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PD:Gori non passa, Renzi si giustifica Cronaca

Duro mea culpa di Giorgio Gori, il guru di Matteo Renzi, che non è riuscito, come il suo uomo qualche settimana prima, a passare alle ultime primarie, quelle per il Parlamento: "Non sono stato capace – ha detto Gori – nonostante il generoso impegno dei volontari dei comitati, di richiamare ai seggi un sufficiente numero dei bergamaschi che avevano votato per Matteo Renzi, non sono stato abbastanza efficace nel far capire loro che questa era l'occasione per dare concretezza alla speranza di cambiamento che insieme avevamo coltivato. Molti di loro mi hanno manifestato delusione, nelle scorse settimane, verso un partito che sembra incapace di cambiare. Il fatto che abbiano scelto di non tornare a votare di certo non ha aiutato".

In un lungo articolo pubblicato sul suo sito Gori scrive: “Non mi è facilissimo commentare i risultati delle primarie. In queste ore ricevo messaggi di ogni tipo: felicitazione, complimenti, consolazione, invito a non mollare. Il quarto posto in effetti non garantisce un posizionamento blindato nella lista per il Parlamento nè in alcun modo preclude la possibilità di essere tra gli eletti. Dipende da come andrà il Pd alle elezioni del 24 febbraio. Se andrà bene alla Camera; se vincerà sia alla Camera che al Senato, in questo caso in Lombardia Da questo dipenderà il numero dei parlamentari bergamaschi, che furono tre nella passata legislatura, dopo la sconfitta del 2008. Niente è compromesso, dunque, anzi”.

“Certo, non ho vinto. Ha vinto Elena Carnevali, più che meritatamente – prosegue Gori – Buono è stato il risultato di Giovanni Sanga e sorprendente quello di Giuseppe Guerini. Credo sia da citare anche quello di Carla Rocca, di poco dietro di me. Io ho raccolto 2.552 voti, su 10.447 votanti. Uno su quattro. Difficile dire se siano tanti o pochi. Il punto fondamentale è che 10mila elettori sono meno di un quarto di quanti avevano votato alle primarie nazionali del 25 novembre. Tre su quattro non sono tornati ai seggi, sfiancati da questa continua chiamata, distratti dalle vacanze di Natale, delusi per il risultato di quella prima consultazione. Ed è chiaro che se la platea si restringe, il peso del partito, dell'organizzazione dei circoli, si fa decisivo. Già lo era stato nello scontro Renzi-Bersani, figuriamoci questa volta. La responsabilità è in gran parte mia, sia chiaro. Non sono stato capace – riconosce Gori – nonostante il generoso impegno dei volontari dei comitati, di richiamare ai seggi un sufficiente numero dei bergamaschi che avevano votato per Matteo Renzi, non sono stato abbastanza efficace nel far capire loro che questa era l'occasione per dare concretezza alla speranza di cambiamento che insieme avevamo coltivato. Molti di loro mi hanno manifestato delusione, nelle scorse settimane, verso un partito che sembra incapace di cambiare. Il fatto che abbiano scelto di non tornare a votare di certo non ha aiutato”.

“Con la sfida di Matteo il Pd era riuscito ad avvicinare a sè un'ampia fetta di elettorato 'nuovo' – sottolinea Gori – in tutta Italia e qui, che oggi – dopo quella sconfitta, complice anche il silenzio del sindaco di Firenze – ha in gran parte messo da parte l'idea di votare il nostro partito, che considera a questo punto ‘irriformabile’, e volge lo sguardo altrove. E' un grave problema per il PD, a mio avviso, di cui i più non paiono avvertiti. Non se ne vanno solo Ichino e Adinolfi, rischiamo che se ne vadano parecchi elettori. La ‘salita in politica’ di Mario Monti – per quanto accompagnata da una compagine disomogenea e tutt'altro che ‘nuova’ – rischia di riempire in queste ore lo spazio creato dalle idee di Renzi, a tutt'oggi non valorizzate dal vincitore delle primarie – più preoccupato di non crearsi problemi a sinistra – e forse non sufficientemente presidiate dallo stesso titolare. Questo è il problema politico: non mio, del Partito Democratico. Io sono contento dei miei 2.552 voti, dispiaciuto per non essere stato in grado di sfondare alcuni pregiudizi che purtroppo permangono, sul mio conto, tra una parte dei nostri elettori – fiducioso di riuscirci in futuro. Sono profondamente grato a tutte le persone, agli amici e ai volontari, che in questi giorni si sono spesi con incredibile generosità per promuovere la mia candidatura. Ragazzi, ce la siamo giocata alla grande; con coraggio, con la forza di chi non deve difendere nessuna posizione di potere, di chi crede nelle cose che dice e non ha paura di metterci la faccia. Niente apparati, niente ordini di scuderia: ce la siamo giocata a mani nude e quei 2.500 voti ce li siamo guadagnati uno per uno. Ripartiamo da qui. Lavoreremo dentro il Partito Democratico e per il successo del Partito Democratico. L'Italia ha bisogno di una grande forza riformista, di massa, e questo traguardo è il nostro compito per i prossimi anni”.

Pronta la replica di Renzi: “Capisco l'amarezza di Giorgio che, comunque, ha fatto una battaglia bella. Non ce l'ha fatta e quando uno resta fuori di poco è evidente che possa avere un'amarezza doppia. Vediamo se riuscirà ad entrare a seconda di come andranno le elezioni, io glielo auguro”. Per quanto riguarda il silenzio che il sindaco di Firenze Matteo Renzi ha tenuto in questi ultimi giorni di campagna elettorale per i parlamentari del Pd lui stesso spiega che si tratta di un “silenzio legato a quello che avevo detto: per una volta c'è un politico che fa esattamente quello che aveva detto in campagna elettorale” ha sottolineato ricordando la campagna per le primarie per il leader del centrosinistra. “Ho fatto una battaglia dura, forte e anche radicale per cambiare totalmente le regole del gioco – ha concluso Renzi -. E' stata una battaglia giocata fino al 2 dicembre e ho sempre detto che un minuto dopo, in caso di sconfitta, mi sarei rimesso a fare il sindaco e non il capo di una corrente minoritaria. E questo è esattamente quello che sto facendo secondo uno stile di grande lealtà nei confronti di chi ha vinto, e lasciatemelo dire anche con grande coerenza. Mi dispiace che ci sia chi si stupisce che faccio ciò che avevo detto”, riferendosi anche al suo guru Gori.

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