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Ricette per l’intelligenza Innovazione

In un libro edito da Einaudi nel 1999 e intitolato “Che cos’è l’intelligenza” due noti neuroscienziati, Ken Richardson e Steven Rose, osservarono molto acutamente come il concetto di intelligenza sia tanto popolare quanto ancora poco compreso. A causa della natura complessa della mente umana che, come in un circolo, tenta faticosamente di comprendere se stessa e nonostante i costanti progressi scientifici nel settore delle scienze cognitive tra cui computer in grado di simulare il pensiero, geni della creatività, regioni del cervello particolarmente “intelligenti”, tecnologie cognitive da fantascienza.
Lo scenario, nel 2012, non è poi così diverso, tant’è che oggi assistiamo a un continuo fiorire di ricerche su come potenziare il QI e su come migliorare le nostre capacità di memoria, di ragionamento, di attenzione, e così via. Tutte ricerche encomiabili. Con un solo difetto: omettono di ricordare come il concetto di intelligenza sia sfaccettato e ancora molto controverso. In più, molte delle teorie che pretendono di definire l’intelligenza appaiono spesso in contraddizione tra loro o si basano su scarse evidenze empiriche.
Recentemente, su Newsweek (Gennaio 9&16, 2012) è apparso un articolo che fa l’elenco delle attività che, stando alle ricerche attuali, dovrebbero avere l’apprezzabile effetto di renderci molto intelligenti. Tra queste, alcune note come imparare una lingua straniera o uno strumento musicale, altre poco attendibili come mangiare la cioccolata e lo yogurt, giocare ai videogames, aggrottare le ciglia, installare il programma SuperMemo. Ok, non parliamo di un articolo comparso su Nature, ma è comunque un buon indicatore di quanta confusione, anche mediatica, ci sia intorno a tali questioni. Che l’intelligenza abbia a che fare con il cervello sembra cosa abbastanza assodata. Ma con che cosa in particolare? Con la densità dei neuroni? Con le dimensioni e la struttura del sistema nervoso? Con il grado di connettività del sistema mente-corpo-mondo? Con la velocità di trasmissione dell’informazione fra differenti regioni cerebrali? Con la genetica? Ed è corretto affermare che l’intelligenza sia una proprietà esclusiva del cervello?
Il fatto è che queste sono tutte ipotesi da verificare. In più, non è assodato che l’intelligenza coincida esattamente con il punteggio ottenuto in un test di intelligenza, appunto. I test riflettono le nostre teorie sulla mente e il dibattito su quali considerare più efficaci è ancora molto aperto.
Nell’era dell’intelligenza connettiva di Internet su una cosa tali ricerche non sbagliano: veicolano l’idea che la mente non stia soltanto dentro la scatola cranica, ma risieda anche fuori, nella cultura, nella tecnologia, nel contributo che ciascuno di noi può offrire all’intera comunità, nella pratica e nell’esercizio di una plasticità mentale che ci renda più ricettivi nei confronti della vita e dei suoi stimoli. Che tutto questo si possa apprendere o quantomeno tentare di apprendere è una bella pensata.
Direte: ma questo è il frutto di un qualche disegno evolutivo “intelligente” di cui siamo parte (compresa la nostra più o meno brillante intelligenza). E ci troviamo così in un loop cognitivo da cui non riusciamo più a uscire. Speriamo dunque che future ricerche possano aiutarci a comprendere con maggior precisione come sfruttare al meglio le nostre straordinarie potenzialità, compresa quella di porsi domande sensate e cercare risposte altrettanto ragionevoli.

immagine: http://www.latelanera.com/serialkiller/cerealwiki/wiki.asp?id=97
 

 

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