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L’attore, qualcuno che non vende niente di materiale Cultura

Non capita spesso che un attore fiorentino venga ingaggiato da una compagnia stabile di un’altra regione per interpretare un ruolo in una loro produzione. É questo il caso di Alessandro Riccio, che é stato chiamato quest’anno, con l’altra artista fiorentina Silvia Paoli, dallo Stabile del Veneto per la messa in scena de “L’Ispettore Generale” di Gogol, con la regia di Damiano Michieletto. Lo spettacolo ha avuto un buon successo ed ha messo in evidenza, anche fuori della Toscana, le capacità di questo poliedrico artista del palcoscenico. Eccolo ora a Firenze, dopo le fatiche della tournée, al Teatro di Rifredi per chiudere in bellezza una stagione che ha battuto tutti i record. In scena fino a domenica “Pane e Volpi”, divertente e scoppiettante commedia scritta da “lui medesimo” e messa in scena insieme con Monica Bauco e Fiorenza Brogi.  Siamo qui in teatro, in una pausa fra prove tecniche, per parlare insieme e capire meglio la genesi del fenomeno Riccio.

Alessandro, raccontami l’inizio
“Ho cominciato come regista di video, perchè era l’epoca in cui iniziavano a uscire le prime telecamere. Il mio babbo ne compró una, ed io, a tredici anni, cominciai a fare dei video con i miei amici. Avevo già scritto dei testi teatrali alle elementari e li avevo messi in scena nel giardino di casa. C’era già questa idea del gruppo, di lavorare insieme. Poi ho fatto dei video cinematografici, fino all’incontro con Fiorella Sciarretta, che mi chiamó per fare una piccola parte in uno spettacolo diretto da Bob Marchese e Fiorenza Brogi, del Gruppo Della Rocca, che sono poi diventati miei insegnanti. Fu quello l’inizio. Il mondo della recitazione é per me molto affascinante, molto più difficile e stimolante di quanto sembri: non ti annoi mai. Poi le scuole: ho lavorato col Teatro Popolare d’Arte, e poi ci sono stati tanti piccoli stages con vari maestri, come Gaddo Bagnoli e Maria Cassi. E’ molto importante avere tanti maestri perchè da ognuno prendi qualcosa, e così puoi crearti la tua poetica”.

L’evento che ti ha lanciato in Firenze é stato il Mese Mediceo. Come é nata questa idea?
“Quello che mi stupiva era che un “prodotto” così forte come i Medici non fosse mai stato sfruttato teatralmente; é un marchio che già di per sé funzionava. Mi appassionai alle vicende storiche perchè Margherita Ferraris, che era una autrice, mi chiamò per delle letture drammatizzate a Boboli nel giardino degli ananassi, uno spazio non aperto al pubblico. Cominciai come suo assistente e poi mi occupai sempre di più di questa idea. E lí nacque la comprensione che Firenze é un luogo così ricco di bellezza che non c’è  bisogno di niente per creare qualcosa: da lí la ricerca di altri luoghi belli che hanno bisogno solo della presenza dell’attore per rievocare un mondo. Bastione di Porta Romana, il baluardo a S.Giorgio, i sotterranei di San Lorenzo …. erano lí, in attesa del Mese Mediceo. Il Mese Mediceo é durato dieci anni, con 32 produzioni diverse in più di cinquanta luoghi. Dopo dieci anni ho deciso di chiudere l’esperienza, perché arrivati a un certo punto bisogna fare attenzione a non ripetersi. Rischiava di diventare un po’ noioso, ed averlo concluso gli ha dato un valore ancora maggiore”.

Il mestiere dell’attore ha anche un forte significato sociale secondo te?
“Principalmente é importante capire che l’attore é qualcuno che non vende niente di materiale: é interessante che si vada a vedere uno spettacolo, e dopo non resti niente fisicamente. Sei il raccontatore di storie, di racconti che vengono dal nulla. Forse c’è qualcosa che non si può necessariamente comprare: questa é la forza del lavoro dell’attore”

Nel ’98 hai creato Tedavì. Qual’e stata l’idea fondante?
“Io sono un essere molto sociale. Non credo che esista il lavoro perfetto, ma che esista il gruppo di lavoro perfetto. Mi piace condividere, da solo non ci si fa, specialmente in teatro. C’era bisogno di un punto di riferimento, e così creai Tedavì con Romina Pidone e Giuseppe Renzo. Da allora ognuno ha preso le proprie strade, ma io mi sento il punto trainante di tutte le persone che lavorano in Tedavì, e continuo a credere che Firenze sia una realtà dove c’è troppo poca produzione, per una disabitudine a creare, a inventarsi. Sono molto fiero del fatto che le persone che vengono in Tedavì poi si rendano conto che possono farlo a loro volta: moltissimi dei miei collaboratori in un secondo momento si prendono uno spazio e cominciano a produrre le proprie cose: Tedaví vuole essere un luogo di formazione e di stimolo. Quest’estate con Monica Sperandio abbiamo creato un bando per delle idee: vogliamo vedere se qualcuno ha idee interessanti, magari più interessanti delle nostre. Lo scambio é fondamentale per il progresso delle idee, ce lo insegna la storia dell’Europa. Tutti quelli che lavorano con me hanno voce in capitolo”.

Com’è stata l’esperienza con lo Stabile del Veneto, che hai fatto con Silvia Paoli, altra brava attrice fiorentina?
” Mi rendo conto che sono mondi molto diversi, nel senso che quando tutto é “assicurato” scatta quel sentimento che ti fa dire: “posso fare anche non benissimo”. Per me quel modo di lavorare era una roba troppo salottiera: 45 giorni di prova, budget altissimo. Si poteva fare un capolavoro, e invece non si é fatto. E lí mi sono stupito della mancanza di scambio, non si poteva dire niente. Nessuno parlava, non é la mia filosofia. É stata una bella esperienza, ma non la ripeterò. Ho bisogno di una creatività maggiore, si può fare molto di più anche con pochi soldi: il limite economico non é mai un limite artistico”.

La strepitosa stagione del Teatro di Rifredi si chiude col tuo “Pane e Volpi”, cosa mi puoi dire sullo spettacolo?
“Riporto in scena a Firenze Fiorenza Brogi, che ha fatto il primo e l’ultimo spettacolo del Mese Mediceo e con la quale ho iniziato la mia carriera di attore. Con noi Monica Bauco, un’attrice con cui non avevamo mai lavorato. Il testo é una burla, una truffa. Il soggetto si può dire in tre parole, ma quello che conta in teatro non é il plot, é il raccontare: il senso sta nel come si racconta. Posso dire che , quando scrivo, mi piace mettere dei grandi temi dentro storie anche molto leggere. Mi piace far convivere momenti estremamente drammatici con momenti estremamente comici, perché così é la vita e così é il temperamento toscano: estremo. É un lavoro in cui credo molto e per il quale devo ringraziare il Teatro di Rifredi, che mi ha dato una forte visibilità, e dove ho ritrovato l’amore che ho per il teatro: Giancarlo Mordini (direttore artistico del Teatro di Rifredi n.d.r.) é un guerrigliero, non si arrende mai”.

Vedo molta simpatia per il mondo dei mariuoli, ci sono molti mariuoli nei tuoi testi ....
“Mi piacciono quelli che appaiono duri e che poi invece si rivelano fragili. Credo che per entrare in contatto con gli altri occorra togliersi la maschera che mettiamo ogni giorno per relazionarsi. C’è qualcosa che ci unisce tutti, come la delicatezza, l’amore, il bisogno di affetto, di divertirsi: questo dá una grande speranza, e se pensi davvero questo, ti rendi conto che intorno non hai nemici”.

Per continuare nel tema dello scambio di idee e della valorizzazione dei talenti, tu nella “Meccanica dell’Amore” hai dato estrema visibilità ad una giovane attrice fiorentina emergente: Gaia Nanni
“Gaia é molto brava, ma nessuno l’aveva mai costretta a lavorare di più. Lei aveva bisogno di qualcosa di difficile, che la mettesse alla prova. Come ha lavorato lei é incredibile: controllava perfino il battito delle ciglia. Per questo ora che posso scegliere i collaboratori, vado a scegliere il più adatto a lavorare nel ruolo ma anche per sé: ogni attore deve dare il meglio e tirare fuori anche quello che non credeva di avere. Fiorenza Brogi in “Pane e Volpi” fa un personaggio completamente diverso da quelli cui era abituata, e lei stessa ha detto: “finalmente qualcosa di interessante, di nuovo”. Chi l’ha vista ha detto che non si sarebbe mai immaginato di vedere la Brogi nei panni di un personaggio così fragile, così delicato”.

Progetti?
“Mi piacerebbe continuare a produrre tanto. Faccio circa 9/10 spettacoli l’anno, e questo credo sia molto importante, perché é di stimolo per me e per il pubblico. Ho pensato a delle produzioni invernali che possano coinvolgere ancora più persone. Sempre più produttore, oltre che attore, autore e regista. Ci provo, con coraggio”.

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