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Regione in stallo e politica assente: aziende utility all’attacco Economia, Opinion leader

Firenze – Ogni anno l’assemblea di Confservizi Cispel Toscana mette in chiaro con dati, grafici, analisi degli esperti,  situazioni e soluzioni. Il suo presidente, Alfredo De Girolamo e il suo direttore Andrea Sbandati elencano le cose che si dovrebbero fare per rendere i servizi pubblici un settore industriale di prima grandezza, come nei fatti è per fatturato, investimenti e occupazione. L’anno successivo si scopre regolarmente che queste raccomandazioni sono state del tutto ignorate.

Colpa della rigidità del sistema Italia che continua a considerare le aziende utility come “problema” e non come una “risorsa”? Colpa della politica che non ha il coraggio di mettere mano alle aziende di proprietà pubblica per interessi di potere locale e di cassa? Le aziende crescono, si modernizzano e investono, ma non solo non diventano motivo di orgoglio, ma vengono tenute da parte: non sia mai che facciano perdere voti alle future elezioni.

Quest’anno il meccanismo infernale del riconoscimento negato e delle riforme –  necessarie ma continuamente rinviate –  è se possibile ancora peggiorato. Per due motivi, come spiega De Girolamo alla platea dei soci di Cispel riuniti oggi in convegno alla Palazzina Reale di Firenze (“SPL, le  strategie industriali fra criticità e opportunità di sviluppo”): il varo da parte del Consiglio dei Ministri del decreto Madia sulle aziende partecipate dalle pubbliche amministrazioni e una situazione di stallo nelle politiche regionali.

Nel primo caso, è stato creato un “mostro giuridico”, che penalizza lo stesso modello toscano, così il presidente di Cispel definisce la nuova normativa. Come spesso accade nei testi normativi frutto di impossibili compromessi le aziende del settore vengono definite “imprese private”, salvo poi “impedire loro di essere imprese di mercato, con vincoli, regole ed impedimenti incomprensibili e dannosi”.

Se la sordità al livello centrale è una costante, sul fronte del governo regionale si registra la vera novità negativa: “Il processo riformatore si è quasi fermato, la semplificazione non c’è, la politica sembra incapace di orientare la crescita, talvolta preferisce cavalcare la dimensione identitaria e tattica invece di avere concretezza e visione del futuro”. Non si erano finora sentite parole così nette e dure da parte del rappresentante delle utility.

Intanto le decisioni prese  a livello politico diventano regolarmente carte per il Tar, i tribunali penali  e il Consiglio di Stato. E tutto si blocca. Nel trasporto pubblico locale il caso più clamoroso: “Siamo in attesa della pronuncia della Corte di Giustizia Europea, cui il Consiglio di Stato ha demandato la decisione sulla ammissibilità della cordata francese alla gara”. Una situazione al di fuori da ogni logica: i contratti delle prime gare scaduti da 6 anni, gestori che vanno avanti con atti d’obbligo ben oltre i limiti previsti dalla legge, un iter di gara partito nel 2011 e ancora aperto.

Ma anche nel settore dei rifiuti si va avanti a colpi di ricorsi. L’unico impianto che si ipotizza di realizzare, quello di recupero energetico di Firenze, è fermo in un contenzioso al Consiglio di Stato, la cui sentenza è attesa per il prossimo ottobre. “L’iter giudiziario ha il suo corso, ma la decisione deve essere presa e confermata dalla politica”.

La mancata approvazione dell’adeguamento del Piano Regionale lascia poi una situazione di totale incertezza: la cancellazione dell’impianto di Pontassieve, il sequestro della discarica di Pistoia, la chiusura della discarica di Montespertoli, il mancato avvio della terza linea del termovalorizzatore di Livorno, le ipotesi di chiusura anticipata dell’impianto di Ospedaletto a Pisa, il fermo dell’impianto di Scarlino, la mancanza di impianti di compostaggio e di digestione anaerobica, il blocco del recupero dei fanghi in agricoltura.

Criticità si trovano nel settore idrico, in questi giorni impegnato duramente per ridurre l’impatto di una siccità record, che è tornato in Italia ed in Toscana ad investire dopo lo stop derivante dal referendum del 2011. Però anche qui i gestori hanno vissuto un impatto drammatico delle decisioni della Regione: le criticità sugli scarichi ed il rilascio delle Autorizzazioni Integrate Ambientali, l’impatto dei nuovi canoni di concessione delle derivazioni e dell’attraversamento dei terreni demaniali, la crisi del recupero dei fanghi in agricoltura. “Un insieme di fattori negativi che espongono le nostre aziende ad oneri amministrativi sproporzionati, a rischi di tipo legale e penale, al blocco delle attività, a costi crescenti destinati ad aggravare la tariffa”

In quello della distribuzione di gas e dell’energia si verifica una sorta di strabismo dell’opinione pubblica e anche della politica, che sembra non comprendere che ridurre le emissioni di anidride carbonica per “raffreddare” il pianeta è possibile solo se si “fanno” impianti da fonti rinnovabili, con i conseguenti inevitabili impatti territoriali. E fioccano i no ad impianti geotermici, a parchi eolici, a centrali a biomassa, ad impianti di recupero energetico da rifiuti, ad impianti di digestione anaerobica.

In questo contesto tutt’altro che favorevole le aziende cercano di modernizzarsi. Ormai nei quattro settori industriali, acqua, rifiuti, trasporti e gas, il numero delle imprese si è ridotto drasticamente. Sono nati poli industriali importanti. La Toscana tuttavia non ha ancora una sua multiutility quotata, come hanno altre regioni, anche se le prime esperienze di quotazione sono state avviate prima da Estra e oggi da Alia: “Ma si apre una stagione nuova e per molti aspetti inesplorata legata alla conclusione delle gare nei rifiuti e del gas e al nuovo affidamento idrico”.

Cosa chiedono dunque le aziende utility in questo 2017? Intanto che la Regione faccia ricorso alla Corte Costituzionale contro il decreto Madia e che riprenda un percorso politico coraggioso e razionale uscendo dall’approccio burocratico e penalizzante che ha assunto negli ultimi tempi. Soprattutto chiedono una regia e regole chiare per poter fare i loro investimenti. Non mancano i soldi, manca una strategia chiara che li consideri per quello che sono: industria che crea posti di lavoro.

 

Foto: Alfredo De Girolamo

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