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Ricerca e start-up: come e perché funziona il modello tedesco Economia, Innovazione

Firenze – Una camera di compensazione nella quale la ricerca si fa business senza che siano violati i valori fondamentali che ispirano la libera attività degli scienziati. L’immagine potrebbe anche essere quella di una “terra di tutti e di nessuno”, un ponte  dove avviene lo scambio di conoscenze fra scienziati e imprenditori. Nel rispetto di tutto ciò che regola il rapporto fra pubblico e privato: etica e normativa locale e internazionale.

Ci si potrebbe sbizzarrire a lungo per definire in termini semplici e comprensibili il modello tedesco di gestione e organizzazione del Center of Organic Electronics (COPT) di Colonia, uno dei casi virtuosi su come si può realizzare un sistema efficiente di trasferimento tecnologico dai laboratori di ricerca all’industria attraverso le start-up. Un versione assai più efficace dei nostri incubatori.

Per spiegare come funziona è venuto a Firenze Stephan Kirchmeyer, docente all’Università di Colonia, che  lavora da oltre 18 anni nel settore industriale coniugando la ricerca allo sviluppo commerciale. Invitato dall’assessorato regionale alle Attività produttive nell’ambito dei Seminari Faraday, ciclo di incontri di approfondimento sulle nuove frontiere della ricerca scientifica e tecnologica, Kirchmeyer ha illustrato a docenti  e operatori fiorentini nel settore del trasferimento tecnologico come funziona il Centro situato in  un edificio moderno a pochi passi dall’ateneo renano.

Dodici milioni di investimento da parte dell’Università di Colonia (con finanziamenti europei) fra strutture edilizia (1000 m2) e apparecchiature, con solo dodici dipendenti, il COPT è strutturato su tre attività: l’ateneo gestisce la parte strutturale (non profit), una piccola società la CTS Koeln  provvede agli affitti delle stanze e delle macchine (profit) e infine un’altra società la ZOEK (non profit) opera sui progetti di ricerca, gestisce gli ordinativi da parte dell’industria e organizza seminari e corsi di formazione. La questione più delicata è data dal fatto che per sopravvivere la struttura deve comunque fare un fatturato che in ogni modo non può essere tale da snaturare il suo carattere sostanzialmente non profit.

La ZOEK è la “camera di compensazione pubblico privato” del complesso: il rapporto fra i 600 scienziati e ricercatori universitari e i risultati della loro attività e le start-up (massimo sei) che traducono questi risultati in impresa industriale. L’università così è nelle condizioni non solo di controllare il flusso di dati e soluzioni ma ne segue l’utilizzazione  in un confronto bidirezionale con il mondo della produzione mediato dalle start-up. “In questo modo – ha detto Kirchmeyer – si supera il gap fra tecnologia e prodotto: quando la tecnologia sviluppata dai laboratori di ricerca arriva è fatto solo il 20% del lavoro”.

La piattaforma tecnologica sulla quale opera il COPT è data dalla elettronica organica stampata, ovvero la stampa di interi circuiti elettronici organici su diversi substrati, come la “plastica” (PET e PEN) o la carta, sulla quale si basa ad esempio l’industria dei cellulari, del packaging  e del fotovoltaico e dell’energia solare indipendente. Le industrie di riferimento sono quelli dell’automobile, l’elettronica di consumo, lo sport e la medicina. Tra i prodotti sviluppati ci sono quelli basati sull’oled 3D (diodo organico a emissione di luce), utilizzato dalle case automobilistiche tedesche e le soluzioni più avanzate dell’Internet of Things (smart homes, smart garages etc.). Per operare con questa tecnologia occorrono macchine molto costose ed è esattamente ciò che il centro mette a disposizione delle start-up insieme alla realizzazione di prototipi, la consulenza e la formazione.

“Si tratta in sostanza di una costruzione autonoma indipendente sul territorio che valorizza il patrimonio dell’università e lo inserisce nell’attività imprenditoriale”, ha commentato ancora il docente tedesco. In questo modo è perfettamente rispettato l’interesse pubblico che quanto viene prodotto nei laboratori di ricerca venga trasferito rapidamente al mondo produttivo.

Così quella che viene definita in Italia la “terza missione dell’università”, cioè “favorire l’applicazione diretta, la valorizzazione e l’impiego della conoscenza per contribuire allo sviluppo sociale, culturale ed economico della Società”, ha trovato la sua concreta realizzazione pratica ed efficiente.

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