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Referendum: stavolta la posta in gioco è molto alta Opinion leader

Firenze – Domenica 4 dicembre non si voterà sul merito della riforma costituzionale pubblicata sulla  Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016. Così come la consultazione che la Costituzione richiede sulle modifiche alla carta fondamentale non è più un referendum, ma una sorta di ballottaggio fra il presidente del  Consiglio in carica Matteo Renzi e un’entità astratta definibile solo in negativo per il No che accomuna le forze eterogenee che l’hanno creata e che torneranno a dividersi il giorno successivo all’apertura delle urne.

Da subito Renzi aveva capito che questo sarebbe stato un passaggio decisivo per la stabilità del suo governo e che le opposizioni ne avrebbero approfittato per tentare di dargli una spallata decisiva. Qualche mese fa avevano fatto la prova generale di questa alleanza spuria che ha espugnato la Torino di Piero Fassino.

Affermando in primavera che si sarebbe dimesso in caso di sconfitta forse ha dato un modesto contributo al formarsi di questo patto “one issue”, con un solo obiettivo, ma le vicende internazionali  – Brexit e Trump in primo luogo – avrebbero comunque condizionato la natura del voto italiano, anche se il primo ministro fosse stato prudente e riservato e avesse lasciato la responsabilità dell’atto legislativo alle forze che lo hanno approvato in Parlamento.

Già, perché questa legge è passata attraverso tre letture e il suo contenuto precedentemente era stato concordato tra due delle tre forze dello scenario politico italiano. Come si sa una di queste due forze, quella di Silvio Berlusconi, seguendo una prassi tutt’altro che lungimirante e interessata al bene comune, si è poi ritirata dall’accordo. Ora mostra un processo di frammentazione inarrestabile.

Anche una parte della minoranza interna del Pd ha deciso di disimpegnarsi mostrando progressivamente i limiti che hanno strutturalmente impedito alla sinistra italiana di diventare una forza di governo con una visione convincente sul futuro del Paese. Il peggiore fra questi, la lotta fratricida fra i  capi vecchi e nuovi. Anche quelli che hanno già dato prova di non essere all’altezza di una leadership moderna e riformatrice.

Il Movimento 5 Stelle sa che se il Paese ricomincerà a guardare avanti, se ritroverà lo spirito e il coraggio che ha messo in mostra negli anni della ricostruzione, la sua proposta politica si ridurrà progressivamente, un  po’ come è successo alla Lega che alla fine ha preso il posto rimasto libero nello schieramento politico, all’estrema destra. Una deriva che attende anche i pentastellati se, oltre a elaborare  veementi accusa contro l’establishment e l’Europa, non si convertiranno a una politica credibile.

Così da un referendum su una legge che semplifica l’iter legislativo, che abolisce l’ente inutile Cnel, che cerca di riparare ai guasti della sciagurata riforma del titolo V approvata con cinque voti di maggioranza nel 2001, si è passati a una battaglia campale all’ultimo sangue fra il presidente del Consiglio e i suoi multiformi avversari che non hanno la minima idea di quello che faranno dopo, in caso di vittoria. Ma tant’è.

Di certo il loro argomento più specioso è quello che promette una riforma più bella ed efficace in poco tempo. Con questo scenario politico? Con l’evidente incompatibilità fra le tre forze che siedono in un Parlamento che solo una riforma elettorale (che va corretta, tutti d’accordo) ha reso politicamente presentabile? Con i tira e molla e le congiure? Con i puri spiriti e i meno puri politicanti? Si ricomincerà con i 44 saggi e i tanti bravi costituzionalisti che per mestiere presentano modelli e soluzioni che però dopo devono fare i conti con la dinamica politica? Ci sono voluti 14 anni per correggere il pasticcio della legislazione concorrente Stato – Regioni, quanti ce ne vorranno per rifare l’intera riforma?

Gli italiani hanno dato un grande esempio di senso dello Stato accettando tanti anni di paralisi e di progetti falliti. Adesso hanno in mano le chiavi per uscire dalla delusione e dall’indifferenza. Non è di Renzi che devono avere paura, ma dello stato di tutela nel quale molti li vogliono tenere per interessi di bottega.

Soprattutto capiranno che in un mondo che sta precipitando verso nuovi egoismi nazionali il loro interesse non è quello di ripiegarsi su se stessi salvaguardando i lati peggiori ereditati dai contrasti ideologici  del passato che servono solo a mantenere o a conquistare posizioni di potere. Il radicalismo, il perfezionismo strumentale, la difesa della sacralità e inviolabilità della Costituzione, anche nelle parti che non hanno niente a che vedere con i principi, di cui si sono date ampie prove in questa campagna elettorale, sono un alibi per i conservatori di tutte le specie. Stavolta, però, la posta in gioco è molto più alta.

 

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