energee3
logo stamptoscana
Edizioni Thedotcompany

Reali Poste degli Uffizi, brilla la luce della solitudine di Gianfranco Ferroni Cultura

Firenze – “Io sto su un’altra linea di pittura (rispetto a quella che si identifica, ad esempio, nei nomi di Michelangelo, Rubens e Picasso), che parte da Antonello da Messina, passa attraverso Chardin, arriva fino a Seurat, per poi proseguire con Giacometti e Morandi. Una linea più sotterranea, poesia non urlata, ma sottomessa”. Ed è proprio la riflessione sui grandi maestri del passato il filo rosso che attraversa tutta l’opera di Gianfranco Ferroni che approdato a Milano e in seguito a Bergamo, dove ha conosciuto l’apprezzamento del mercato e della critica,  non smetterà però  mai di sentirsi toscano e di considerare Livorno, la città in cui è nato, la “sua città”.

Oggi Firenze lo celebra e lo fa negli spazi di uno dei musei più importanti al mondo, gli Uffizi, nella Sala delle Reali Poste dove da domani fino al 5 luglio è aperta al pubblico  “La luce della solitudine”, una personale dell’artista, principale rappresentante de “il nuovo racconto” come ebbe a dire Emilio Tadini per indicare l’opposizione all’ondata della pop art in Italia e la censura critica verso il figurativo italiano, con una selezione di 34 opere, che coprono un periodo che va dal 1956 fino al 1998. Curata da Vincenzo Farinella, la mostra si sviluppa attorno a un’opera monumentale “Senza resurrezione” un acrilico su tela delle dimensioni  di cm.223X177,5 dipinta per la Biennale di Venezia del 1968 e della relativa incisione su rame che sono state donate da Arialdo Ceribelli, amico e curatore dell’opera di Ferroni, alla Galleria degli Uffizi e in particolare alla collezione degli autoritratti.

Senza resurrezioneSi tratta di un’opera storica che segna il percorso di questo protagonista dell’arte contemporanea italiana, il dipinto infatti non fu mostrato al pubblico della Biennale della contestazione, perché l’artista, in forma di protesta, decise di girare tutte le tele verso il muro e di mostrare il recto, impedendone la visione fino al termine dell’esposizione, inoltre rappresenta un consuntivo delle ricerche condotte negli anni ’60 intorno al tema della sopraffazione di cui è vittima l’individuo nella società moderna. Un’opera che è anche un autoritratto, l’artista si raffigura come una vittima sacrificale in un lettino da sala anatomica, il tema dell’olocausto nella sua accezione universale viene filtrato dalle memorie di alcune tra le più belle rappresentazioni del compianto, come la Morte della Vergine del Caravaggio o le Deposizioni di Cristo nelle acqueforti di Rembrandt, l’artista che più di ogni altro Ferroni ha amato. “Ecco perché amo molto l’acquaforte, tutto ciò che è segno, in fondo più che non il colore. Non per nulla sono toscano. Invece detesto la materia, in questo caso la materia pittorica”, come dirà lui stesso.

Quasi una pala d’altare, ma di un altare laico, una croce, una figura deposta ma senza nessuna speranza di resurrezione, un dipinto cruciale, uno dei più grandi realizzati dall’artista, collocato in posizione centrale nella Sala delle Reali poste e affiancato da una serie di autoritratti e altre opere più recenti che ne identificano l’opera artistica più conosciuta, il lirismo poetico, quasi zen. Nella sala, in ordine cronologico, opere selezionate che ci illustrano il percorso  dell’artista livornese, dall’espressionismo de “Le donne di Marcinelle” del 1956 fino all’essenzialità nella luce di “Due oggetti” del 1998, dalla concretezza di un dato reale fino alla sua scomparsa sulla carta bianca, il progetto di un trittico dove è la luce che agisce per mano dell’artista. Come ha fatto notare Antonio Natali Direttore della Galleria degli Uffizi e della mostra , in occasione della conferenza stampa di presentazione “ Alla fine degli anni ’60 l’espressione vibrante e talora informale è sostenuta da un’ideologia politica, Ferroni era legato al PCI e vi aderisce anche se in maniera anarchica e comunque fino ai fatti di Ungheria,  poi qualcosa si rompe dentro di lui e si arriva a un’introspezione che si riverbera negli ambienti che sono vuoti”.

Lo studio vuotoDall’urlo iniziale per la realtà drammatica  – ha detto Vincenzo Farinella curatore della mostra – a una immaginazione di superamento del mondo con quel suo essere toscano, amante della linea, del disegno, e con un senso della qualità elevatissimo mantenuto sino alla fine, una ricerca sul linguaggio che viene costruita attraverso Viani, Bacon, Giacometti in un momento in cui non voleva rinunciare alla realtà per non lasciarsi travolgere dall’informale”. Un accurato catalogo con i due appassionati   interventi di Antonio Natali, Vincenzo Farinella e un saggio biografico di Giacomo Giossi, edito da Silvana editoriale, accompagna questa preziosa esposizione di un artista che merita di essere conosciuto da un più vasto pubblico perché come ha voluto sottolineare Antonio Natali in occasione della presentazione  “Gianfranco Ferroni non è un artista molto noto e per cose che non sono conosciute non si fa niente per renderle più note”.

Print Friendly, PDF & Email
Condividi
Translate »