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Ricky Tognazzi, la sfida della sobrietà Cultura, Rubriche

 

E’ ironico e spiritoso Ricky quando parla di sé, confessa di non essere solitamente rigoroso né drastico di carattere ma di essere riuscito ad abolire le sue sessanta sigarette al giorno e di aver dato un taglio anche alle cene luculliane, innaffiate di buon vino e, dulcis in fundo, vodka o cognac. Continua ad essere un acerrimo nemico dello sport, la fatica fisica non è proprio nelle sue corde, ma sta cercando un escamotage per muoversi un po’, come fa in estate dedicandosi al nuoto e alla pesca, il suo hobby preferito. Quella della buona cucina è una passione ereditata dal padre Ugo, da bambino lo osservava e lo assisteva ai fornelli, ansioso di carpirne i segreti culinari e di stare insieme a lui, quando ne aveva la possibilità. Racconta anche il suo esordio da attore, a otto anni, guidato da suo padre che lo accompagnava per mano lungo l’inquadratura e gli svelava i trucchi del mestiere. Al di là del valore professionale, contava l’esperienza umana di quel rapporto, la condivisione con un genitore che non aveva troppe occasioni di frequentare, dato che i suoi erano separati. E suo padre gli ha trasmesso anche la passione per il Milan, che negli ultimi tempi si è però affievolita. Ricky si dice disamorato nei confronti di un gioco che ha perso in gran parte il senso della misura e della lealtà sportiva, oggi preferisce il rugby. E, al di là del panorama calcistico, ritiene che sia necessario recuperare un po’ di sobrietà, riscoprire la sostanza, ripensare la nostra scala di valori e cambiare corso rispetto al recente passato. Racconta di essere rimasto colpito domenica scorsa, in occasione delle dimissioni di Berlusconi, da un gruppo di musicisti che davanti al Quirinale hanno intonato l’Alleluia. Si erano dati appuntamento tramite i social network e si sono ritrovati per festeggiare con eleganza e civiltà l’uscita di scena del presidente del consiglio. Stiamo vivendo una situazione delicata sotto tanti profili ed è sempre più urgente una via d’uscita anche dall’appiattimento e dall’imbarbarimento culturale che abbiamo vissuto in questi anni, fatto di tv commerciale a dettare miti e modelli, di trasmissioni becere e urlate, di dubbie scale di valori. Ricky è convinto che siamo stati ipnotizzati e rimbambiti da una tv debordante, sempre più incisiva, eccessiva e ossessiva non solo nella quantità. Un’altra sfida che ci aspetta è quella di riconquistare la supremazia nell’arte e nella cultura, di cui siamo stati maestri fino al secolo scorso. E sul piano personale è importante riconoscere il valore dell’impegno e porsi obiettivi da perseguire con passione e determinazione. Si ritiene un uomo fortunato Ricky, perché ama il suo lavoro. Si sente innanzitutto un regista perché questa attività gli consente di esprimersi nel modo più completo; fare l’attore lo coinvolge meno, è un’esperienza che vive con maggior distacco. E poi la presenza di Simona Izzo, sua moglie e compagna da venticinque anni, è una ricchezza sul piano umano e professionale. Nonostante gli scontri frequenti e le divergenze continue, Simona è un punto fermo su cui sa di poter contare. Quando parla del rapporto con la moglie, Ricky si abbandona nuovamente al suo humour. Lui è pacato, riservato, riflessivo mentre Simona è estrosa, esuberante, sanguigna. Ma gli opposti, si sa, si attraggono.
Quando è entrato per la prima volta nella casa dove attualmente abita gli è preso un colpo. Simona spiegava all’imbianchino come dipingere i muri di casa, portando zucche e campioni di verde ramarro per mostrargli le tonalità della tinta; Ricky avrebbe voluto le pareti semplicemente bianche. Inutile dire com’è andata a finire, ma oggi quelle pareti, come il resto, Ricky non le cambierebbe per niente al mondo.

foto: http://www.film.it/tutta-colpa-della-musica/foto/

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