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Renzo Rossi, prete di frontiera: gli anni da “cappellano di fabbrica” Cultura, Opinion leader

Firenze – L’Associazione degli Archivi dei cristiani toscani del Novecento (Arcton) conserva, ordina e studia l’immenso archivio di lettere, diari, documenti e fotografie che ci ha lasciato don Renzo Rossi. La sua è la sezione più importante per quantità e qualità di documentazione di un archivio che custodisce anche le carte di sacerdoti che furono compagni e amici di don Renzo come don Danilo Cubattoli (il popolare don Cuba), don Ajmo Petracchi e mons. Gino Bonanni che fu rettore del seminario maggiore di Firenze.

Il nucleo principale del fondo Rossi è costituito da oltre 750 diari, numerati e ordinati dallo stesso autore, nei quali don Rossi annotava dal 1943 al 2013 (è morto il 25 aprile 2013 a 88 anni) fatti autobiografici e di cronaca con pensieri personali, sensazioni e riflessioni.

Le informazioni sono arricchite da un patrimonio di circa 20 mila fotografie, frutto di una passione che condivideva con l’amico don Cuba e che documentano tutto l’arco dell’esperienza pastorale del sacerdote.

L’altra parte importante dell’archivio è rappresentata da migliaia di lettere che tracciano il suo percorso dal seminario alle parrocchie: Montelupo, San Gervasio, Brozzi, Vicchio (1952-1955), Rifredi (1955-1960) e Porto di Mezzo (1960-65) e poi vent’anni in Brasile fino al 1989. Così come gli ultimi decenni fra Firenze, Brasile, Mozambico, Terrasanta e India.

Lettere che sono frutto della sua “gran gioia di scrivere”, come dice Matteo Del Perugia nella prefazione al libro che raccoglie quelle brasiliane.

Fra i suoi corrispondenti ci sono le grandi figure del mondo cattolico, laico ed ecclesiastico: da don Lorenzo Milani a Padre Ernesto Balducci, a Carlo Maria Martini; da Giorgio La Pira a Pietro Ingrao. Questo materiale è stato ordinato in maniera analitica fino al suo primo ritorno dall’America Latina, richiamato dal cardinale Silvano Piovanelli. Il suo rientro definitivo avvenne nel 1997.

Per famiglia ho avuto la fortuna di vedere da vicino tutti i protagonisti della grande stagione della Chiesa fiorentina degli anni 50 e 60. Don Renzo è stata, invece, una scoperta tardiva, dovuta soprattutto alla lunga permanenza di entrambi lontani da Firenze.

C’era un’unica occasione per incontrarsi. Ogni anno in ottobre, il sacerdote celebrava alla Serra di Sasso Marconi la messa in memoria di Sergio e Anna Cammelli, miei parenti fiorentini che abitavano a Bologna, e che molto lo hanno sostenuto nella sua attività missionaria nella parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe.

Ma chi era veramente il “prete volante”, come si autodefinì lui in un foglietto del 1953, quel “diacono piccino e spepero” come scherzosamente don Milani lo aveva descritto alla madre Alice.

Che ruolo aveva avuto in quella esaltante azione drammatica che fu il movimento per il rinnovamento della Chiesa che vide in quegli anni figure diverse ma tutte ugualmente forti e profilate come Don Lorenzo Milani, Don Bruno Borghi, padre Ernesto Balducci, don Luigi Rosadoni, mons. Enrico Bartoletti?

Progressivamente la sua personalità e il suo contributo a quella storia hanno assunto tratti sempre più definiti e confortati anche grazie ai riconoscimenti da parte delle istituzioni: fra gli altri quello del Comune di Firenze a lui e alla Comunità di Salvador Bahia e il Gonfalone d’argento del Consiglio regionale nel 2006 “al missionario fiorentino in Brasile soprannominato l’angelo delle carceri per il suo impegno, negli anni della dittatura, nei confronti dei prigionieri politici”.

Con Silvano Piovanelli (morto nel 2016) era all’inizio del nuovo millennio l’ultimo sopravvissuto di quella generazione che si era formata nel seminario maggiore di Firenze a cavallo della Seconda Guerra mondiale.

Rossi fu ordinato sacerdote l’11 luglio 1948 insieme a Danilo Cubattoli; Milani esattamente un anno prima, il 13 luglio 1947 con Silvano Piovanelli; Borghi due anni prima, nel 1946 con don Alfredo Nesi. Luigi Rosadoni studiò con loro nel 1945, poi lasciò il seminario e diventò sacerdote solo nel 1953.

Oltre che grandi amici, Milani e Borghi sono stati le sue “guide essenziali, senza le quali – diceva – sarei stato terribilmente più bischero”. Erano i principali beneficiari del metodo che aveva definito “della sanguisuga” che valeva per tutti: “Cercavo negli altri i valori che apprezzavo per farli poi miei, anche in coloro che erano lontani dalla fede”. Ma il punto di riferimento erano quei due: “Il loro modo di pensare l’ho poi tradotto a modo mio in Brasile”, ha spiegato in una intervista.

Ciascuno di questi giovani usciti dal seminario con la propria personalità, le proprie aspirazioni, la freschezza giovanile, cercava di dare una risposta alla domanda fondamentale: come fare il prete in quel contesto storico, quali sono gli ultimi dalla parte dei quali stare senza compromessi? Come svolgere la missione di apostolato in una società attraversata dall’ingiustizia sociale, dall’antagonismo di classe?

Anche Renzo decise di essere prete di frontiera: “Fare il prete di coloro che non vogliono il prete”. Cercare in tutte le persone i valori umani, di verità, di giustizia, di libertà, di generosità”. Andare a cercare gli altri, non aspettare che vengano loro da te. Questa secondo lui era la missione del prete. Se per esempio andava alla partita di calcio, poi si recava negli spogliatoi dai giocatori per parlare con loro. E’ così che è diventato cappellano della Fiorentina.

In anni di contrapposizione ideologica dura e ostile fra mondo cattolico e mondo comunista, don Renzo cercava prima di tutto il rapporto con i parrocchiani che non andavano in chiesa sollevando scandalo nei fedeli più tradizionalisti.

Il mormorio di disapprovazione dei cattolici conservatori ai tempi della Chiesa di Pio XII lo ha accompagnato in tutti i suoi incarichi pastorali: e anche al Porto di Mezzo di Lastra a Signa, nella cui Casa del popolo Rossi raccontava di aver assistito, fra lo stupore generale, alla partita Fiorentina – Juventus il giorno dopo il suo arrivo in parrocchia. “Sementi di bene Dio li ha messi nel cuore di ogni uomo”, rispondeva a chi lo criticava.

La linea comune dei nuovi preti era quella descritta da Rosadoni: “Cerco solo la semplice povertà del Vangelo e la serietà del mio lavoro di sacerdote diocesano. Poche cose: una parrocchia a Firenze o vicino a Firenze, commisurata alle mie capacità, dove possa fare apostolato senza affrontare problemi più grossi di me”.

Ma qui si poneva la questione cruciale che emerge con crudezza nelle Esperienze Pastorali di don Milani. La parrocchia non è costituita solo da coloro che vanno in chiesa, anzi. Al Porto di Mezzo, per esempio, solo il 10% dei parrocchiani frequentavano la chiesa e dunque era necessario avvicinarsi all’altro 90 per cento. Così Rossi non si preoccupava il sabato di farsi vedere in giro persino con il segretario della locale sezione del Pci: “A cosa mi serve preoccuparmi di quelli che sono già nel gregge?”. Del resto non è questa della parabola delle 99 pecorelle e di quella che è fuori dal gregge di cui si deve occupare il pastore il profondo significato della pastorale di Papa Francesco?

Una delle possibilità che presero in considerazione i  grandi amici Cubattoli, Borghi e Rossi per mettere la propria missione di prete al servizio dei poveri fu quella di svolgere la propria missione in fabbrica, diventare preti operai. Mentre Milani scelse la scuola, “ di dare la parola ai contadini”, gli altri tre guardavano con interesse alle esperienze dei primi preti operai francesi. Fino al 1951 questa scelta era autorizzata dalle autorità ecclesiastiche e l’anno dopo vietata con la motivazione che in fabbrica il sacerdote correva il rischio di perdere la sua vocazione. Se era proibito fare il prete operaio – pensò allora don Renzo – ci si poteva provare “con la modalità accolta dalla Chiesa, quella del cappellano di fabbrica”.

Con Cubattoli, ma soprattutto con Borghi, girò l’Italia per studiare esperienze analoghe a quelle che si apprestava a fare. Borghi era contrario all’assistenza spirituale in fabbrica, che considerava un retaggio del fascismo. Così l’esperienza operaia che aveva cominciato nel 1950 alla fonderia del Pignone, allora autorizzato dall’arcivescovo, rimase per lui sempre l’unica autentica strada per realizzare fino in fondo la missione di stare accanto agli ultimi.

Quando nel 1953 scoppiò il caso del Pignone don Bruno riuscì ad ottenere dal cardinale Dalla Costa l’autorizzazione a dire la messa nella fabbrica occupata, quella messa alla quale partecipò anche il sindaco Giorgio La Pira.

Rossi fu cappellano di fabbrica prima all’Italgas nel 1952, poi alle Officine delle ferrovie a Porta al Prato, dove prese il posto di Cubattoli dal 1954 e dal 1955 alla Fiat, quando gli fu dato l’incarico di cappellano a Rifredi dove era pievano don Giulio Facibeni, fondatore della Madonnina del Grappa. In queste fabbriche erano impiegati complessivamente circa 2.500 operai Naturalmente niente fu semplice per lui. Di 500 operai all’Italgas solo due erano cattolici, tutti gli altri comunisti. La Commissione interna non lo voleva “a giro per la fabbrica” e doveva rimanere confinato in un ufficio.

Renzo decise subito di mettere in pratica il suo metodo: andava ad aspettare gli operai la sera ai cancelli per aprire un contatto, essere loro amico. L’episodio che raccontava volentieri avvenne l’ultimo giorno dell’anno 1955, quando li attese a un quarto a mezzanotte con una torta e un fiasco di vino per festeggiare l’arrivo del nuovo anno con i fuochisti del turno di notte.

Quell’episodio sancì definitivamente un rapporto di amicizia che non si è più spezzato e la stessa esperienza positiva si riprodusse anche nelle altre fabbriche, seppure con modalità diverse.

Conciliare il doppio lavoro (cappellano di fabbrica e della parrocchia di Rifredi) pose comunque a don Rossi molti problemi come lui stesso scrisse in un memorandum inviato alla Curia nel 1957. Per riuscire a svolgere il suo doppio impegno aveva tentato di suddividere la settimana in giornate dedicate alle officine e in quelle dedicate alla parrocchia, ma era un lavoro improbo: “Le officine hanno possibilità di assorbire l’attività di un prete molto di più e in modo così continuo e così intimo da non lasciar tempo per altre cose. D’altra parte la parrocchia di Rifredi è così vasta e con tanti impegni pastorali che un prete lì assegnato ha un campo di lavoro meraviglioso, ma estremamente impegnativo”.

In poche parole dunque Don Rossi svolgeva un’azione poco visibile al di fuori delle comunità locali, secondo il suo stile e il suo carattere, ma importante come contributo alla creazione di un nuovo clima nel dialogo fra cattolici e comunisti, nella costruzione di una comunità più solidale e aperta.

C’è un episodio, tuttavia, che lo fa entrare da protagonista nella storia di Firenze, il salvataggio della Galileo. Nel novembre 1958 la seconda grande fabbrica metalmeccanica di Firenze entrò in crisi: la Sade, che ne era proprietaria, decise di licenziare 980 operai che occuparono gli stabilimenti per salvare il posto di lavoro.

Memore di quanto avevano fatto La Pira e la Chiesa fiorentina per il Pignone cinque anni prima, la Commissione interna cercò l’aiuto del sacerdote fiorentino più vicino al mondo operaio, don Borghi, chiedendogli di favorire un incontro con l’arcivescovo Dalla Costa.

Borghi però li mandò da don Rossi. Secondo quest’ultimo perché Bruno aveva una posizione intransigente (“Gli operai devono essere capaci di camminare da soli”). Ma il vero motivo stava nella capacità di mediazione e di convinzione di Rossi che faceva leva sul sentimento e sull’entusiasmo. Del resto lo stesso Borghi vedeva con favore la sua presenza in fabbrica con un ruolo di “mediazione”. “Io ho fatto più il prete che cerca la mediazione anche in Brasile con l’esperienza delle carceri”, ha più volte confermato l’interessato.

La commissione interna guidata da Gianfranco Bartolini, futuro primo presidente della Regione Toscana, fu ricevuta dal cardinale. E fu don Renzo a lanciare la proposta giusta: il cardinale avrebbe potuto firmare un documento a favore dei licenziati, che peraltro era un fatto assolutamente senza precedenti nei rapporti fra la Chiesa e il sistema industriale.

Dalla Costa accettò l’idea e incaricò Rossi della stesura della bozza. Il cappellano di Rifredi radunò un gruppo di preti sensibili alla questione sociale.

Eccoli sono tutti loro, i preti fiorentini: Borghi e don Mazzi, Nesi, Masi, Corso Guicciardini, don Carlo Zaccaro, Bianchi, Bianchi, Franci, Pecchioli. Borghi e Mazzi avrebbero voluto un documento forte e duro contro gli industriali, ma Rossi li convinse: “Voi preferite il nulla o il cinquanta pere cento? Prendiamo il 50 per cento”. Così il gruppo cercò di “mettere giù un testo che echeggiasse il modo di scrivere di Dalla Costa”.

Il 21 novembre si recarono in Curia per l’approvazione. Accanto al cardinale c’era il coadiutore Ermenegildo Florit che era stato mandato da Roma proprio per controllare l’anziano pastore di fronte alle “intemperanze” dei cattolici fiorentini. Florit consigliò in modo pressante Dalla Costa di inviare il testo a Roma prima che uscisse sui giornali. “Eminenza c’è bisogno di un suo gesto profetico”, le parole di don Rossi convinsero il cardinale. Fu poi ancora lui a portare il testo all’Ansa e al Giornale del Mattino.

Nel documento c’erano scritte affermazioni che nessun vescovo avena mai pronunciato: (“Come non scegliere la parte di coloro che sono nell’angustia per la incertezza del loro avvenire?  Ci rivolgiamo ai dirigenti industriali ed economici perché vogliano riconoscere ed osservare le proprie obbligazioni sociali nella trattazione dei loro affari”.

Dalla Costa aveva avuto modo di apprezzare precedentemente l’atteggiamento di don Rossi obbediente ma mai rassegnato a difendere le sue ragioni. In un altro episodio di crisi industriale, aveva raccolto denaro per 150mila lire insieme ad altri sacerdoti per darlo agli operai della Fonderia delle Cure impegnati in un’occupazione permanente: “Fai quello che ti dice la coscienza, consegna i soldi e vai in pace”, gli disse dopo che era andato a chiedergli consiglio dopo essersi scontrato con il diniego del vescovo vicario che come al solito voleva prima che fosse informata Roma. Fare una colletta a favore di comunisti? Peccato mortale.

Perché per lui l’obbedienza davvero era una virtù: “il cardinale Dalla Costa sapeva che qualunque cosa mi chiedesse, dicevo sempre di sì”, una disponibilità che è stata una costante della sua vita, riuscendo a mantenere integra la sua coscienza.

Così lo ha ricordato Piovanelli il giorno delle esequie in San Lorenzo: “Tu non hai mai rotto con nessuno e hai saputo pazientare con l’apertura di ascoltare tutti, anche i ribelli e i contestatori, ma sempre con la fedeltà più rigorosa alla Chiesa fiorentina e ai suoi arcivescovi”.

 

Della figura di don Renzo Rossi si è parlato oggi venerdì 28 settembre al Teatro di Porto di Mezzo a Lastra a Signa in un incontro organizzato dal Comitato Porto di Mezzo. Sono intervenuti Benedetto Ferrara, giornalista de La Repubblica, Matteo Del Perugia, Curatore del libro “Lettere dal Brasile”, don Norberto Poli e il direttopre di Stamp Toscana Piero Meucci. Moderatore, Pietro Milanesi

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