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Quando suona la campana Opinion leader

Mi trovo d’accordo con i pezzi di Vito Mancuso, Adriano Sofri e Severino Saccardi che aprono, ciascuno da un particolare angolo prospettico, alcune crepe, interrogativi, dubbi sul pensiero  dominante e  politically correct  che alla fine, dopo varie considerazioni di pietas e sul percorso di dolore e di delusione dell’autore de  Il sarto di Ulm, conclude inevitabilmente all’incirca così :  “comunque è stata una sua libera scelta, e  non ci si può fare niente, è andata così e va rispettata” . Anche se spunta qua e là un “ogni tanto glielo dicevamo dai, reagisci …” e ancora viene fuori anche in coda , piccolo piccolo, qualche “quello che non mi perdono è di non avere fatto abbastanza per fermarlo , ma pazienza, è andata così…E d’altronde era anche narcisista, algido, ostinato ”.
Mi trovo d’accordo con tutte le crepe aperte dai suddetti articoli su questa autodefinentesi accettazione laica e stoica  del diritto di autodeterminazione. E allora, mi si può chiedere, perché intervieni anche tu?
Perché c’è qualcosa di residuale che a distanza di cinque giorni da questa notizia continua a disturbarmi, a turbarmi, una serie di immagini , nella narrazione di  questa particolarissima “cronaca di  una morte annunciata” ( ben diversa da quella di Garcia Marquez); immagini che non se ne vanno,  che spingono a forza nel  chiedere vari perché, a tirare per la giacca la coscienza e la scienza.
Rileggiamo bene dalla bella penna di Simonetta Fiori su Repubblica  nell’articolo-annuncio di martedì 29 novembre: “ A casa di Lucio Magri , in attesa della telefonata decisiva. E’ tutto in ordine in Piazza del Grillo …niente sembra fuori posto…In cucina Lalla, la cameriera sudamericana, prepara il Martini con cura, il bicchiere giusto, quello a cono, con la scorza di limone. Cosa stiamo aspettando? Che qualcuno telefoni, e ci dica che Lucio non c’è più” “…Da quella casa Magri s’ è mosso venerdì sera diretto in Svizzera” . Prima : “…Il lunedì mattina appare sereno , lucido, determinato. Ha scelto, e dunque il più è fatto”…( “ha scelto, dunque il più è fatto”…  “ Aspettando l’ultima telefonata, a casa Magri. Lalla, la cameriera , va a fare la spesa per il pranzo, vi fermate vero a colazione ? E’ affettuosa ,  Lalla, ha ricevuto tutte le ultime disposizioni dal padrone di casa. No, non ha bisogno di soldi, ci sono quelli che lui le ha lasciato”…. “Poi la telefonata… Ora è davvero finita”.
Rileggo : “ Lunedì  ha scelto e dunque il più è fatto”. “Da quella casa  Magri s’è mosso venerdì sera”  Quattro giorni … Qualcuno è corso da lui, in questi quattro giorni, che è successo, è questo il crinale dove s’ infrange la cultura del  grande solidarismo della sinistra storica, del mutuo soccorso?   E gli amici ? E  la figlia ?
Eppoi rileggo della casa dove “tutto è in ordine…Lalla prepara con cura i Martini…Vi fermate vero per colazione?” . In attesa della partita. 
Non lo so, ma mi vengono in mente le immagini di ”Lettera aperta a un giornale della sera”, quegli intellettuali di sinistra descritti dal Grande Citto Maselli, oltre quarant’anni fa , fermi in un’impasse un po’ onanistica, un po’ impotente.
Eppoi mi viene in mente l’immagine di Vincenzo Muccioli, controverso personaggio, per alcuni sulfureo, ma che quando uno dei suoi ospiti a San Patrignano aveva voglia di farla finita, in preda alla scimmia autodistruttiva della tossicomania, comunque se lo prendeva tra le braccia e stava così con lui tutta la notte, lottando con tutti gli sconquassi  dell’altro, facendosi sconquassare, un corpo a corpo feroce, fisico. Fisico..”. Qualcuno ha toccato Magri ? C’è  chi l’ha preso forte tra le braccia? Che ha lottato visceralmente ,col corpo e con l’anima, con i suoi sconquassi? Le parole da sole non contano niente, conta il contatto, anche il calore delle parole, l’empatia, il soffrire con, il rischiare di morire con , ma per tentare (almeno tentare) , di riemergere dal gorgo assieme , fino in fondo. Fino “a fondo” , se è il caso.…

Sono il giorno dopo , mercoledì sera,  a casa del mio amico Paolo Vannini , filosofo, animatore e critico letterario,un laico totale , tradizionale sodale e lettore del Manifesto, sempre molto misurato nel pensiero e nel linguaggio ; e mi sorprende Paolo,non l’avevo sentito mai così accalorato, nell’esternazione impetuosa , accorata  con cui commenta la morte di Magri : “ Io sbaglierò, forse non sarei corretto, ma , se fosse stato un mio amico, se avessi avuto la possibilità di quattro giorni, lo avrei fermato, in ogni modo , anche a costo di legarlo con solide funi”.
E penso anche a quell’altro mio amico , Nino: di fronte a un collega , il quale – prima tradito dalla moglie,  poi  messo fuori di casa per separazione imposta, perso l’affidamento congiunto dei figli, con tutti i suoi beni aggrediti , compresa l'auto – voleva uccidersi in ogni modo.  Nino non lo lasciava un istante , lo portava sempre con sé, anche in famiglia, a pranzo, a cena, con quello dapprima catatonico, poi un po’ più attivo, e così per un anno intero, finché non uscì fuori dal tunnel.
Rileggo la cronaca di questa “cerimonia degli addii” . Rivedo i passaggi, tutto ordinato, tutto perfetto, tutto corretto, ragionevole, civile, tutto sinceramente agghiacciante. Ma dove siamo arrivati? Come ci siamo arrivati? Cosa ci sta succedendo ? Si parla di atteggiamento stoico, di rito nobile … Ma anche qui se penso allo stoicismo, penso al Sisifo di Camus, che continua a portare coraggiosamente, caparbiamente il suo masso in cima alla montagna ,ben consapevole che esso rotolerà inevitabilmente giù. O forse si vuole alludere allo stoicismo di Petronio Arbitro o di Seneca nel darsi una morte consapevole?  Ma lì c’era l’opposizione antagonista al tiranno Nerone, lì c’era la presenza del dipartente , c’era , almeno in Petronio, un lungo, dolce addio nel calore della propria casa, della propria calda vasca , dei proprio cari… Ma i riti , le cerimonie hanno senso e significato all’interno delle culture di cui sono elementi di un insieme strutturato , che interagiscono con altri etnemi,  e in mezzo ci sono stati due millenni di cristianesimo, le idee di libertà, fraternità ed eguaglianza hanno acceso le grandi rivoluzioni e i grandi movimenti dell’Ottocento e Novecento del genere umano, hanno alimentato la marcia dei diritti umani , hanno sviluppato la pietas,la caritas, la responsabilità perenne verso l’altro, il mutuo soccorso, la solidarietà, lo I care.. E questo fa la differenza con chi fa paragoni e identificazioni con una cultura e un’antropologia dell’età classica, completamente altre, una storia altra, che, o si vive  nella sua tragedia  d’allora, o si entra nella farsa dell’ oggi. Lo stesso con il Karakiri , Samurai e Mishima , altra cultura, altra storia..
Il punto non è certo Lucio Magri, la sua fondata disperazione, i suoi lutti continui , ideologici ed esistenziali, la sua ricerca di un commiato dignitoso. Come  sentii anche da Ernesto Balducci, di fronte al suicidio non possiamo che fare rispettoso silenzio, di fronte a un mistero insondabile, e non moralmente giudicabile. 
Il punto sta che tale suicidio era annunciato da tempo, l’ultima volta da giorni,  il punto sta negli “altri”, tutti, tutti noi, nella nostra accettazione, politically correct, in nome  dell’autodeterminazione astratta , accompagnata da una sorta di fatalismo, e nel tirarsi comunque fuori alla fine.  E si citano a sproposito i casi di Eluana Englaro, di Piergiorgio Welby, di Luca Coscioni. Ma che c’azzeccano, per dirla con Di Pietro , con il caso di Magri? Nel caso di Englaro, la povera ragazza era ormai un vegetale da quasi vent’anni,  nel caso di Welby e Coscioni,  due poveri corpi martoriati, paralizzati completamente, che imploravano ( e per cui si implorava) una requie dignitosa. Chi ci dice che  quelle sue ultime telefonate agli amici, quegli avvisi ripetuti, lungo quattro-cinque giorni, anzi più – oltre ad assolvere da parte di Magri una nobile affettuosa attenzione per le loro preoccupazioni – non recassero da parte sua anche una tacita, disperata inconscia richiesta di essere abbracciato, amato , diversamente curato col corpo e con  l’anima ?  A molti di noi tocca, il decidere se vivere o morire , ogni giorno. Ma se questo è un mistero, non è detto che esso non possa essere sondato, che non ci si possa almeno provare ad entrare nel bosco nero e angosciante. E non siamo, si badi bene, nel territorio del fondamentalismo del Movimento per la vita, e nemmeno ai “valori non negoziabili” di questo papato.
Semplicemente non pensiamo che si debba arrivare ad un altro fondamentalismo pesudolaicista, paragarantista, anzi soprattutto cerchiamo di utilizzare l’esercizio della ragione e del diritto, e gli strumenti della psichiatria , della psicoanalisi , della scienza in generale.

Ragione e diritto , e valutazione della psiche, che , malgrado tutto, ispirano anche l’istituzione svizzera predisposta alla dolce morte . E c’è ancora un aspetto inquietante e inspiegabile,una enorme contraddizione in questa vicenda, e mi sembra assai strano che nessuno l’abbia notata. E questa contraddizione era lì , in quello stesso giornale, il giorno dopo l’annuncio.
Infatti sempre su Repubblica , Cinzia Sasso, parla mercoledì 30 novembre, a pag.22 , proprio della Casa Blu, a Pfafficon, Zurigo,  dove è andato a finirla Magri , e si vede fin dall’inizio la differenza tra la sua situazione e quella prevista e consentita , in questo luogo gestito dall’associazione Dignitas : “..Chi arriva qui è davvero già vicino alla fine. Distrutto nel corpo, ma lucido nella mente… Non sono accettati casi di depressione , perché la Corte federale ha chiesto che sia una perizia psichiatrica a dimostrare la gravità della malattia e nessuno psichiatra può spingersi a tanto”. E’ proprio il caso di Magri , secondo la legislazione svizzera, non poteva nemmeno colà essere “aiutato”. Come allora è potuto avvenire ? E perché nessuno in questi giorni ha sollevato la questione ? No, nemmeno in Svizzera a Magri era consentito, nelle sua depressione, di farsi assistere nel togliersi la vita. Sia ben chiaro, la depressione grave è davvero una malattia, logorante, insidiosa, invalidante, ma non è possibile definire per essa scientificamente una fase terminale come per un cancro o una Sla :  il male psichico ,con la sua sofferenza, è  per sua natura interminabile , come lo può essere la cura : non si guarisce mai del tutto dalle proprie angosce, ma si può imparare a conviverci, in certi momenti meglio, altri peggio. Ma nessuno psichiatra, anche della scuola  positivista-farmacologica più spinta, può arrivare a definire uno stadio terminale per una depressione, soprattutto non costitutiva, non endogena, ma esogena , reattiva , anche se grave, come quella di Magri, che “reagiva” così a tanti lutti. Infine si cerca quasi una giustificazione fatalistica e deterministica, aleggiando qua e là alcuni tratti della personalità di Magri : era algido, era narcisista, era ostinato. Ma, aggiungiamo noi, non era anche intelligente, appassionato, generoso?  Perché non far leva su questi altri elementi ? Eppoi il momento della verità non si presenta , quando meno te l’aspetti, con chi meno te l’aspetti, proprio con “altri”, inevitabilmente  difficili,ostinati, narcisisti? Altrimenti sarebbe troppo facile…

Mentre sto rivedendo questo pezzo, ho l’occasione di leggere lo splendido doppio paginone su Il Foglio di ieri, sabato3 dicembre,  di Stefano Di Michele. A titolo Apparecchiare la morte , che,  sul  filo rosso del suicidio di Magri, che percorre il pezzo, parla dei vari modi e cerimonie degli addii, come la fuga di Tolstoj, la terra nuda di Paolo VI, il suicidio di Monicelli, quello di Langer . E per Magri parla di “scelta alta,tragica e raggelante”. E poi questo avvincente excursus pieno di pathos e di intelligenza, e di pietas, si conclude con le parole che Cervantes fa pronunciare a Sancho Panza di fronte al voler morire di Don Chisciotte : “ Non muoia la Signoria vostra, senta il consiglio mio: la pazzia più grande che può fare un uomo è quella di lasciarsi morire, senza che nessuno lo ammazzi”.
Parole vane evidentemente per Don Chisciotte, e forse per Magri, ma quello che potrebbe interrogarci tutti noi è , al di là delle parole, il calore,il fervore, il tono, l’urlo e il furore con cui il fedele scudiero Sancho cerca di fermare il lasciarsi morire”per nessuna mano , se non quella della malinconia”. Siamo sempre sicuri di avere , quando si presenta il caso, lo stesso fervore e passione, lo stesso urlo e furore, la stessa anima ? Siamo sicuri poi che , in luogo di una cerimonia degli addii  come a casa di Magri, preparata come un congegno perfetto, troppo perfetto ( l’anima?) , il nostro posto non fosse altrove, disperatamente , anche scompostamente aggrappati a lui, e dietro di lui se respinti, perinde ac cadaver, a  costo di battere ,nel freddo e gelo della notte svizzera, i pugni dietro la porta della Casa Blu,  siamo sicuri di  avere fatto prima  tutto quanto fosse possibile e opportuno per fermare un simile esito , quando ci troviamo ad un simile appuntamento, quando suona la campana, e non sappiamo che suona anche per noi , anzi a volte  non ce ne accorgiamo nemmeno?


Tonino Virone  ( toni.virone@gmail.com)

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