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Referendum sulla Costituzione, alle Murate le ragioni del no Politica

Firenze – La saletta in piazza della Madonna della Neve è piena, alle Murate, pur essendo un  sabato sera di finale di Champions. L’impressione è che il dibattito sulla riforma costituzionale, forse anche per gli ultimi, fulminei scambi al vetriolo tutti interni al Pd con l’addentellato dell’Anpi, stia prendendo quota. Anche se rimane comunque in fondo alla lista delle priorità degli italiani, che invitano piuttosto il governo ad “accomodarsi” su un tema principale, lavoro e occupazione. Nonostante il Jobs Act. L’incontro per informarsi sulle ragioni del no è stato organizzato da Alternativa Libera, che schiera due suoi esponenti di punta: la consigliera comunale Miriam Amato e il deputato Massimo Artini. 

Il gruppo di relatori comprende i due costituzionalisti Stefano Merlini e Andrea Pertici, oltre a Francesco “Pancho” Pardi. L’attenzione è molto alta.

“Una riforma che nasce già irrituale – spiega il professor Merlini che prende la parola per primo – dal momento che è nata dall’iniziativa del governo su input fortissimo del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano”. Vale a dire, di uno degli organi di tutela della carta costituzionale vigente (il presidente della Repubblica) e dell’esecutivo, o meglio, della maggioranza che tiene le redini del Paese.

Cosa si va a modificare? Non si tratta di approvare un emendamento che riguarda una norma, ma si tratta di un vero e proprio cambiamento della forma istituzionale. Tant’è vero che l’art.138 prevede: che vengano fatte 4 votazioni incrociate da parte della Camera e del Senato (il che significa che ci saranno due votazioni alla Camera e due al Senato, svolte in maniera incrociata); che, se non si raggiunge la maggioranza semplice ( numero di voti superiore alla metà del numero totale di votanti) a tutte e quattro le votazioni, si debbano ripetere le votazioni stesse dopo tre mesi. Se alla seconda votazione viene raggiunta la maggioranza assoluta ( numero di voti superiore alla metà del numero totale degli aventi diritto al voto) si dà corso al referendum confermativo. Se invece le deliberazioni dei due rami del Prlamento raggiungono la maggioranza qualificata dei 2/3 dei componenti, la  legge di revisione costituzionale si intenderebbe approvata. 

Bene, torniamo al “cosa”. La legge di revisione costituzionale Renzi-Boschi tocca 49 articoli della Costituzione, modificando completamente il Senato, l’organizzazione del Parlamento e il titolo V relativo alla disciplina delle Regioni. “Si va dalla “finta” abolizione del bicameralismo perfetto alla modifica degli organi di controllo, al titolo V che riguarda le Regioni, al totale cambiamento del Senato, a partire dal metodo di elezione dei membri”. Tutto questo, tuttavia, per i cittadini chiamati a votare sul referendum di ottobre, sarà “condensato” nella semplice scelta fra un “Sì” e un “No”.

“I Quesiti referendari – ricorda l’illustre costituzionalista fiorentino –  devono avere, fra le caratteristiche legate all’ammissibilità, quella dell’omogeneità e chiarezza. Vale a dire, i cittadini devono essere messi in gradi di comprendere esattamente su cosa esprimono il loro parere”. Il “quesitone” invece ha natura “di plebiscito, prodotto dal governo, accolto da un Parlamento eletto con una legge che è all’esame della Corte costituzionale”. Conia anche un nuovo termine, il professor Merlini per i “segnali” che emergono dalla riforma in itinere: “centralismo autoritario”. 

Un carattere che anche la indeterminatezza di molti assunti avvallerebbero. Ad esempio, come chiede Merlini, “cosa significa di fatto, per quanto riguarda l’elezione dei senatori (che, ricordiamo, vengono “scelti” nei consigli regionali, ndr) che vengono designati dal consiglio regionale su indicazione del corpo elettorale? Delle due l’una: o vengono designati o vengono eletti. Quale sarebbe la terza via?….”. 

“Di fatto – è la provocazione del costituzionalista Pertici – sarebbe possibile condensare la domanda ai cittadini in questo modo: volete voi un Senato eletto dai cittadini o dai consiglieri regionali?”. C’è un grosso equivoco di fondo, secondo il professore dell’Università di Pisa: “Non sono state eliminate le Province, ma i voti popolari per le Province”. In altre parole, il vero problema è: la vera modifica è la riduzione dei senatori, o il fatto che non siano più votati direttamente dal popolo?

Passando a esaminare quella che potrebbe essere la nuova composizione dell’organo istituzionale, balza agli occhi un dato: si passa da 315 a 100. “Ma perché, se si voleva effettivamente diminuire i parlamentari, la Camera continua a mantenere i suoi 630 deputati?”. I “nuovi” senatori non votano la fiducia, ma votano le leggi che riguardano il bilancio, più un altro “fascio” di leggi in cui rimane la competenza paritaria delle Camere. Sul resto delle leggi, il Senato potrà sempre proporre modifiche, su cui la Camera si pronuncerà in maniera definitiva. Risparmio di tempo? Da vedersi, dice Pertici. I nuovi senatori godranno ovviamente di tutti i “benefit”pur non avendo lo “stipendio”. Godranno dell’immunità parlamentare. Il Senato non sarà ovviamente smantellato, non si passa (come sostenuto storicamente dalla sinistra) al monocameralismo. Con riguardo poi alla composizione, il nuovo Senato sarà formato da 95 membri, “scelti” dai consigli regionali (con il problema evidenziato poco sopra, ndr), più cinque nominati dal Presidente della Repubblica. Fra questi, ci saranno i sindaci? “La Francia, che lo prevedeva, ha emanato un’apposita legge per escluderli nel 2014” informa Pertici. Inoltre, se si vuole che i consiglieri regionali che vanno in Senato si “muovano” per la Regione e non per il partito, servono meccanismi specifici, incalza il costituzionalista, che cita ad esempio il “voto bloccato” della Germania. “Se la rappresentanza è politica – conclude – è necessaria l’elezione diretta”. 

Tirando le fila,  la modifica del Senato comporterebbe un risparmio minimo sui costi (rimane infatti la struttura, i benefit, tutta la macchina burocratica), si guadagna poco o nulla in velocità decisionale, mentre in compenso si possono determinare conflitti di cui non è chiaro il meccanismo di soluzione (si parla di ricorso all’accordo fra i presidenti delle due Camere, ma se l’accordo non si trovasse ?…) .
Bilancio negativo, reso ancora più cupo, secondo “Pancho” Pardi, dall’intreccio con la legge elettorale vigente, l’Italicum.

“Una delle grandi argomentazioni utilizzate per giustificare l’Italicum – ricorda Pardi – è la necessità di combattere l’instabilità dei governi in Italia. Dimenticando tuttavia che l’Italia è il Paese europeo dove all’instabilità dei governi ha corrisposto la stabilità assoluta del sistema, che ha resistito per decenni persino con la stessa classe politica. La Dc inoltre portava avanti un dibattito interno molto più articolato e pluralista dell’odierno dibattito interno del Pd. Altro luogo comune, che l’instabilità dei governi è “colpa” dei piccoli partiti. Anche questo è storicamente inesatto:  la crisi di governo promana dalla maggioranza, che utilizza a tale scopo i piccoli partiti”. Messi i puntini sulle i, Pardi procede: “La riforma costituzionale mette di fatto tutto in mano al governo, la legge elettorale mette tutto in mano alla minoranza”. Come? “Il Pd– ricorda Pardi – si aggiudicò, alle politiche del 2013, il 25,4% dei voti (29,55% di coalizione). Il M5S, che corse solo, si aggiudicò il 25, 55%. Ma il Porcellum prevedeva le coalizioni, e il Pd portò a casa 345 seggi alla Camera, mentre il M5S 109. L’Italicum non consente coalizioni: ciò significa – conclude Pardi – che il partito che arrivasse al ballottaggio, pur vincendo per un soffio, avrebbe nelle sue mani un potere concentrato enorme, grazie al premio di maggioranza, che gli consentirebbe di muoversi pressoché incontrollato, tant’è vero che non solo esprime il governo ma ha in mano sua anche gli organi di controllo: governa e si nomina il presidente della repubblica, per fare un esempio”. Insomma dice Pardi, il combinato disposto dell’Italicum e della riforma costituzionale di fatto affida per 5 anni il potere in mano a un unico partito che lo utilizza senza “contrappesi”. Una verticalizzazione assoluta del potere che ci porta, secondo Pardi, “sul filo di un incubo costituzionale”. 

Conclude l’incontro Francesco Baicchi, coordinatore nazionale della Rete per la Costituzione, che, insistendo sulla necessità di comprendere l’abbraccio strettissimo fra la riforma costituzionale e l’Italicum, ricorda “il voto dei cittadini non è uguale, chi vota per un partito di minoranza mette in atto un voto che conta meno rispetto a chi vota per un partito di maggioranza”. In buona sostanza, l’Italicum infatti mantiene un enorme premio di maggioranza e liste sostanzialmente bloccate: infatti, spiega Baicchi,  “l’Italia sarà divisa in 100 collegi; i partiti possono bloccare i capilista, che sono presentabili in 10 collegi conservando di fatto il privilegio delle liste bloccate per i 2/3”. 

“Ci sono alcune lezioni da trarre – conclude Baicchi – tra cui il rischio di dover controbattere enunciazioni non dimostrate (per tutte, l’asserita riduzione dei costi), il fatto che la stabilità in nome di cui si è fatto tutto questo dipende dai partiti, la scusa della velocità dell’iter legislativo”. Che come abbiamo visto, sarà tutta da dimostrare.

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