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Riforma del lavoro: la partita è ancora da giocare Opinion leader

Milano – Agli oppositori della riforma del lavoro, che sbandierano l’ultima variazione mensile negativa riportata dall’Istat sul livello dell’occupazione, oppure quella riportata dall’Inps sulla percentuale delle assunzioni a tempo indeterminato, il Governo ha risposto con questi due dati molto semplici e apparentemente risolutivi: al di là delle oscillazioni mensili, dal febbraio 2014 al luglio 2016 il numero degli occupati è aumentato di 585mila unità. Di queste, 408mila a tempo indeterminato e 196mila a termine.Occupazione 2

Poiché nello stesso periodo gli occupati autonomi sono diminuiti di 19mila, l’aumento dei dipendenti è stato di (585mila + 19mila =) 604mila unità, di cui più di due terzi stabili. Tutto bene, dunque? No. In realtà questi dati dicono poco circa l’efficacia della riforma: perché il livello complessivo dell’occupazione dipende dalla somma di consumi e investimenti, sulla quale la nuova legge non può avere già avuto un rilevante effetto istantaneo.

Quanto al fatto che dei nuovi occupati due terzi siano a tempo indeterminato, occorrerà ancora tempo per sapere con precisione quanto abbia influito il nuovo ordinamento e quanto l’incentivo economico. La riforma, per altro verso, è destinata a operare non soltanto meccanicamente, attraverso la modifica delle regole giuridiche, ma soprattutto attraverso un mutamento culturale. Che deve vedersi innanzitutto nei comportamenti degli imprenditori, non più spaventati da un regime di inamovibilità dei propri dipendenti a tempo indeterminato.

Ma anche nei comportamenti dei lavoratori, non più spaventati dalla possibilità di dover frequentare il mercato e invece sempre più interessati alla ricerca dell’azienda più capace di valorizzare le loro competenze: più capaci di usare il mercato del lavoro. E qui avrà molto peso la parte ancora da implementare: quella di competenza dell’ANPAL, la nuova agenzia nazionale per le politiche attive che proprio ora muove i primi passi.

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