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Regno Unito: tasse ai lavoratori immigrati per i servizi ospedalieri Politica

Londra – Non si ferma il regime di trattamento iniquo che i cittadini UE che vivono nel Regno Unito stanno subendo a causa di politiche restrittive per l’accesso ai diritti sociali. Gli accordi di negoziazione post Brexit, invece, obbligano il governo britannico a garantire l’accesso ai servizi sociali anche ai cittadini europei residenti in Gran Bretagna. Questa volta sono stati messi in discussione i diritti di assistenza sanitaria, che in un periodo emergenziale, come quello che stiamo vivendo, risultano ancora più essenziali.

Boris Johnson ha annunciato una sovrattassa per tutti gli operatori sanitari immigrati per l’accesso alle cure ospedaliere pubbliche, dove loro stessi in questi giorni si trovano in prima linea per combattere la pandemia da Covid 19, mettendo a rischio la loro stessa salute. La tassa arriverà a ottobre a 600 sterline e dovrebbe essere obbligatoria per i cittadini provenienti da paesi fuori l’Unione Europea, ma che risiedono e lavorano nel Regno Unito e che hanno chiesto o un permesso di soggiorno temporaneo o che ancora non l’hanno ricevuto perché la domanda è in fase di valutazione.

Frances O’Grady, segretaria generale dell’Unione dei sindacati britannici, fin da subito ha espresso il suo parere contrario in difesa degli operatori sanitari extra UE, facendo notare come la metafora della guerra, usata più volte anche dal governo britannico, si ponga in contrapposizione con questa ingiusta decisone. Proprio le persone che sono state paragonate ad eroi vengano in questo modo colpite e penalizzate ingiustamente.  In un’intervista al quotidiano britannico “The Guardian” Frances O’Grady invita il governo a ripensare l’intero sistema economico del paese, esattamente come è avvenuto in seguito alla Seconda Guerra Mondiale, diminuendo le tasse per non aumentare le diseguaglianze e non aggravando ancora di più le situazioni di povertà e investendo in settori dove da anni il governo ha tagliato fondi, a incominciare dal settore sanitario.

Nel giro di 24 ore Boris Johnson è stato criticato e messo sotto pressione dal gruppo parlamentare di opposizione, guidato da Keir Starmer, ed è stato costretto a fare retromarcia sulla proposta per rivalutarla. Ancora non è chiaro però, se la sovrattassa sia stata sospesa solo per gli operatori sanitari o per tutti i lavoratori immigrati che vivono nel Regno Unito e che spesso sono proprio quelli che in questo lockdown stanno garantendo il funzionamento dei servizi di trasporto o il rifornimento dei beni alimentari.

Ieri, durante la conferenza stampa giornaliera del governo britannico Priti Patel, segretaria di Stato degli affari Interni, alla domanda di un giornalista che legittimamente chiedeva il perché invece di battere le mani ogni sera per gli eroi che stanno salvando le vite negli ospedali non gli si potesse dare la cittadinanza britannica come segno di riconoscimento, ha risposto constatando che il sistema dell’immigrazione britannico è complesso e andrà riformato, senza specificare in che direzione andranno i cambiamenti.

Il realismo cinico del primo ministro, Boris Johnson, è consapevole che il sistema sanitario pubblico britannico ha bisogno di fondi per poter sopravvivere e affrontare un’eventuale seconda ondata. D’altronde l’8 giugno il Regno Unito inizia la fase 2 e quindi l’allentamento delle misure restrittive con una parziale riapertura potrebbe una seconda ondata di contagi che gli ospedali dovranno gestire, mettendoli ulteriormente sotto pressione.

Sono tante le sfide che il governo britannico dovrà affrontare e a giudicare dai numerosi e bruschi retromarcia che il Primo Ministro, Boris Johnson sta facendo dall’inizio della pandemia fanno percepire un disorientamento e un’indecisione, che potrebbe essere letale, soprattutto se proviene dalla classe dirigente.

 

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