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Rebus nuovo governo, ma il Parlamento c’è Politica

Sarà probabilmente materia per costituzionalisti. Già, perché il rebus nuovo governo non è soltanto politico ma anche squisitamente normativo. Tecnicamente, i parlamentari neoeletti si insedieranno a breve, eleggeranno i presidenti dei due rami del Parlamento, il presidente della Repubblica aprirà le consultazioni per affidare quindi il compito di formare il nuovo governo a chi risulterà in grado di ottenere la fiducia di entrambe le Camere. E proprio questo è il punto. Al Senato, com’è noto, nessun partito o coalizione ha di fatto la maggioranza. Tanto che si rincorrono frenetiche in queste ore le più svariate ipotesi: governissimo Pd-Pdl, governo di minoranza Pd con appoggio grillino, governo 5 stelle con appoggio Pd. Ipotesi tutte, che in un modo o nell’altro, prevedono comunque il ritorno anticipato al voto. 

Perchè da questo non si può prescindere: il centrodestra ha perso, il centrosinistra non ha la maggioranza a Palazzo Madama neppure sommando i centristi, e il Movimento 5 Stelle da solo è minoranza sia alla Camera che al Senato. Dunque appare comunque inevitabile il ritorno alle urne. Sì, ma quando? Il Capo dello Stato è in scadenza di mandato (maggio 2013) e in pieno semestre bianco. Per l’articolo 88 della Costituzione Napolitano non può dunque sciogliere le Camere e indire nuove elezioni. E questo anche nel caso non si riuscisse a formare nessun esecutivo. Il che significa che il governo Monti, dimissionario, rimarrebbe comunque in carica per l’ordinaria amministrazione fino alla formazione di un nuovo governo che lo sostituisca. Anzi, non “rimarrebbe”. Lo è già. Un governo insomma c’è già per gli atti indifferibili e urgenti mentre il nuovo Parlamento, legittimamente eletto, potrebbe comunque lavorare in questi mesi per fare ciò che è necessario per tornare alle urne. A partire dalla profonda revisione delle legge elettorale, quel “porcellum” da tutti odiato a parole ma che nessuno si è preso fino ad oggi la responsabilità di cambiare.

Ed è a questo punto che potrebbe realizzarsi davvero quella comunione di intenti perseguita da chi dice di avere a cuore il futuro del Paese. Anche senza fiducia ma sulle cose concrete. Legge elettorale, moralità, legalità, conflitto d’interessi. Provvedimenti di forte iniziativa parlamentare su cui misurare il grado effettivo di convergenza.
D’altronde, sul piatto, non sembrano esserci soluzioni effettivamente praticabili. Pensare a un governo Pd –Sel-Pdl –centristi non sarebbe altro che riproporre il recentissimo passato. Con l’aggravante di una scelta politica e non più tecnica. Un’alleanza sconfessata dal centrodestra, che ha già sottratto consensi al centrosinistra e che non si vede come possa fargliene recuperare o guadagnare di nuovi.

In quanto al governo di minoranza Pd-Sel con l’appoggio dei grillini, è ancora la stato delle cose a bocciarlo.  Illusorio pensare che  il Movimento 5 Stelle possa dare la sua fiducia a chi ha attaccato fino ad oggi e che è ritenuto responsabile dei disastri del presente. E’ facile pensare che non la darà a Bersani (uno degli artefici del governo tecnico e definito oggi da Grillo come “uno fuori dalla storia”) né a Renzi (l’uomo della passeggiata ad Arcore, e dipinto sempre da Grillo come “uno che come uniche credenziali ha quelle di aver fatto il politico di professione senza nessun risultato apprezzabile”).  Sia Grillo che il cofondatore dei 5 Stelle Gianroberto Casaleggio ribadiscono la posizione: niente alleanze con nessuno, “Il Movimento 5 Stelle non aiuterà a formare alcun governo. Nessuna partecipazione al processo di formazione”.

Quanto ad un governo Grillo con l’appoggio del Pd, il segretario Bersani lo ha già liquidato con  un secco “Basta battute”.
E qui il cerchio si chiude. Tornando al punto di partenza. Nessuna maggioranza per un governo stabile, insediamento delle Camere, votazione dei rispettivi nuovi presidenti, scelta del nuovo capo dello Stato a cui toccherà il compito di sciogliere infine le Camere se ancora nell’impossibilità di formare un nuovo governo.
Ma da ora a quel momento il nuovo Parlamento sarà nelle sue piene e legittime funzioni. In grado cioè di legiferare e svolgere così il suo compito principe. Il “modello Sicilia” non è poi così lontano.

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