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Renzi alla Leopolda: polemica al vetriolo, ma stile da premier Politica

Firenze – Difendere l’articolo 18 è come “cercare di inserire un gettone nell’Iphone o un rullino in una macchina fotografica digitale”, non è l’articolo 18 a far sì che ci sia lavoro, ma mette l’impresa nelle mani di un giudice: “Che succede di quei 3mila che hanno perso la causa e sono a spasso?”.  Così, senza alcuna diretta contrapposizione nei confronti dei partecipanti alla manifestazione sindacale di Roma, Matteo Renzi ha chiuso oggi la kermesse della Leopolda, cominciata venerdì 24 ottobre, quinta edizione del nuovo format di dibattito politico “open” inaugurato quattro anni fa.

Come si fa a essere contro le misure contenute nel jobs act  che prevede semplificazione, contratto unico, incentivazione del lavoro a tempo indeterminato, diritto alla maternità?  Quelli di San Giovanni protestavano soprattutto contro la non obbligatorietà del reintegro in caso di licenziamento che – ha ribadito Renzi – “corrisponde a un modello fordista della fabbrica”. Oggi “il posto fisso non c’è più”, ma lo Stato si deve prendere cura di chi perde il lavoro: “prima con l’assegno, poi con la formazione, infine aiutandolo a trovare un nuovo posto”.

E’ lo schema del nuovo welfare che sta costruendo il governo, quello che toglie alcune storture (l’art.18 che vale per le aziende con più di 15 dipendenti) e va incontro sia alle imprese che ai lavoratori. La legge di stabilità, con “una riduzione fiscale che non ha uguali nella storia dei governi italiani”, è un provvedimento che si pone lo stesso problema, la creazione di posti di lavoro, anche se alla base di tutto c’è la necessità del recupero di fiducia da parte degli italiani che durante la crisi hanno tagliato e risparmiato dove potevano per paura del futuro: “Sono anni che i cittadini fanno la loro spending review, ora tocca alla politica che ha continuato ad abbuffarsi”.

Argomenti contro argomenti, e se c’era da attaccare qualcuno allora ecco parole di ghiaccio contro coloro che come Rosy Bindi (ma non l’ha citata) hanno trovato “imbarazzante”  la riunione della Leopolda: “Imbarazzo per che cosa? Per qualcuno che  mette la gente insieme a parlare di politica’”. Il Pd di Renzi rispetterà tutti i messaggi che gli vengono lanciati, ma c’è un cosa che non rispetterà: “Non daremo più il partito in mano a quella classe dirigente”. Parole ovviamente accompagnate da minuti di applausi e grida favorevoli da parte dei quattromila partecipanti all’ultima giornata leopoldina (con parecchi rimasti fuori a seguirne i lavori dal maxischermo), dal luogo dove è nata l’ondata della rottamazione.

Prima di affrontare la questione delle “due piazze” e dell’articolo 18, il segretario del Pd aveva impostato il suo discorso con un taglio di alto profilo politico – istituzionale, parlando di politica estera: “Questa è un’altra Leopolda, oggi siamo al Governo, e la nostra responsabilità è cambiare il paese, per guardare al futuro con orgoglio e coraggio”. Fra i successi ottenuti, Renzi ha citato la diversificazione della politica energetica, per cui per esempio le scoperte dell’Eni in Mozambico permetteranno sicurezza nel fabbisogno di energia dell’Italia fino al 2046. Così come è un merito del suo esecutivo l’aver cambiato atteggiamento nel dialogo europeo: “Chiediamo all’Europa di smettere di concentrarsi solo su rigore e austerità, perché essa è nata per creare posti di lavoro, non vincoli e parametri di austerità”.

Un applauso, lungo e convinto, ha accompagnato le parole di stima per Giorgio Napolitano, al quale bisogna rivolgere il massimo rispetto nel momento in  cui è stato oggetto di “tante menzogne”. Concludendo,  il segretario del Pd e presidente del Consiglio ha chiamato tutti all’impegno per cambiare l’Italia con entusiasmo e passione contro “i professionisti della gufata” e  “coloro che dicono no, perché la Leopolda è il luogo di incontro di quelli che dicono sì”.

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