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Renzi-Fassina e un “chi” da dimissioni Politica

Meno di un mese fa tre milioni di italiani hanno chiesto al PD coraggio, decisione, scelte forti. Hanno chiesto di cambiare verso. Stiamo cercando di rispondere a questa richiesta così forte dettando l'agenda alla politica: legge elettorale, riforme costituzionali, interventi per il lavoro perché se non cresce l'occupazione andiamo tutti a casa, grandi iniziative su Europa e Scuola, tagli di un miliardo ai costi della politica. Lo facciamo perché ce l'hanno chiesto i cittadini, lo dobbiamo a loro”. Ecco, comincia così il commento affidata a Fb del segretario del partito Renzi inseguito alla reazione (dimissioni dal governo) di Stefano Fassina all'ormai famoso “chi” in risposta ai giornalisti che ponevano domande al segretario circa l'eventualità di un rimpasto adombrato dal viceministro dell'econmia.

Stefano Fassina oggi mi accusa di "avere una visione padronale del partito": non me ne ero accorto quando si trattava di confermare i capigruppo o di scegliere il presidente dell'assemblea o di tenere aperta la segreteria anche a persone non della maggioranza. Certo, a differenza di quello che avrebbe fatto la politica tradizionale il primo mio gesto non è stato chiedere il rimpasto, come Fassina mi ha chiesto su tutti i giornali”. Forse, viene da dubitare, la frattura che si è creata all'interno del Pd in seguito all'elezione coram populo di Renzi non è proprio del tutto roba da niente, ma continua (e continuerà) a pesare sul Pd, richiamando sempre un possibile (dato per certa da Cacciari, in caso di vittoria di Renzi) rischio di scissione. Del resto, signifcative le prese di posizione: da quella tiepidamente accomodante di Del Rio (“non credo volesse insultare”) a quella ironica di Civati (“anticipo Renzi e me lo dico già da solo: Civati chi?”) a quella di principio di Cuperlo, che richama al “rispetto”. Di chi? Degli avversari? Ma allora il Pd è in stato avanzato di scissione silenziosa? Andiamo avanti, ed ecco cosa dice il senatore renziano fedele Andrea Marcucci: “Stefano Fassina si è dimesso per la seconda volta. Poco serio sfruttare una evidente incomprensione, per tentare di alimentare polemiche superate. Si lascia un incarico di governo quando si dissente da una linea politica, non per futili motivi. Oggi con il segretario Renzi il Pd ha parlato dei problemi del Paese e delle proposte al governo non saranno le decisioni strumentali di Fassina a mutare il clima di grande collaborazione che c’è nel partito”. Grande collaborazione, colpisce la definizione. Infatti, ecco cosa dice il "collaborativo" deputato Pd Alfredo D'Attorre, che solidarizza con Fassina: “E’ evidente che di questo passo la tenuta del governo e’ fortemente a rischio. Non è più tempo di sottovalutazioni e ipocrisie. Tocca al segretario del Pd e al capo dell’esecutivo dare una risposta chiara e risolutiva al problema posto dalle dimissioni di Fassina”. 

Tornando a Renzi e al rimpasto di governo: “Continuo a non chiederlo – precisa –perché la preoccupazione del PD sono gli italiani che non hanno un posto di lavoro, non i politici che si preoccupano di quale poltrona possa cambiare. Sono i problemi dell'Italia che interessano al mio PD, non i problemi autoreferenziali del gruppo dirigente”. Qualcuno potrebbe anche pensare che si potrebbe trattare di un muro contro muro fra due anime che hanno addirittura idee e principi economici e politci diversi e contrapposti sul da farsi per il futuro dell'economia italiana. Il dubbio perlomeno è legittimo. Come è legittimo chiedersi se davvero “ il Vice Ministro all'Economia – in questi tempi di crisi – si dimette per una battuta”. E se fosse per politica, come è legittimo pensare? Allora si spieghi, dice ancora Renzi: “Se si dimette per motivi politici, grande rispetto: ce li spiegherà lui nel dettaglio alla direzione PD già convocata per il prossimo 16 gennaio raccontandoci cosa pensa del Governo, cosa pensa di aver fatto, dove pensa di aver fallito. Lo ascolteremo tutti insieme con grande attenzione, così fa un partito serio”. E dunque? Alla fine, o così o così, sembra il messaggio del segretario più popolare del Pd.
“Quanto a me, non cambierò il tono dei miei incontri con la stampa. Mai. Non diventerò mai un grigio burocrate che non può scherzare, non può sorridere, non può fare una battuta. La vita è una cosa troppo bella per non essere presa con leggerezza. Starò sempre in mezzo alla gente, continuerò a fare battute e a riceverle, ma mettendo al centro il patto con gli elettori, non gli equilibri dei dirigenti”. Sorriso sulle labbra e determinazione. Anche quando si rinchiude la sinistra del Pd in un piccolo, ironico, noncurante “chi”.

4 e 5 gennaio Il Pd di Renzi, la legge elettorale e il job act
su segreteria Pd a Firenze e su dimissioni di Fassina

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