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“Pugni di zolfo” al Teatro Puccini Spettacoli

Crescevano storti e venivano trattati come schiavi i “carusi” (ragazzi, in siciliano) impiegati nel lavoro in miniera alla fine dell’Ottocento. L’attore Maurizio Lombardi nel suo spettacolo “Pugni di zolfo”, in scena al Teatro Puccini, interpreta un pugile siciliano che, rimasto solo nel suo spogliatoio dopo essere stato sconfitto in un incontro, ricorda la sua infanzia ed il dramma dei bambini che morivano nelle “zolfare” (miniere di zolfo). È un pretesto per raccontare una realtà triste e stupida che in alcuni luoghi contribuisce ancora oggi ad aumentare la mortalità infantile. Per raccogliere lo zolfo, infatti, venivano mandati nelle miniere bambini tra i 7 e i 12 anni che, per la loro statura mingherlina, meglio potevano rimanere sottoterra (questo grazie alla legge sul lavoro minorile dell’11 maggio 1886 che stabiliva il limite a nove anni). Molti di questi ragazzini morivano sotto l’esplosione delle mine o crescevano con gravi degenerazioni fisiche e psichiche.

Maurizio Lombardi veste i panni del pugile Vincenzo Barrisi: in un monologo sanguigno, recitato con un dialetto siciliano ben pronunciato, racconta come anche lui sarebbe stato destinato a “travagliare” nella miniera, dove era morto lo zio Vito, se la madre non lo avesse mandato a Palermo con la “corriera”. Tutti i familiari vengono evocati dallo stesso interprete che ne assume la fisicità e la voce rendendo lo spettacolo articolato e variegato con il solo uso della sua arte d’attore intorno ad un tavolo di legno (unico elemento scenico). Il testo è ispirato dalla poesia “A li matri de li carusi”, presente nella raccolta “La peddi nova” (1963) del poeta di Bagheria (provincia di Palermo) Ignazio Buttitta, invito alle madri a non mandare i figli a morire nelle miniere: versi che Lombardi mette in bocca alla nonna (interpretata delicatamente da lui stesso) in forma di preghiera o “nenia” da ripetere ogni sera, inseguito alla morte del figlio rimasto sotto le macerie di una mina esplosa.

Tre cambi di scena minimali e repentini, ma ricchi di intensità: l’attore inizia lo spettacolo seduto sul tavolo (lo spogliatoio), sotto il quale si sposta quando i ricordi affiorano nella loro concretezza ed allora, circondato da candele, rievoca l’ambiente buio e claustrofobico della miniera. In finale l’attore mima un incontro di boxe, illuminato da quattro fari di una luce rossa abbagliante: è un’ombra scattante, senza volto, che si dimena in un combattimento estenuante. Le sue mani alzate al cielo in segno di vittoria non sono solo quelle di un campione sportivo, ma di colui che è scampato al pericolo di una sorte avversa. In sala alla prima dello spettacolo, a complimentarsi con il bravo attore, il Campione Europeo dei pesi welter Leonard Bundu.

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