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Reti solidali contro il Covid, i volontari: “La solidarietà è contagiosa” Breaking news, Cronaca, Foto del giorno, Società

Firenze – Una rete avvolge Firenze, ed è la Rete della solidarietà. Iniziative partite dal basso, da una platea sostanzialmente giovane, che ha messo in atto una serie di servizi che vanno a coprire centinaia (si arriva quasi a mille) persone in città. Che, senza l’aiuto offerto dalla rete, si sarebbero trovate, per vari motivi, in grosse difficoltà. Stamptoscana fa il punto con alcuni dei protagonisti, che in queste settimane sono riusciti a portare non solo generi alimentari, medicine, borse della spesa, ma anche parole di speranza e una forte empatia, ricollegando fili comunitari che qualcuno pensava spezzati per sempre. E un principio fondamentale: la solidarietà è contagiosa.

A dare il via, come spesso accade, è stato il quartiere di San Frediano. Il Laboratorio Diladdarno, gli Amici dei Nidiaci, i Bianchi di Santo Spirito, i ragazzi dell’Occupazione Via del Leone, con il supporto logistico di Fuori Binario, oltre ad alcuni residenti appartenenti a Pap e a volontari spinti dalla volontà di rendersi utili, hanno cominciato ad organizzarsi fin dalla prima settimana di marzo.

 “Concretamente, siamo partiti verso il 10-11 di marzo – dice Cosimo, che oltre al volontariato su strada assolve anche al compito di raccogliere le chiamate insieme a Flora –  all’inizio il nostro compito era quello di fare e portare la spesa agli anziani. L’iniziativa è andata molto bene, nel senso che si è diffusa rapidamente, ma la prima difficoltà è stata quella dei dispositivi necessari, in particolare le mascherine. E qui sono intervenute le mamme di San Frediano, che si sono immediatamente attivate confezionando decine di mascherine sempre più professionali. Un’attivazione diffusa, tant’è vero che siamo riusciti a consegnare 200 mascherine in più all’albergo popolare per gli ospiti. Fra i residenti che più frequentemente abbiamo aiutato, oltre agli anziani, anche le altre fasce a rischio, vale a dire le persone con problemi di salute pregressi”.

Una prima fase cui è seguita una svolta. “Con il procedere dell’emergenza – continua Cosimo – ci siamo resi conto che non si trattava più semplicemente di tutelare le persone immunodeficienti dal contagio. Bisognava anche pensare alle famiglie che avevano subito la perdita del lavoro e si trovavano in difficoltà anche per la spesa alimentare. Dunque, dovevamo fare un passo in più”. Il passo in più, era quello di comprare gli alimenti per le famiglie che non ce la facevano. “In realtà, il problema si era già posto con alcuni anziani. Così, siamo arrivati all’aiuto alimentare vero e proprio, con la distribuzione di un pacco alimentare di circa una ventina di chili per una famiglia di tre persone”. Per fare questo, è stato attivato un crowfunding che ha visto tutta la comunità contribuire.

“Il pacco, che per una famiglia di tre persone può arrivare a 7-10 giorni, è composto di pasta, riso, olio, zucchero, farina, elementi nutritivi di base, da integrare con alimenti freschi, grazie soprattutto alle reti di sostegno del quartiere”.

Le richieste nel quartiere giungono da almeno 70 famiglie, alcune molte numerose, in buona parte stranieri che hanno famiglie più numerose. Ma sono tantissime anche le famiglie fiorentine che hanno bisogno dell’aiuto, nonostante la distribuzione parallela dei pacchi alimentari e i buoni spesa comunali. In tutto, sono circa 300 persone che da un lato sono beneficiati dai pacchi, dall’altro contribuiscono alla rete. Perché il punto è proprio questo: ricevere per dare.

Un esempio? “Il meccanismo funziona sui due canali – spiega Cosimo – ricevere e dare. Il 2 aprile, quando abbiamo affisso nel quartiere i volantini con i numeri di telefono, le persone hanno cominciato a chiamare dal giorno stesso, sia per il sostegno alimentare, che per fare donazioni e dare supporto. La risposta del quartiere è stata incredibile: nella prima settimana abbiamo ricevuto oltre 1000 euro di donazioni, mentre 4 persone esterne si sono offerte per la distribuzione dei pacchi. Le stesse persone che hanno ricevuto il pacco alimentare, si sono prestate a ricambiare con la distribuzione. Ad ora, la rete comprende una trentina di persone, alcuni dislocati anche fuori quartiere, che tuttavia contribuiscono con il call center e altri supporti di tipo telematico”.

““Per quanto ci riguarda – continua Cosimo, che fa parte del gruppo di via del Leone all’interno del Laboratorio DiladdArno –  il lavoro che stiamo facendo è perfettamente in linea col percorso che da sette anni stiamo svolgendo nel quartiere, dalle lotte in difesa dei Nidiaci all’Asl di Santa Rosa, quest’ultima particolarmente importante in questo momento. Il punto è creare reti di solidiarietà, non solo nel momento del bisogno. Reti che si attiveranno per risolvere i problemi a un livello più profondo, in una logica che supera l’individuo e divenga di riconoscimento collettivo. Il concetto di identità deve servire non per frammentarsi in gruppi sempre più piccoli, ma per riconoscere l’altro come uguale a sé. Mi riconosco come appartenente a una comunità e quindi mi attivo per sostenere la comunità nel suo insieme. Non conta dove sei nato o il colore della pelle, ognuno, nelle collettività dove si trova, dovrebbe creare meccanismi di mutuo soccorso da cui, secondo noi, bisogna ripartire. Riallacciando quei legami che sono stati strappati e che consentono di riconoscersi nel “noi””.

Se questa è San Frediano, spostandoci verso Rifredi, si incontra un altro punto di solidarietà dal basso la ci base è nella casa del popolo il Campino. Anche qui l’esperienza si sviluppa da una pregressa presenza solidale, in questo caso ben identificata nel nucleo di Potere al Popolo, che, come era successo in San Frediano per il Laboratorio Diladdarno, aveva già da qualche anno messo in campo servizi di solidarietà e mutuo soccorso, come lo sportello per il lavoro, o l’armadio solidale. E che è partito con i pacchi spesa in queste settimane. Ne parliamo con Lorenzo, che mette l’accento su un punto molto preciso ovvero il call center costituito dal telefono rosso per i lavoratori. Un punto importante perché, come spiega, da un mese raccoglie i bisogni dei lavoratori rimasti a terra dopo le misure di contenimento del coronavirus, con le storie del momento: dal lavoratore al nero che non può dimostrare l’ammanco di reddito dovuto alla pandemia, a chi portava a casa uno stipendio nominale “in busta” ma si sosteneva col “fuori busta” (indimostrabile ovviamente) a chi lavorava a chiamata o con soluzioni del tutto “irrituali”. Una folla di invisibili, esclusi dai buoni spesa ma anche dai pacchi alimentari comunali, cui fanno da seguito le persone senza residenza, cui magari spetterebbe il pacco alimentare, ma che, o per le difficoltà della lingua o per le complicanze della richiesta non riescono ad accedere neppure a quello. “Stando a contatto con la gente – dice Alba – ci siamo quasi immediatamente resi conto che le misure governative non erano sufficienti. In una città come Firenze, dedita al turismo, la pandemia ha messo allo scoperto ampie sacche di fragilità, con grandi problemi di lavoro povero, che è emerso anche nelle zone del distretto produttivo. Difficoltà condivise da immigrati e autoctoni. Le poche risorse pubbliche, unite alle difficoltà di accesso, hanno lasciato centinaia di persone nella disperazione”. E, prevedono dal Campino, la stessa complicanza si riverbererà anche nell’accesso ai contributi straordinari per l’affitto, ancora una volta insufficienti, complicati e dalle maglie molto strette, che mancheranno l’obiettivo di frenare la prevedibile ondata di sfratti per morosità che si sta attendendo con la fine delle restrizioni.

A colpo d’occhio, comunque, è evidente che la città cerca di alzare le sue difese contro un attacco socio-sanitario-economico senza precedenti, alzando le Reti della solidarietà. Se a Rifredi c’è il Campino, a Novoli opera il Collettivo di Scienze Politiche, aggregando anche forze fresche di volontariato fra i residenti, a Gavinana è dal Cpa che si sviluppa la rete, alle Piagge opera il gruppo di don Santoro, mentre in Santa Croce e San Lorenzo si parte dalla Polveriera e dall’associazione Anelli Mancanti di via Palazzuolo. .

Spostandoci dunque nella riva destra dell’Arno, incontriamo Cecilia, una dei volontari che hanno dato vita e portano avanti la rete di solidarietà della rive droite fiorentina.

“Diciamo che il “gruppo forte” è quello della Polveriera Spazio comune – dice Cecilia – insieme agli Anelli Mancanti di via Palazzuolo col supporto logistico di Fuori Binario e dei Cobas per il punto di smistamento e la cui collaborazione è anche fattiva. All’azione di volontariato che abbiamo intrapreso si sono uniti fin da subito i volontari giovani del quartiere, ragazzi che hanno trovato il volantino e ci hanno chiamato. Un altro pilastro importante della rete sono i banchi del mercato di sant’Ambrogio e san Lorenzo, da cui provengono donazioni alimentari importanti, oltre alle scatole per il pasto sospeso. La solidarietà è contagiosa: giungono idee differenti, come il recupero dei libri con l’iniziativa del libro sospeso, da mettere nei pacchi insieme ai prodotti alimentari.”.

Così, girando la città in aiuto a famiglie, singoli, anziani e lavoratori senza più lavoro, nella zona  “sopra l’Arno e dentro i viali”, la realtà che si scopre, dice Cecilia, è variegata dal punto di vista sociale: “Si passa da zone residenziali ad alcune vie del centro che delimitano piccole comunità: del Bangladesh, cinese,  araba, insieme ad alcune vie, da sotto la stazione a piazza Salvemini ai Ciompi ancora, come tradizione, molto popolari, con molte famiglie italiane che risiedono nel quadrilatero storico dei “muri resistenti”.”, vale a dire il quadrilatero fra via de’Pepi, via Pietrapiana, via di Mezzo e via Fiesolana.

Un altro dato legato alla situazione attuale e rilevato, secondo quanto spiega Cecilia, dai volontari, è “la grande vergogna nell’accettare aiuto da persone che finora erano riuscite a far quadrare i conti lavorando. E spesso sono persone che lavoravano con attività agganciate al turismo. In molti magari, proprio per non aver mai ricorso ai servizi sociali, non sanno che possono fare richiesta (ormai non più, ndr) per i bonus. Gli italiani possono accedere – continua Cecilia – magari con fatica, ma rimangono fuori gli stranieri, per i quali è pressoché impossibile. Per loro rimangono i pacchi alimentari comunali, ma il percorso non è semplice e le difficoltà di comprensione spesso invalicabili”.

Da sottolineare, infine, che ciò che smuove questo mondo del volontariato di quartiere, di base, è anche altro, oltre al soddisfacimento del bisogno. “Le varie realtà volontarie e solidali autorganizzate aggiungono anche altri elementi – spiega Cecilia – ad esempio il concetto del riuso, della riutilizzazione, che per l’alimentare è agganciato ai bancarellai del mercato. La cosa più bella è costruire una rete molto fitta di scambio fra dare e ricevere. La domanda più frequente, da parte di coloro che ricevono aiuto, è: “Ma io come posso aiutare, quale contributo posso dare in cambio?”.

Insomma, le reti, la rete, mette in comunicazione bisogni ma anche persone, necessità ma anche valori. Una solidarietà intesa a tutto tondo, inclusiva anche nel volontariato, che riconnette la rete della comunità. “La questione della solidarietà di vicinato è importante – conclude Cecilia – in particolare in un quartiere come il nostro, scarno, dove sono state create vie di marginalità sociale, che hanno a loro volta suscitato diffidenza fra abitanti storici del centro (sempre più pochi) e le comunità che si sono inserite via via. Dopo la distruzione del tessuto connettivo, ora siamo di fronte a una opportunità di ricostruzione. Insieme ai pacchi, consegniamo anche un foglio con tutti i numeri utili, che vanno dal centro antiviolenza per le donne, al sostegno sul lavoro con consulenza legale di telefono rosso,  a quello della Brigata Basaglia per le fragilità psicologiche e psichiatriche, al Centro Giava per le dipendenze, agli Anelli Mancanti per l’attività medica per i migranti (consulenza legale e sportello sanitario), a quello di Acad. Perché il punto è: battere l’isolamento dal punto di vista sociale, lavorativo e psicologico”.

Foto gentilmente concesse dalle Reti solidali. In fondo, la mappa del bisogno della riva destra dell’Arno.

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