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Referendum/No: Simone Aiazzi: “La vera incertezza è quale tipo di sistema nasce dal Sì” Breaking news, Politica

Firenze – Simone Aiazzi, avvocato, di lunga tradizione repubblicana (ha fatto parte del direttivo Nazionale del PRI, ed è tutt’ora uno degli esponenti più significativi del partito nel territorio fiorentino), nella frattura che si è verificata fra i repubblicani, “appartiene” alla linea del No alla riforma costituzionale di iniziativa governativa.

Perché No alla riforma Renzi-Boschi?

“Mi faccia partire da un dato non eliminabile del dibattito, vale a dire la crisi che sta attanagliando i sistemi, tutti, nessuno escluso, della democrazia rappresentativa. Una crisi che è in buona parte dovuta al fatto che le decisioni politiche più significative per i Paesi non vengono prese più dai singoli governi. Una conseguenza, quella delle politiche sovranazionali, che comporta, come contemperamento per la salvaguardia della partecipazione dei singoli alla cosa pubblica, un rafforzamento dei livelli politici e amministrativi locali. Un assunto basato su dati di fatto che dovrebbe comportare il rafforzamento del sistema federale. Ed ecco il primo No: questa riforma, a fronte del fallimento di quella del Titolo V della Costituzione, poteva e doveva essere l’occasione per il rafforzamento del potere federale, in quel gioco di equilibri cui abbiamo accennato. Invece, si è scelto il contrario, giungendo a un riaccentramento dei poteri nello Stato centrale”.

Qual è il motivo che secondo lei ha contribuito a questo riaccentramento?

“In buona sostanza, ritengo che nessuna delle due tradizioni politiche che con continuità hanno dominato il panorama politico italiano, la tradizione marxista e quella cattolica-Dc, sia mai stata davvero “tentata” dal federalismo, o perlomeno non ci abbia mai investito (non credendoci davvero) fino in fondo. Non bisogna dimenticare che dopo il ’48, il processo federale fu bloccato dalla Dc, per evitare che venisse fornito troppo potere alle regioni, dove prevaleva il Pci. Quando fu la volta della sinistra di occuparsi del “federalismo”, non si riuscì a svincolarsi dalla farraginosità delle materie riservate e concorrenti, alimentando un buon tavolo di controversie e su cui hanno banchettato per anni le forze politiche. Il federalismo usualmente richiede che alla Camera vengano lasciate le funzioni “importanti”, ma il Senato mantiene un potere legislativo proprio pur all’interno di un quadro generale di principi comuni al Paese, che ne salvaguardino l’unità. Tant’è vero che, attenendosi al modello americano, ogni stato ha al Senato due rappresentanti, il grande Texas (per estensione) o il piccolo ( ma ricco e influente) stato di New York. Questo perché si realizzi davvero il principio democratico istituzionale. Da questa angolazione, è assurdo prospettare più rappresentanti per al Lombardia, grazie al fatto che è più popolosa e più ricca.  Qual è il criterio di “diseguaglianza” allora?  Il rapporto fra collegi e popolazione, che distorce il significato stesso dell’eguaglianza democratica, come è già stato rilevato, in termini di “peso” del voto. Allora, bisogna chiedersi e torno alla domanda, qual è la ragione di questo “impianto dei burocrati”, prospettato dalla riforma? La mia risposta è: a tempi cambiati, si tratta dell’adattamento della nostra carta costituzionale al fallimento della politica. Si compie un’operazione mai tentata prima: si adattano le istituzioni al malfunzionamento della politica”.

Passiamo al secondo punto: qual è il motivo del secondo No alla riforma Boschi-Renzi?

“Dare più potere al governo sbilancia il sistema. Il premier, non dimentichiamolo, sarà anche il segretario del partito di maggioranza. Ciò significa che in buona sostanza si saltano le forme della democrazia, i suoi rituali, per fare appello direttamente al popolo: un sistema che, come sappiamo, è perlomeno foriero di una possibile virata quantomeno verso un’oligarchia. E che ruolo rimane non dico a un Parlamento “svuotato”, ma a un presidente della Repubblica   rispetto a un premier investito per acclamazione popolare? “.

Si andrebbe verso un nuovo sistema costituzionale?

“Sì, ma il problema non è quello, il problema è quale. Non si sta andando verso una Repubblica presidenziale, dal momento che il presidente della Repubblica non è eletto dal popolo: non essendo una repubblica presidenziale tout court, il nuovo sistema non gode neppure di quei contemperamenti e forme di garanzia propri della forma presidenziale. Lo sbilanciamento dei poteri del premier tuttavia ci porta fuori dalla forma di Repubblica parlamentare, per approdare a un tertium genus che non è né l’uno, né l’altro e che manca delle forme di garanzia che riequilibrano l’una e l’altra. La separazione dei poteri da un lato  e il loro bilanciamento dall’altro è garanzia per tutti. Con questa riforma mi sembra si sia voluto aiutare il “funzionamento” della macchina, non l’unità e la rappresentanza del Paese”.

Infine, da questo dibattito e da questa riforma, come ne esce la Carta Costituzionale?

“Una riforma che lascia alla legge ordinaria la regolamentazione di una caterva di norme, fra cui come verranno scelti e il ruolo dei senatori (che dovrebbe essere Senato delle Regioni mentre alle Regioni si toglie potere) indebolisce la Costituzione. La riforma alla “…si poteva fare di meglio” sottintende un alogica di fondo: che la nostra Carta fondamentale sia divisa in due parti, la prima, quella dei principi, intoccabile e sacra, la seconda, quella degli organi istituzionali e del “meccanismo”, cambiabile senza limiti. Ciò presuppone l’idea che le due parti siano indipendenti fra loro, mentre il vero nocciolo sta nel fatto che i principi della prima parte si sostanziano e vengono resi attivi dalla seconda parte, vale a dire, dalle modalità con cui si rendono concreti. Le due parti sono inscindibili. Un punto importante perché non deve passare il concetto che la Carta fondativa sia materia da potersi cambiare ogni volta che muta il governo, perché questa è l’idea della legge ordinaria. Se passa questo principio, siamo al cedimento dei principi fondativi della Repubblica alla società liquida, governata da una legge che non è politica, ma economica”.

E che male ci sarebbe?

“I tempi. Se il continuo mutamento della Carta costituzionale deve star dietro ai mutamenti del mercato, la lex mercatoria di buona memoria, non si può più esercitare la politica nei tempi dello Stato di Diritto. Politica e giustizia devono capire una cosa molto diversa rispetto agli obiettivi del mercato: devono decidere ciò che corrisponde all’interesse collettivo e a ciò che è giusto. Il che richiede tempi molto diversi rispetto a quelli “economici”. Il rischio che corre la politica, come la giustizia, se si adegua ai tempi frenetici del mercato, è quello di prendere decisioni “inique”. E’ questo quello che vogliamo? Inoltre, e concludo, ogni campo dell’attività umana ha i suoi tempi. Se non si rispettano, per quanto riguarda la politica,  il rischio è la sua deregolamentazione, il salto dei rituali democratico-politici, l’appello diretto e “veloce” al popolo”.

 

 

 

 

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