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Rapporto casa, cresce la fascia a rischio, lo sblocco sfratti fa paura Breaking news, Cronaca

Firenze – La sintesi del nono Rapporto della Regione Toscana sulla condizione abitativa potrebbe essere sintetizzata in pochi numeri, anzi, forse, in una sola percentuale: la risposta alla domanda di case popolari avanzata dalla comunità regionale copre appena il 7% delle richieste. Una spia, un allarme che fa dubitare della capacità, ad ora, di risposta ai bisogni abitativi a livello istituzionale, senza dimenticare la fondamentale responsabilità che pesa sulle spalle del governo centrale. Senza dimenticare neppure la necessità che, per quanto riguarda gli enti locali vale a dire Regione e Comuni, sia necessario affrontare a viso aperto e direttamente la sfida. Tanto più che, al di là di strumentali o meno considerazioni sull’adeguatezza dell’edilizia residenziale pubblica per fronteggiare i problema emergenza abitativa, a fronte dell’imminente (giugno) scadenza del blocco degli sfratti, lo scenario che si verificherà, a sentire molti esperti, non è neppure prevedibile. Di sicuro, le famiglie che dovranno essere ricoverate sotto un tetto diventeranno così numerose da non permettere a nessuno di negare la priorità delle politiche abitative in qualsiasi agenda di governo: locale o centrale che sia.

Intanto, alcuni numeri per dare un’idea della situazione generale in Toscana, con l’avvertenza che il Rapporto contiene i dati precedenti alla pandemia. In generale, si sta parlando di 2 milioni di immobili che nel corso del 2019, anno cui si riferisce il rapporto, è rimasto più o meno stabile, con un aumento delle compravendite (+1,5) e leggero calo dei prezzi (-0,8);  stabili i costi degli affitti, in diminuzione gli sfratti (-12,6% quelli eseguiti). Partendo con le compravendite, l’incremento diminuisce di intensità e la flessione dei prezzi è minima rispetto all’anno precedente (-0,8%). Interessante il fatto che il 52,7% delle transazioni avvenga utilizzando lo strumento del mutuo, anche se diminuisce un po’ il numero egli acquisti immobiliari compiuti attraverso un finanziamento bancario (ma siamo al -0,5%). Si alza ancora la durata media del mutuo, che passa da 23,7 anni a 24,1, mentre si abbassa la rata media, passando da 606 euro mensili del 2018, a 594 nel 2019.

Passando alle locazioni, la parola chiave è stabilità, o forse, meglio, continuità. Mercato delle locazioni invariato, o con prezzi ridotti di un soffio. A dir la verità, l’andamento medio dei prezzi risulta in leggerissimo calo se esaminati nell’arco di dieci anni, e le evidenze sono diverse, per intensità, a seconda dei Comuni. Di fatto, pur con le cautele del caso, si può vedere come nella maggior parte delle città capoluogo i prezzi siano rimasti sostanzialmente invariati o leggermente ridotti. Fa eccezione Siena, nella quale emerge un aumento tanto dei prezzi minimi (+7,2%) quanto di quelli massimi (+8,4%). Rincara leggermente il mercato dell’affitto anche a Lucca (rispettivamente +0,7% e + 1,6%), mentre appare in calo netto quello di Prato (-11% minimi, -4,1% massimi), seguito da Pisa (-2,2% per entrambi i valori), Livorno (-1,5% e -1,6%), Pistoia (-1,5% e -1,1%). Il calo è minimo a Firenze, si tratta del -0,4% minimi  e -1,0% massimi. Sulla questione delle locazioni, dal Rapporto emerge anche una fotografia molto sfaccettata e complessa. Innanzitutto, emerge chiaro che diminuisce il numero dei locatari al crescere del reddito. Seguendo Istat,  avremo così che solo il 7,1% delle famiglie italiane più ricche,
quelle appartenenti al gruppo dell’ultimo quinto di reddito equivalente, vive in un’abitazione non di proprietà; al contrario,  le famiglie appartenenti al I quinto, quelle più povere, abitano in affitto nel 46,9% dei casi. Dato che tra l’altro risulta in aumento rispetto a quello dell’anno precedente. una piccola nota di metodo: il reddito equivalente viene calcolato attraverso il rapporto tra reddito familiare netto ed un fattore di scala, in modo da rendere equivalenti i redditi di famiglie differenti per composizione e ampiezza. Istat, per misurare la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi, ordina le famiglie in base al reddito equivalente e le suddivide poi in cinque gruppi (quinti). Nel primo quinto rientreranno così il 20% delle famiglie con i redditi equivalenti più bassi e nel quinto quinto il 20% quelle con i redditi equivalenti più elevati. Inoltre, ecco le famiglie più a rischio di marginalità:
monogenitoriali con minori a carico o composte da un anziano solo, che vivono più spesso in affitto rispetto alla media nazionale. Allo stesso modo, le famiglie numerose sono
locatarie nel 30% dei casi, un dato decisamente superiore alla media nazionale. Queste analisi permettono di far emergere con forza il legame fra vulnerabilità sociale e condizione abitativa. L’intervento abitativo nel nostro paese è storicamente stato molto legato alla realizzazione di alloggi popolari – spesso in numero insufficiente rispetto ai fabbisogni locali – con una ridotta attenzione alle traiettorie familiari, ai differenti bisogni dei nuclei e in generale all’integrazione della sfera abitativa con le politiche sociali. Dal Rapporto emerge anche un altro dato:  se l’affitto è maggiormente diffuso fra le fasce più povere della popolazione, tuttavia è chiaro che l’abitazione di proprietà di per sé non protegga necessariamente dal rischio di una caduta in povertà, soprattutto fra coloro che  hanno contratto un mutuo. Se si ripescano i dati della rilevazione Istat sulla qualità della vita, nel 2019 il 57,8% delle famiglie toscane coinvolte lamentava la presenza di “spese dell’abitazione troppo alte”, segnalando come anche nelle classi di reddito intermedie possano aversi situazioni di disagio legate ai costi abitativi, che possono addirittura diventare un fattore di rischio. Naturalmente, si deve etenre in conto, nella complessità del rapporto fra povertà e casa d’abitazione, anche della presenza del sostegno pubblico e la sua distribuzione, per quel che concerne sia gli affittuari sia i proprietari.

Ripartendo dal sostegno pubblico all’abitare, l’assessora Serena Spinelli ha ricordato alcune delle misure ad hoc messe in atto quest’anno per fronteggiare l’emergenza: dai contributi straordinari per sostenere il pagamento dei canoni di locazione, al recente bando da 30 milioni con risorse del Fondo sociale europeo, nel quale la quota parte maggiore è stata destinata ai contributi per gli affitti. Il Fondo sociale per l’affitto per il 2019 ha avuto a disposizione risorse pari a poco più di 11 milioni di euro, di cui solo il 6% proveniente da stanziamenti ministeriali del 2019, mentre le restanti quote provengono da Regione, Comuni e residui degli anni precedenti.

Un elemento ineludibile, come ha commentato l’assessora Spinelli, è la necessità di “dare una sempre maggiore centralità al tema della casa, in un anno nel quale si sentiranno in maniera ancora più forte gli effetti recessivi prodotti dall’emergenza Covid. Penso, per esempio alle ricadute che si avranno quando terminerà il blocco degli sfratti. Serviranno perciò risorse e risposte strutturate, anche con modalità straordinarie, che vedano la massima collaborazione ad ogni livello istituzionale tra Governo, Regioni ed Enti locali, insieme alle associazioni e alle categorie coinvolte, per arginare il più possibile le condizioni di disagio e scongiurare l’emergenza abitativa”.

Inoltre, continua l’assessore, ““Con l’emergenza sanitaria legata al Covid-19 e le ripetute chiusure restare in casa è stata una condizione abituale che ha ancora più reso evidente la condizione di disagio abitativo in cui versano migliaia di famiglie anche in Toscana, in un anno che ha visto ampliarsi la forbice delle disuguaglianze interne alle nostre comunità. Gli effetti di questa situazione potrebbero amplificarsi nel 2021 se cesserà l’utilizzo di alcuni ammortizzatori sociali e non verranno confermate alcune misure ad hoc: nel caso della casa, potrebbe risultare fortemente critico il termine del blocco degli sfratti. Saremo chiamati ad intervenire, oltre per chi si troverà immediatamente in situazione di difficoltà, anche per che vi si potrebbe trovare, cercando di prevenire quelle situazioni di estremo disagio economico che impediscono di far fronte alle spese dell’abitare (affitti, mutui, spese di condominio, spese per bollette e manutenzione degli alloggi) e per le quali si sono già create situazioni di indebitamento”.

Se la complessità del problema (e la sua annosità) è ormai dato corrente, altrettanto ineludibile e per niente obsoleto sembra lo strumento principe per fronteggiare la caduta in povertà e disagio abitativo di un numero sempre crescente di coloro che, sulla carta almeno, sembrava potessero essere i “vocati” al social housing, vale a dire i working poors. Lo strumento è l’edilizia residenziale pubblica. Un breve inciso, per qualificare i lavoratori poveri: provengono da tutte le professioni, da quelle manuali a quelle cosiddette “dell’ingegno” e sono la massa lasciata indietro da scelte economiche sempre più svalutative del lavoro: contratti a termine mai rinnovati, lavoro nero, chiamate, somministrazione, smart economy hanno prodotto, insieme a un crisi mai risolta e all’onda d’urto della pandemia, masse di lavoratori che, sia pur lavorando, non possono soddisfre i bisogni primari. Dal cibo all’abitazione. Una fascia in rapido ampliamento che dovrà ancora scontare lo sblocco a marzo dei licenziamenti e a giugno la fine della sospensione degli sfratti. Senza contare l’impatto sull’economia del cosiddetto digital divide, che in un Paese in cui manca persino una copertura digitale uniforme sul territorio, si appresta a farealtri morti e feriti.

Dunque, edilizia pubblica o meglio Erp. Ma qual è lo stato dell’arte? Seguendo il Rapporto, il patrimonio ERP è composto da 49.996 alloggi (+ 468 unità rispetto al 2015). Nel 2019 sono entrati a far parte del patrimonio disponibile per la locazione 186 nuovi alloggi già assegnati.  Negli ultimi bandi generali emanati dai Comuni toscani sono state presentate complessivamente 19.821 domande, di cui 14.875 ammesse (77,1%). Il tasso di soddisfazione annuale della domanda è stato del 6%, con 1.135 nuove assegnazioni. Per il triennio 2020-2022, la Regione Toscana ha destinato 32,4 milioni di euro per interventi di manutenzione, qualificazione, efficientamento energetico e ripristino del patrimonio ERP.

Sulla questione, “Ho preso un po’ di numeri – dice nel suo intervento la segreteria regionale del Sunia Laura Grandi – 14875 domande Erp; 3300 sfratti emessi; 6553 sfratti convalidati; 14525 richieste di contributo straordinario covid; 18576 richieste di contributo affitto per Covid. Mancherebbero all’appello tutte quelle famiglie che pagano un affitto da capogiro e che sono state costrette a comprare casa e comprare un mutuo, spalmando una rata più bassa dell’affitto, in 30 anni. Tenuto conto di quanto detto sopra, la precarietà abitativa nella nostra Regione, investe circq 80 mila famiglie”. Ed è questo il dato su cui la politica dovrebbe riflettere, dice Grandi, tenendo conto anche del fatto che il vero, significativo dato, è la continuità di questi numeri con tendenza all’espansione. “Per difendere quella fascia più debole e più a rischio della società, la politica dovrebbe riflettere
seriamente su come inserire in maniera stabile nel welfare sociale, nei diritti di cittadinanza, il bene casa: e non come una concessione o come una risposta residuale, ma come una vera e propria strategia di politica abitativa, usando la leva dell’edilizia pubblica, che è da sempre la miglior risposta alle difficoltà delle famiglie”. Dunque, non è il sistema dell’edilizia popolare ad essere obsoleto, è la storia che corre avanti e a volte capicciosamente riporta in voga sistemi che frettolosamente ci si er illusi di etichettarli con sufficienza come sorpassati. Prove concrete di quanto sia nuovamente fondamentale l’Erp, a bizzeffe: basta guardare i numeri dell’economia, che non solo in Italia a dire il vero, hanno fatto gisutizia spazzandola via di quella piccola e piccolissima terza classe (borghesia, se vogliamo proprio essere vintage) che poteva fino a dieci anni fa essere ancora in corsa per gli affitti calmierati e per esperimenti come il social housing. E che ora paga a costo di sacrificare il 60% del reddito ciò che fino a dieci anni fa era un canone “normale”. Precipitando nel baratro della povertà, magari dignitosa, magari tciuta e vissuta come colpa, ma di povertà trattasi. Dunque, se questo è il momento storico, “come può essere obsoleto un sistema che da sempre aiuta le persone in difficoltà e che offre la possibilità di pagare l’affitto sulla base del reddito?” si chiede e chiede Grandi. Oppure, ci si potrebbe chiedere, o meglio, la politica dovrebbe chiedersi “come mai ci sono 3500 alloggi popolari vuoti, case sfitte. Come mai non sembra preoccupante che ci siano così tanti alloggi vuoti da anni? Come mai la risposta alle domande di case popolari sono solo il 7% : solo pochissimi nuclei familiari riescono ad avere una risposta alla domanda del ‘bene casa’.”.

Cosa c’è fuori dall’Erp? Il mercato. Un mercato che, aspro e limitato, si rivela fin dalla liberalizzazione della legge 431, “un far west senza controlli, soprattutto nelle città d’arte della nostra Regione, dove il problema degli affitti brevi ha mandato a gambe all’aria molti territori, privandoli dei propri residenti. Non esiste un sistema alternativo: non lo è di certo il social housing, che deve ancora dimostrare, con le sue performance, di quello di cui è capace, soprattutto a partire dai canoni di locazione applicati.  La nostra posizione – conclude Grandi –  è chiara e l’abbiamo elaborata in un Documento per le Politiche abitative, sottoscritto ad inizio legislatura dal Presidente Giani e dall’Assessore Spinelli, dove l’edilizia pubblica è avanti tutto, con un piano strutturale di risorse finalizzate non solo alle ristrutturazioni, ma anche ai nuovi interventi”. Infine, sugli sfratti è interessante sottolineare che, ancora una volta , dai dati emerge il loro contrarsi, con richieste di esecuzione nel 2019 pari a 6.553 (-23,1% rispetto al 2018), i provvedimenti emessi 3.30 (-14,8%), le esecuzioni 2.260 (-12,6%). Il classico caso in cui si potrebbe secondo molti esperti affermare che l’espansione di utilizzo turistico degli immobili, in particolare in Toscana, fa giustizia del problema sfratti. In termini relativi, una esecuzione di sfratto ogni 735 famiglie residenti rappresenta un miglioramento rispetto al 2018 (uno sfratto ogni 644 famiglie), ma conferma che la regione è un’area ad alto stress abitativo. Ovviamente, i dati non tengono conto della fuga dei residenti dai centri storici con accomodamenti in Comuni non ancora “scoperti” (ma l’insistere sull’allargamento del turismo ai borghi potrebbe avere effetti impensati, come già teorizzano economisti e sociologi) e neppure della caduta delle famiglie in quella fascia oscura del disagio in cui molti sembrano scomparire.

Sfratti che comunque hanno visto svariate misure di contrasto al fenomeno, tra cui il Fondo nazionale per la morosità incolpevole, che ha destinato 3,7 milioni di euro alla Toscana nel 2019: 231 i nuclei familiari richiedenti il contributo sono stati 312, i beneficiari della misura 259. La metà dei beneficiari si è trovata nella situazione di morosità incolpevole in seguito al licenziamento o al mancato rinnovo di un contratto a termine.

 

 

 

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