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Quando i “folli di Dio” andavano in via Capponi Opinion leader

Firenze – Anche Firenze ha una strada legata indissolubilmente alla sua storia politica e culturale recente. Certo non ha l’eco internazionale del Boulevard Saint Germain dei pittori e poeti parigini, o della Bloomsbury Square di Virginia Woolf e John Maynard Keynes, ma rappresenta la straordinaria esperienza dello spirito fiorentino quale si espresse, nei due decenni successivi alla seconda guerra mondiale,  nella sua componente religiosa.

Mario Lancisi, per tanti anni giornalista del Tirreno, scrittore e storico, studioso della vita e delle opere di don Lorenzo Milani consegna via Gino Capponi all’eredità di idee, immagini, battaglie, personalità diverse ma dominate da passioni civili e profonda fede, che ha lasciato quel tempo della “germinazione fiorentina” come la definì Giorgio La Pira. “Le vie sono l’anima segreta non solo di una città, ma anche di una persona e devono sapersi osservare, indagare”, scrive l’autore che in una sera di fine luglio 2015, ultimo giorno di lavoro prima dell’inizio della pensione, decide di “raccontare la storia di via Capponi come centro di gravità della follia religiosa di un certo cattolicesimo fiorentino”.

Quella strada collega piazza della Santissima Annunziata con piazza Isidoro del Lungo  e il viale Matteotti in vista di Piazza Savonarola. Dalla basilica dei Servi di Maria alla statua del domenicano ferrarese, priore del convento di San Marco grande predicatore e assertore di un rinnovamento della Chiesa che i seguaci dei Medici vollero arso in Piazza della Signoria.

In via Capponi, dove soggiornarono nelle loro tappe fiorentine Giacomo Leopardi e Alessandro Manzoni, c’era la sede di Testimonianze, la rivista fondata da Padre Ernesto Balducci (al numero 36), quella di Cultura, centro  politico ed editoriale dei fratelli Gianni e Giorgio Giovannoni stretti collaboratori di La Pira (al numero 30) e, all’interno di Palazzo Capponi (al numero 26), la storica casa editrice di Enrico Vallecchi.

In fondo alla strada, c’era il convento delle Suore di Maria Riparatrice, dove un altro collaboratore del Professore, il latinista e grecista Dino Pieraccioni organizzava una messa per i giovani. Lì soggiornò il cardinale Ermenegildo  Florit, che per incarico superiore e per lo spirito dei tempi, in questa storia ebbe il ruolo infelice, come infelice si disse lui stesso nel rappresentarlo, di antagonista che “normalizzò” l’anomalia fiorentina.

La Pira viveva in una delle celle di San Marco, mentre all’Annunziata furono attivi per lunghi periodi Padre David Maria Turoldo e Padre Giovanni Vannucci. A poche centinaia di metri da Piazza Savonarola, in via Masaccio c’era la casa di Alice Weiss, madre di don Lorenzo Milani che lì vi morì di una forma di leucemia il 26 giugno 1967.

Da questa intuizione nasce il libro appena uscito per i tipi delle Edizioni San Paolo “I folli di Dio – La Pira, Milani, Balducci e gli anni dell’Isolotto” che Lancisi dedica a quel mondo e a quella stagione, proponendo al lettore non solo le figure leader citate, ma l’intero gruppo di laici e ministri della Chiesa, che con loro collaboravano.

Visti tutti insieme i frequentatori del “chiostro dei folli di Dio”, secondo la definizione dello storico Alberto Melloni, quelli che vogliono “buttare il cappello per aria” un’espressione di don Renzo Fanfani, si resta colpiti dalla comunanza e dalla densità di idee, volontà, passione e impegno. Sempre Melloni lamenta l’assenza di una “biografia collettiva” dato che “il pensiero di ciascuno di loro è reso possibile dalla compresenza degli altri in un dinamismo di tensione e stima, di ricerca e più spesso di insofferenza o di sopportazione l’uno dell’altro”.

Senza pretendere di colmare il vuoto, Lancisi si propone di ricostruire e raccontare questa rete di rapporti vasti e ramificati, avvantaggiato dall’aver fatto parte di questo mondo prima da studente universitario nella redazione di Testimonianze, a contatto costante con padre Balducci, e poi come testimone e cronista degli eventi che li riguardarono.

Ci sono davvero tutti.  Gli esponenti della Sinistra democristiana guidati da Nicola Pistelli che ebbe “un ruolo fondamentale per conferire a La Pira una dimensione politica”. E poi, nelle definizioni dell’autore, il senso di don Giulio Facibeni e dei preti della Madonnina del Grappa per la carità; il misticismo e la contemplazione di don Divo Barsotti; l’inquietudine teologica di don Luigi Rosadoni; la vocazione missionaria di don Renzo Rossi; la cultura come empatia delle anime di don Raffaele Bensi; la tuta blu di preti operai di don Fanfano e don Bruno Borghi e il seminario di mons. Enrico Bartoletti e di don Gino Bonanni.

Personaggi che mantengono un loro posto importante e indiscutibile nella storia della Chiesa fiorentina pur nelle loro scelte personali di rottura definitiva come quella di don Borghi che ha lasciato il sacerdozio. C’è però un’altra parte della storia che non ha trovato ancora ricomposizione e riconoscimento ufficiale. L’Isolotto di don Enzo Mazzi che se n’è andato senza applausi: “Peccato, perché a ben vedere la sua vita, la storia della sua comunità e dei suoi strappi sono quanto di più attuale ci possa essere oggi nella Chiesa e nella società italiana. Da diritti civili calpestati ai poveri umiliati. dai popoli oppressi agli effetti devastanti della globalizzazione”. Così, le ceneri di don Mazzi “galleggiano nel cielo della Chiesa fiorentina come memoria rimossa o utopia senza futuro”.

“E su tutti don Milani che con le sue Esperienze pastorali anticipa il Concilio e il papato di Francesco”, che il 20 giugno 2017 a Barbiana mise definitivamente la parola fine all’ostracismo che la Chiesa ufficiale aveva imposto su colui che aveva liberato la scuola dai lacci classisti e discriminanti. Per il Pontefice il priore di Barbiana è “un credente innamorato della Chiesa anche se ferito e un educatore appassionato”.

Con la sua visita – ancora Lancisi  a conclusione del libro (in appendice due interviste di grande spessore sul senso della vita a padre Balducci e a Mario Luzi) – Papa Francesco trasforma evangelicamente Barbiana da pietra scartata da costruttori in pietra d’angolo della Chiesa del futuro”.

Il libro si apre con un incipit che riposta una lettera inedita che Padre Turoldo scrisse nel 1959 ad Anna Meucci. Si tratta di una sorta di mirabile sintesi delle idee dei folli di Dio, del loro impegno riformatore della Chiesa e della società italiana. La lettera è conservata negli Archivi dei Cristiani Toscani del Novecento (Arcton).

Foto: Padre David Maria Turoldo

 

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