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Renzi Sì, perché è l’uomo dell’innovazione e del cambiamento Innovazione, Opinion leader, Società

Non credo infatti che basti dire che sono le TV berlusconiane che lo hanno creato e lo hanno fatto affermare. Non vorrei che per Renzi, come è successo per Berlusconi, una certa sinistra prendesse il solito  abbaglio. La comunicazione nell’era contemporanea può molto. Ma se il “prodotto” non esiste qualsiasi campagna diventa effimera e senza risultati di medio e lungo periodo. E allora se si vuol capire il “caso Renzi”, e capire il tipo di “prodotto” che si è venuto proponendo sul mercato della politica, occorre chiedersi il perché gran parte dell’elettorato di centrosinistra si è stancata delle liturgie, dei riti e dei comportamenti  di una certa sinistra e di un certo centro. E quindi si è stancata di un Pd che aveva fatto sognare e sperare in un nuovo stile politico e che invece è risultato sempre di più corrispondente alla somma algebrica, neppure alla sintesi, delle due vecchie anime fondatrici della dc e del pci. Un politicismo esasperato, una visione pauperistica e un po’ piagnona della società italiana ed infine, cosa questa ritenuta da molti insopportabile nella situazione attuale, una visione statica e superata dei diversi referenti istituzionali nella società in evoluzione (come il sindacato, il parlamento, la chiesa, il partito, la scuola, la magistratura etc). Questi referenti  sono stati “trattati” da questo certo centrosinistra  più come  soggetti da “difendere e tutelare” dal processo di modernizzazione  piuttosto che strumenti di interazione per avviare “l’innovazione”  nel sistema politico, economico e sociale italiano.

La crisi del sistema ha trovato questo centrosinistra, la sua espressione partitica (il PD) e i referenti istituzionali, più “vicini”, completamente spiazzati. Intenti più a giustificarsi che ad agire. E incapaci di imprimere il necessario cambiamento che è in primo luogo di idee ma , anche , di comportamenti  e , quindi, di persone. In questa “morta gora” della crisi, nel mentre si demandava ai tecnici di rimettere i conti a posto, questo centrosinistra non è riuscito a mettere al centro dell’Agenda futura (non diciamo dell’Oggi!!) né nuove idee, né nuovi comportamenti nè tantomeno, con riflessi comunicativi nefasti, nuove facce. E il dopo Monti è sembrato a molti, anche a molti che si sentono ancora vicini al centro e al centrodestra ma che si stanno guardando intorno, più come la riedizione del film di Tom McLoughlin (“A volte ritornano”) piuttosto che come la promessa di un futuro migliore.

E' in questa crisi che si inserisce il fenomeno Renzi. La rottamazione, in tutto ciò che di reale ed evocativo lascia trasparire questo slogan, è il grido di battaglia che non nasconde, come sostengono in molti, un vuoto di contenuti ma piuttosto un profondo cambiamento di contenuti. E le continue citazioni di leader e pensatori a cui riferire nuovi paradigmi per il programma del centrosinistra (Blair, Clinton, Obama, Ichino, Zingales..etc) sono soltanto le icone rappresentative di questo profondo cambiamento.

Il tentativo di Renzi è quello di declinare una società delle opportunità rispetto alla società delle tutele sia per superare la crisi dello “stato sociale”, che promette sempre di più per dare sempre meno e sempre a meno,  e sia per cambiare quel senso di appagamento della comunità che sembra  propensa a declinare le tutele più in termini di assistenza che di responsabilità individuale. Ed è in questo ribaltamento che Renzi incontra gli interessi dei giovani, dei non inseriti stabilmente nel mondo del lavoro  e dei lavoratori autonomi  a fronte di un certo conservatorismo delle classi più tradizionalmente salvaguardate dal sistema italiano di workfare.

Ma il vero cambiamento di Renzi non è tanto o solo nei programmi, che per ora sono solo tracciati nelle linee di indirizzo strategico (e questo è un bene, se non si vuole ritornare al famoso programmone di coalizione di Prodi di quasi 300 pagine!), ma piuttosto e ancora di più nei riti e nei comportamenti. Tante sono le innovazioni del “sindaco di Firenze” introdotte nel modo di governare. Alcune marginali, più legate alla sua propria personalità, alcune anche discutibili, specie laddove rimandano ad alcuni tratti “dell'uomo solo al comando”, ma alcune positive e significative specialmente se confrontate con la tradizione di certo centrosinistra italiano.
La più importante è quella del decisionismo democratico. Cioè di quel modo di governare che, senza diminuire l'importanza della partecipazione e della concertazione, arriva a porre la decisione finale  come sbocco naturale e normale di un processo politico amministrativo. Cioè a concepire il rimando, la rimessa in discussione, il compromesso deteriore e altre figure tipiche del modo di governare delle classi dirigenti italiane come malattia della democrazia e non come modo normale di funzionamento.

E questo tratto appare importante sia se misurato di fronte ai tanti poteri e contropoteri istituzionali che fanno parte della tradizione sociale del paese (quei referenti istituzionali di cui si parlava in precedenza) e che si sono sempre posti come “vincoli” al corretto funzionamento dei Governi. Ma anche se posto di fronte al comitatismo crescente del paese che, specialmente in Italia, si pone non come interlocutore attivo dei processi decisionali  dei Governi ma piuttosto come antagonista sociale per “bloccare” quei processi.

Il “sindaco di Firenze”, al di là delle singole scelte che andranno valutate alla fine del mandato e con maggiore dovizia di dati e di particolari, ha mostrato di avere un atteggiamento meno accondiscendente rispetto ai poteri di interdizione diffusi nella società e ha mostrato un doveroso coraggio, a difesa del cittadino qualunque, nei confronti di blocchi di interesse che hanno sempre influenzato, non sempre positivamente, le scelte di Governo di un certo centrosinistra. Non è un caso che alcune “cattedrali intoccabili” come Ataf, Teatro Comunale, Comune di Firenze e altre realtà di presenza pubblica in città siano le sigle che, attraverso i diversi sindacati dei lavoratori, rappresentano l'opposizione più marcata e più dura in città nei confronti del sindaco.

Ma accanto al decisionismo democratico ciò che sostiene il fenomeno Renzi è una indubbia capacità di innovazione che sorregge i suoi comportamenti e le sue decisioni. Sentir parlare Renzi e seguirlo nell'azione politica dà il senso di assistere a qualcosa di non visto fino ad ora, o non in visto in quella intensità, nel panorama dei leader del centrosinistra italiano. Certo il fenomeno comunicativo. Ma anche, e di più, la capacità di vedere e quindi di raccontare la realtà della crisi italiana in maniera diversa da come è sempre stata vissuta e raccontata. Qui siamo davvero, come dice Niki Vendola, in una capacità di narrazione, e quindi di proposta politica, che non è subalterna a certe letture tradizionali e che, per questo, riesce a entrare in sintonia con pezzi di società, certo giovani ma non solo, a cui il centrosinistra non ha mai dato prospettive credibili. La passione politica evocata da Renzi non è una riedizione del “ culto della personalità”, non nuovo nel paese, ma è piuttosto la risposta emotiva di pezzi di società italiana che si sentono finalmente toccati dalla politica e dal suo messaggio. E in questo caso dalla politica di centrosinistra.

Ridurre Renzi ad un “nulla che avanza” non è solo un'offesa a lui e ai suoi supporter. Ma è, cosa più importante, la chiusura ad un fenomeno importante e reale che può modificare una parte rilevante del rapporto fra il centrosinistra e la società italiana. Ampliandone l'area di influenza ed arricchendo un approccio e quindi una proposta che appare altrimenti, se confinata nel suo perimetro tradizionale, riduttiva e incapace di affrontare i problemi e le aspettative delle componenti più innovative della società.

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