

le lascio riempire di luce

mi scalda la gola la luce

ne gusto il sapore

esultanza di mandorle e cannella

e quando più non ce ne sta

me la inghiotto la luce in un solo boccone

siamo pochi, pochissimi a saperlo:

che il sole si mangia, e quanto è buono

Ciao Sergio

Foto: Sergio Caruso

 

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