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Renzi chiude alla Leopolda: una scommessa per il futuro. Opinion leader

All’americana, come se fosse Obama. In questo splendore di colori autunnali, nell’antica stazione ferroviaria fiorentina, si consuma l’ultimo atto della campagna per le primarie, davanti al pubblico e agli elettori che l’hanno riempita, per ascoltare le parole del sindaco del Marzocco, simbolo della città repubblicana. Alle 12 e quindici, Renzi arriva sul palco in camicia bianca e cravatta, maniche arricciate, pantaloni scuri.  Apre il discorso emozionato, ma presto il ritmo grintoso che ci s’aspettava prende il sopravvento. Renzi indica una strada di non ritorno nel modo di fare politica, evidenziando la richiesta di cambio, non solo generazionale, ma di cosa si deve intendere per politica. Davanti a ciò che resiste nel suo partito, e l’orrido di un governo del passato che si ripresenta in Italia, Renzi cerca una lettura necessariamente europea, per un paese ancora in parte municipale.

Il sindaco fiorentino parla per più di un’ora, attaccando gli avversari, chiarendo, elencando gli aspetti del suo programma. Afferma che se vince, bene, e se perde non vuole strapuntini. Nessun compromesso con la dirigenza del suo amato PD. La sua politica è nuova, almeno per l’Italia. Vuole gli Stati uniti d’Europa, l’idea di Mazzini che a Berna nel 1836 dette origine all’Europa dei giovani. Un’analogia che non deve sorprendere, che segna invece il tempo nuovo, ora come allora. L’avventura e l’entusiasmo, dunque, come bandiere dell’esigenza di trovare nelle sue proposte, la strada per far uscire il paese dalla crisi. L’abilità del politico, Renzi la mischia alla necessità di trasmettere messaggi positivi. D’altra parte, i giovani non avranno la sicurezza dei padri, l’assistenzialismo del passato, perché non è più permesso, e deve accettare il gioco del mondo globalizzato, sapendo bene che il nostro Paese ha delle qualità uniche che ci permettono di essere in vantaggio se sfruttate al meglio.

L’Italia di ieri è fatta d’eterni compromessi; un mondo incontrollato per i politici, di prebende e stipendi, in molti casi, doppi. Renzi affronta i suoi critici, nel monologo che gli spettatori ascoltano e interrompono, con scroscianti applausi. La rottamazione? S’oppone all’usato sicuro. Propone il dinamismo, allo status quo ante.  Vincere ora, anzi, adesso, è più di un motto per Matteo. La grinta e l’astuzia, non gli mancano. Ha l’appoggio di Oscar Giannino.  Mostra, la differenza tra lui e gli altri, non solo del suo partito. Lancia attacchi a Grillo e a Di Pietro. Si distingue. Avverte, che il futuro sarà ancora difficile e molto c’è da fare per il risanamento del paese, dei suoi bilanci, per la grave crisi economica italiana ed europea. Critica, ma fa una cosa accorta, non condanna Monti. Fa capire che la strada è quella, in contrapposizione a Vendola alleato di Bersani.

Questo potrebbe essere il punto vincente. Avere stabilito queste differenze potrebbe permettere a Matteo Renzi di accreditarsi nel paese e all’estero come persona credibile per il prossimo governo nazionale, o per l’appoggio di un’eventuale Monti bis. Ora, però, deve vincere queste primarie. Invita a superare gli ostacoli, ad andare a votare, a perdere un quarto d’ora domenica prossima davanti al seggio per non rimpiangere i prossimi cinque anni. C’è bisogno del cittadino attivo per cambiare le cose, perché possa scommettere sul suo futuro.  Matteo Renzi attende, se non sarà così, dice, avrà sbagliato, ma lo stesso di sicuro, nulla sarà più come prima.

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