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Rifiuti come oro per chi paga i servizi Economia

Firenze – C’è un principio strano che governa il pagamento del servizio raccolta e smaltimento rifiuti in Italia: vale a dire, sebbene la produzione dei rifiuti sia diminuita dal 2007 in poi, al contrario le tariffe per raccolta e smaltimento sono aumentate. A scoprire il meccanismo con dati e tabelle, ci s’è messo l’Ufficio Studi della Cgia di Mestre. Tra il 2010 e il 2015, fanno notare dalla Cgia, “una famiglia con 4 componenti che vive in un casa da 120 mq ha subito un aumento del prelievo relativo all’asporto rifiuti del 25,5 per cento, pari, in termini assoluti, ad un aggravio di ben 75 euro. Quest’anno dovrà versare al proprio Comune ben 368 euro di Tari”.

I conti proseguono: per un nucleo famigliare di 3 membri, che abita in un appartamento da 100 mq, l’aumento sarà, euro più euro meno, del 23,5 per cento (+57 euro). Nel 2015 dovrà versare quasi 300 euro. Per una famiglia di 3 persone che abitano un’abitazione da 80 mq, invece, si passa al 18,2 per cento in più (+35 euro). In questo caso, l’importo complessivo che dovrà pagare per i rifiuti sarà pari a poco più di 227 euro.

Se questi sono i conti delle famiglie, dice la Cgia, le attività economiche se la passano ancora peggio. Senza considerare che la crisi ha messo in ginocchio molte attività diminuendone il giro d’affari, ristoranti, pizzerie e pub con una superficie di 200 mq hanno subito un incremento medio del prelievo del 47,4 per cento, pari, in termini assoluti, a +1.414 euro. Per un negozio di ortofrutta di 70 mq, l’incremento si aggira sul 42 per cento (+ 560 euro), mentre un bar di 60 mq versa il 35,2 per cento in più, per un aggravio di 272 euro. Infine, sebbene più contenuti, ecco gli incrementi cui sono andati incontro parrucchieri +23,2 per cento, proprietari di alberghi +17 per cento, e  carrozzieri (+15,8 per cento). Risultati, questi riportati, emersi, spiega la Cgia, dall’esame “delle tariffe sui rifiuti applicate alle famiglie e alle imprese nei principali Comuni capoluogo di regione”.

Tralasciando le numerose variazioni che in questi ultimi anni hanno preso di mira il prelievo sui rifiuti, concentriamoci sull’ultima regola, vale a dire la Tari. Introdotta nel 2014, ha preso il posto della Tares, ed è stata introdotta con la Legge di Stabilità del 2014. Il principio che regge questa nuova modalità di prelievo sarebbe quello europeo del “chi inquina paga”, che significa in soldoni che ci dovrebbe essere corrispondenza fra quanto si paga e la quantità di rifiuti prodotti. Inoltre, con la Tari, è stato confermato il principio che “il costo del servizio in capo all’azienda che raccoglie i rifiuti dev’essere interamente coperto dagli utenti, attraverso il pagamento della tassa”, come scrive a chiare lettere la Cgia.

Ed eccoci giunti al cuore del problema secondo Paolo Zabeo, dell’associazione veneta: “Queste aziende, di fatto, operano in condizioni di monopolio, con dei costi spesso fuori mercato che famiglie e imprese, nonostante la produzione dei rifiuti sia diminuita e la qualità del servizio offerto non sia migliorata, sono chiamate a coprire con importi che in molti casi sono del tutto ingiustificati”. Tuttavia pare che un rimedio sia stato approntato dalla stessa Legge di Stabilità: “Proprio per evitare che il costo delle inefficienze gestionali vengano scaricate sui cittadini, la legge di Stabilità del 2014 ha ancorato, dal 2016, la determinazione delle tariffe ai fabbisogni standard. Grazie all’applicazione di questa nuova modalità, è probabile che dall’anno prossimo la tassa sui rifiuti diminuisca”.

Anche perché i dati prospettano questa “curiosa” situazione: sebbene in questi ultimi anni il costo economico sulle famiglie sia aumentato, dall’inizio della crisi ad oggi la produzione dei rifiuti urbani è calata. Nel 2007 ogni cittadino italiano  “produceva” quasi 557 kg di “monnezza”, nel 2013 (ultimo dato disponibile) la quantità era scesa a poco più di 491 Kg per abitante. Meno rifiuti, più soldi da pagare.

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