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Ricercatori, “Più risorse per rianimare la ricerca” Breaking news, Cronaca

Firenze – Cadaveri di ricercatori, nel flashmob andato in scena stamattina in piazza della Repubblica a Firenze. O meglio, prefigurazione del futuro che attende la ricerca italiana se mancheranno gli investimenti. Perché, è inutile girarci intorno: “A fronte di un momento legislativo favorevole – dice Emma Persia, romana, Usb nazionale – se non verranno destinate le risorse, l’art. 20 del decreto Madia, che permette la stabilizzazione dei precari, non riuscirà a contenere tutti gli 8.800 ricercatori che, fra co.co.co, contratti a tempo determinato e assegni di ricerca, stanno dando all’Italia un contributo di eccellenza”. Insomma, la questione è non solo la specifica legislativa, ma si incardina in due punti, i soldi per rendere concreta la legge e il fatto che a essere “salvati” dalla precarietà siano tutti i ricercatori che si trovano da anni in una situazione di completa instabilità.

“Il vero problema è proprio questo – dice Luca Bastiani, ricercatore della fisiologia clinica del CNR di Pisa, la sede da dove è nato il focolaio che sta accendendo gli enti pubblici di ricerca di tutta Italia – l’articolo 20 del Decreto Madia è diviso in due commi. Al comma 1, si legge che le amministrazioni saranno vincolate ad assumere nel triennio 2018-2020, a tempo indeterminato, il personale che, alla data di entrata in vigore del decreto,  sia in servizio con contratti a tempo determinato; sia stato già selezionato dalla medesima amministrazione con procedure concorsuali oltre ad aver maturato almeno tre anni di servizio, anche non continuativi, negli ultimi otto anni. Al comma 2, vengono presi in esame i ricercatori con contratto atipico, che possono partecipare ai bandi pubblici a condizione che siano già titolari di un contratto di lavoro flessibile presso l’ente e a condizione che abbiano maturato alla data del 31 dicembre 2017, tre anni di anzianità, durante gli ultimi 8 anni. Requisiti che permettono il salvataggio di solo una parte del precariato Per il Cnr, 2000 e qualcosa, mentre è importante che vengano stabilizzati tutti i ricercatori, vale dire, per quanto riguarda sempre il Cnr, 4500, non solo per salvaguardare le professionalità attuali, ma anche per il futuro. Se non si compie questa operazione, fra dieci anni ci si ritroverà al medesimo punto, mentre, se verrà messa in atto, si getterà in campo il rilancio di tutti gli enti pubblici di ricerca”.

Ma quanti soldi servono, per attuare ciò che chiede il mondo (precario) della ricerca? “Servono più o meno 300 milioni – risponde Persia – che rappresentano circa l’1% di ciò che è stato messo in campo dal governo per, ad esempio, salvare le banche”. Insomma, non si tratterebbe di cifre proibitive, dicono i manifestanti, soprattutto se comparate con i benefici che ne trarrebbe tutto un mondo di importanza fondamentale per il futuro dell’intero Paese. Una protesta che, in concomitanza con l’approvazione della legge di bilancio in atto alle Camere, si fa più forte e visibile, come conferma Bastiani, anche lui stretto nella morsa del precariato da 18 anni, rappresentante dell’Usb, il sindacato che ha messo in campo iniziative concrete del mondo della ricerca (da un mese i ricercatori del CNR di Pisa hanno occupato alcune stanze, seguiti dal resto d’Italia, in questi giorni occupazioni sono avvenute anche a Palermo).

Le sigle che stamattina erano presenti in piazza della Repubblica a Firenze per il flashmob di protesta son le più prestigiose, dal Cnr all’Ispra, da Indire a Crea a Infa . Vestiti di bianco, con sul viso maschere bianche, fra le mani cartelli che indicano l’appartenenza, sfilano nel silenzio, si mettono in ginocchio e, come condannati a morte, vengono “uccisi” con un colpo alla testa da una figura alta e ben vestita, con una maschera nera sul viso, che rappresenta lo Stato. Non usano mezzi termini, questi giovani e meno giovani protagonisti della ricerca italiana, che dovrebbero rappresentare il futuro: senza i soldi per le stabilizzazioni, la legge non riuscirà a traghettarli oltre il precariato. E sarà la morte, almeno della ricerca pubblica.

Un po’ di numeri: gli addetti degli enti di ricerca pubblici sono in Italia circa 30mila, di cui almeno un terzo precari. Fra questi diecimila, la media di anni di precariato è di circa 10. Sui diecimila di cui sopra, a “lavorare” con contratto a tempo determinato sono circa duemila. E’ necessario ricordare che, per le regole europee, dopo 36 mesi di precariato, si apre l’infrazione europea, il che significa che il nostro Paese rischia di essere condannato ad assumere comunque in pianta stabile. Ed è proprio questa la situazione che dovrebbe essere sanata dal decreto Madia. Sempre guardando ai numeri, ecco quelli che illustra una giovane ricercatrice di Indire: “Per quanto riguarda il nostro ente, ci sono 124 assunti a tempo determinato (contratti in scadenza nel 2018) , di cui 98 a Firenze, mentre in 106 “godono” di contratti di collaborazione coordinata e continuativa (CoCoCo), di cui 35 a Firenze. Ma sia chiaro: la situazione è più o meno simile per tutti gli EPR (enti pubblici di ricerca) italiani”.

 

 

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