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Referendum contro austerità, si apre il dibattito anche a Firenze Politica

Firenze – Il significato più profondo del referendum lanciato da un ampio fronte trasversale di docenti universitari ed economisti , che vede adesioni sia singole che collettive, sottoscritto da Acli, Arci, Federconsumatori, Sunia, Auser, Silp, Sel, Forum sinistra europea, Comunità San Benedetto e Lista Doria, sostenuto da svariati parlamentari? Riconsegnare al dibattito delle comunità nazionali le scelte di base della politica economica dei Paesi. “Vota sì ai 4 referendum – stop all’austerità” è infatti un’iniziativa volta a “cambiare verso” alle politiche finora seguite dalla Comunità europea per fronteggiare la crisi. Nello specifico, si tratta di modificare alcuni articoli della Legge 243/2012 che ha recepito il Fiscal Compact, ossia l’insieme di regole che vincolano l’Unione Europea al pareggio di bilancio. Politiche che, per ora e dopo anni (tanto dura la crisi) sono ben lungi dall’aver dato alcun risultato positivo.

Anzi: i numeri che snocciola Mauro Beschi, Coordinatore del Dipartimento Politiche economiche della Cgil Lavoro, intervenuto insieme ai deputati Marisa Nicchi (Sel) e Filippo Fossati (Pd), oltre al presidente dell’Arci fiorentina Iacopo Forconi e a Mauro Fuso, segretario generale della Cgil Firenze, al “lancio” del referendum avvenuto a Firenze al circolo SMS di Rifredi venerdì scorso, seppure conosciuti, continuano a dare i brividi. A cominciare da quelli sulla disoccupazione, non solo (dato italiano) al 13,3% , vale a dire circa il doppio dall’inizio della crisi (da sottolineare ancora una volta che quella giovanile s’aggira sul 42%) ma, come dice Beschi, “nei prossimi 6-7 mesi ci saranno ancora espulsioni di lavoratori dalle aziende”. In altre parole, il calvario del lavoro e dei lavoratori non è affatto finito. Anche perché, ricorda sempre Beschi, il calo del valore degli stipendi segna un meno 2%, sempre dall’inizio della crisi, per un taglio sul reddito famigliare del -7,3%. Dunque, si lavora in condizioni peggiori (chi lavora) e con un valore d’acquisto ridotto. Allora, si chiede l’esponente della Cgil, è proprio vero che di fronte al lavoro precario (ormai la regola), ci si consoli con un “meglio che niente”?

Allora che fare? Che fare contro questi che qualcuno ha chiamato “effetti collaterali”, fra cui si annovera anche un’avanzata della povertà nazionale che in un anno è passata (povertà assoluta) dall’8% circa al 9,9%?

In buona sostanza, la “ricetta” di cui si fanno portatori i sostenitori del referendum che ha l’obiettivo di cambiare la legge sul fiscal compact, è quella di invertire la tendenza in atto secondo questi punti: investire su occupazione e lavoro, valorizzare il ruolo degli investimenti pubblici (unici, riecheggiando Keynes, a garantire un reale effetto anticiclico sulla crisi in atto), diffondere il dibattito a fasce più larghe possibili di popolazione, levando una volta per tutte il dubbio di “chi decide cosa”.

Ed è sempre Beschi a mettere il dito nella piaga, citando il ministro Saccomanni, che avrebbe candidamente ammesso che la Ue non è in grado “di fare politiche anticicliche”. Beschi tocca anche un altro punto, che chiama “l’ipocrisia delle regole”. Che significa? L’esempio è quello, già oggetto di un “appuntito” commento da parte dell’economista Giorgio Lunghini su un quotidiano nazionale, del famoso e magico numero 3,3%, ovvero il rapporto fra debito pubblico e Pil ammesso dalla Ue. “Inventato” dai francesi, ricorda l’esponente della Cgil nazionale, nel passaggio dall’amministrazione di Giscard D’Estaing a Mitterand per questioni puramente nazionali del momento, voilà, il 3,3% diventa il “numero magico” su cui la Germania fonda il Patto di stabilità. E su cui si “impiccano” i paesi mediterranei dell’Unione.

Beschi cita anche altri “aggiustamenti” di cui ad esempio “gode” la Germania a differenza delle economie mediterranee ( uno per tutti, le modalità di vendita dei titoli pubblici e il ruolo della Banca centrale tedesca, ma anche il pareggio di bilancio attuato dalla Germania col ruolo ben diverso dei debiti pubblici delle regioni e enti locali che non vengono conteggiati, fino al vincolo europeo all’export del 6%, non rispettato, dice Breschi, dalla Germania da almeno tre anni senza conseguenze, fino a un passaggio critico sui tempi della crisi greca). E conclude: “Il referendum dovrebbe essere visto dal governo italiano come sostegno e rafforzamento rispetto all’Europa”.

Sulla questione dell’allargamento del dibattito economico dal chiuso di “chi sa” al pubblico dominio, mette l’accento anche Filippo Fossati, deputato del Pd. Dando conto inoltre che la scelta dell’austerità non è affatto obbligata. Anzi, come dimostrano altri grandi paesi come Usa e Giappone, ognuno con modalità legate al concetto diverso di “pubblico”, il ricorso agli investimenti pubblici sono stati il mezzo per forzare l’assedio della crisi. In particolare, il Giappone è uscito da un debito pari al 200% con “uno stock enorme di investimenti pubblici”.

Del resto, continua Fossati, “lo stesso Fondo Monetario Internazionale ha cambiato direzione indicando l’investimento pubblico come strada di uscita dalla crisi”. E dunque? “Spostare gli investimenti sull’occupazione – spiega il deputato Pd – stop interventi solo sulla flessibilità del lavoro, tenuta e miglioramento del nostro welfare in risposta a un processo di privatizzazione”.

Il problema della democrazia, di chi decide cosa, è affrontato anche nell’intervento di Marisa Nicchi, deputata di Sel. Referendum a primavera, dibattito forte e intenso e allargato alla gente, questo chiede Nicchi. “Il popolo riprenda nelle proprie mani le politiche che hanno rilevanza per la propria vita” dice. E chiede lo stop delle politiche di privatizzazione alla cieca, e della criminalizzazione del ruolo del pubblico. Mentre, spiega “deve ripartire una politica industriale che non esiste più da anni”. “Non si può più perseverare in quest’ordina di idee – conclude – la questione ormai è non solo economica, ma anche di democrazia. Chi decide cosa e per chi? …. ”.

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