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Riforma della giustizia, non si incrini lo Stato di Diritto Breaking news, Opinion leader

Firenze – Con il Next Generation Eu, ovvero il piano di ripresa proposto dalla Commissione europea per far ripartire l’economia del continente, gli Stati membri hanno deciso di raccogliere debito europeo per 750 miliardi, che arriveranno entro il 2026. E di tale somma ben € 235 miliardi dovrebbero essere assegnati al nostro paese che, tuttavia, per poterne usufruire, dovrà rendersi partecipe di un piano di sviluppo e di riforme in alcuni settori strategici tra i quali vi è quello della giustizia che, tra le criticità più rilevanti vede una disfunzionale durata dei processi.

Parlare di “Riforma della giustizia” tuttavia è compito assai arduo, sia per la complessità e la vastità del sistema che ruota intorno ad essa in termini di Istituzioni, uffici, pluralità di procedimenti, uomini e norme che lo disciplinano, sia per la ricaduta che lo stesso ha nella realtà sociale ed economica del nostro paese.

Allo stesso tempo pone una serie di interrogativi la cui risposta riposa in primis nel principio di legalità che dovrebbe permeare il nostro ordinamento e che comporta quella “certezza del diritto” per cui ogni cittadino conosce prima quali siano i limiti entro i quali può estrinsecare la sua libertà ed oltre i quali mortifica quella degli altri. Limiti la cui creazione è affidata al Parlamento attraverso il sistema legislativo la cui attuazione spetta alla magistratura.

Per cui la Giustizia è parte di quel sistema di legalità che è certezza del diritto e su cui si instaura lo Stato di Diritto che, in definitiva, è garanzia di libertà per ciascun cittadino.

E poiché da sempre alla giustizia viene chiesto di rispondere alle esigenze dei cittadini in termini di tutela dei diritti, di tutela dei rapporti economici, di tutela della dignità umana, ovvero in tema di tutela delle libertà, il domandarsi se davvero vogliamo operare una riforma della giustizia è domandarsi se il legislatore, ovvero le forze politiche del parlamento, davvero vogliono operare in tal senso per il bene comune, oppure, come nel recente passato, intendano preoccuparsi affinché la giustizia operi a danno di coloro che hanno bisogno di tutela ed a favore di interessi particolari con la creazione di norme ad hoc o ad personam.

Fatta questa doverosa premessa è da mettere in risalto che, nel nostro paese e da molto tempo, la funzione espressa della giustizia, si è impantanata in una galassia di disfunzionamenti che sono il frutto di una endemica carenza di risorse che le impedisce di funzionare, di interessi trasversali che, talvolta, spingono per un rallentamento del sistema per alleviare le responsabilità di una politica corrotta ed incapace di guardare al bene comune, di una perdita da parte della magistratura di quella indipendenza che dovrebbe caratterizzare la propria funzione costituzionale di imparzialità e di tutela dei diritti minandone la credibilità, di una proliferazione legislativa così invadente e operata di imperio (decreti legge) con cui si intende sottrarre quella certezza del diritto che la giustizia deve concretare.

Di fronte a tanto sfacelo il nostro paese è stato quindi messo nelle condizioni di far sì che il sistema giustizia debba trovare quella funzione di sostegno e garanzia dei diritti operando in modo che la durata dei processi non sia più una prerogativa di negazione dei diritti e delle libertà di ogni cittadino e che consenta, allo stesso tempo di consentire, ad un’economia ormai provata da una lunga pandemia, di poter agevolmente guardare avanti, favorendo gli investimenti produttivi.

Lo Stato di diritto e la certezza dello stesso, infatti, sono elementi imprescindibili di una società che sa tutelare i propri cittadini ed il tessuto economico su cui essa si basa.

Parlando di durata dei processi non si può prescindere dal parlare del processo civile quello che, più di ogni altro, ha a che fare con i diritti dei singoli e con i rapporti economici.

Tanto per fare dei numeri e guardando ai dati espressi dalla CEPEJ (Commissione Europea per l’Efficienza della Giustizia) rileviamo che fino al 2018 (ma la statistica è ancora valida) in Italia la giustizia è stata la più lenta d’Europa con una media di durata dei processi nei tre gradi di giudizio di 2.656 giorni; di cui 527 giorni per un primo grado, 863 giorni per il grado d’appello e 1.266 giorni per il terzo grado, laddove in Francia la durata media è pari a 1.223 giorni, in Spagna è di 1.240 giorni ed in Germania è di 840 giorni.

Di tutta evidenza, quindi, si può dire che c’è una patologia tutta italiana che, tuttavia, ha una sua spiegazione.

Sebbene l’Italia si caratterizzi per un eccesso di litigiosità, e sia il paese europeo che annovera il più alto numero di avvocati, è anche il paese in cui il numero di magistrati è pari quasi alla metà della media europea. Così come lo sono il personale di cancelleria e quello che svolge funzioni a latere.

Vi è dunque alla base una carenza strutturale assai grave che, da sempre, è stata puntualmente ignorata e trascurata anche dalla politica e porta dietro di sé come conseguenza l’avere magistrati che si trovano a dover gestire migliaia di cause che, al netto di figure che non svolgono con coscienza il loro ruolo, costringono il resto a far funzionare un sistema che, di fatto, è in costante emergenza.

Il fatto è che tale aspetto di assoluto rilievo è per lo più sconosciuto al cittadino che, invece, viene spinto dalla politica a credere più nell’incapacità e nella poca efficienza dei magistrati piuttosto che alla necessità di adeguare la struttura giustizia alle necessità del paese.

Ciò non toglie che vi è un altrettanto grave problema da fronteggiare e che attiene invece alla “politicizzazione” ed alla corruzione che colpiscono gli stessi organi di autogoverno della giustizia come il Consiglio Superiore della Magistratura la cui credibilità agli occhi dei cittadini è stata fortemente minata dai recenti scandali che hanno visto coinvolto il giudice Luca Palamara già membro del CSM e Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati. Una problematica che, tuttavia, esula dalla questione “strutturale” del processo, ma che fa parte di un decadimento morale che segue ad un imbarbarimento delle coscienze civiche dei magistrati chiamati a svolgere la funzione di tutela dei diritti e che si rende partecipe di quel degrado che porta il cittadino a delegittimare l’Istituzione della magistratura e con sé anche il senso di giustizia.

Tornando alla durata dei processi che è e rimane il più grave problema di una giustizia negata, il ministro Cartabia, tra le varie soluzioni da adottare per migliorare il sistema si è riproposta, attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, di dimezzare i tempi del processo civile.

Il progetto è ambizioso ma viene da domandarsi cme intende fornire una risposta a tale problema.

Da un lato vorrebbe implementare le ADR (alternative dispute resolution), e l’istituto della negoziazione assistita, in sostanza sfruttare sempre di più gli strumenti alternativi al processo, e dall’altro con l’implementazione di magistrati laici (ovvero non togati) e la revisione delle norme processuali tese a sviluppare un processo di natura “sommaria” che possa dare più speditezza.

Orbene il voler implementare strumenti alternativi a quello del processo ed adottare norme di legge che permettano una maggiore speditezza del processo, potrebbe tuttavia non essere una soluzione adeguata.

Se abbiamo visto infatti che il grave problema che riguarda la durata dei processi attiene ad una strutturale carenza di magistrati e di personale degli uffici giudiziari, non è certo con l’emanazione di norme che rendano più spedito il processo che si può sopperire alla sua durata. Vi sarebbe infatti il rischio che con lo stesso numero di magistrati ( e che come detto sono pochi), questi, già costretti ad esaminare e vagliare migliaia di cause si vedano costretti a doverle decidere in un tempo minore, con buona pace dell’accertamento della verità che, ben sappiamo, ha i suoi tempi per essere accertata. Di più con l’evidente rischio di innalzare il livello di esame superficiale delle vertenze.

Se a questo aggiungiamo la volontà di implementare i sistemi di risoluzione alternativa dei processi privilegiando strumenti “privatistici” di composizione della lite, il risultato sarebbe quello di favorire un sistema di degiurisdizionalizzazione del sistema giustizia che, per ciò stessa, verrebbe affidata a soggetti estranei ad essa.

La domanda da porsi, quindi, è se vogliamo una giustizia più “efficiente” in ragione della sofferenza di un efficientismo economico finanziario o mercatistico oppure una giustizia che ci porti all’accertamento della verità in tempi ragionevoli, perché questo è il primo discrimine di ogni riforma.

Lo stesso orientamento espresso dalla Commissione Europea per l’Efficienza della Giustizia che parla di “efficienza della giustizia”, sembra volersi spingere a glorificare i sistemi di common law (rectius di ispirazione anglosassone) a scapito del sistema di civil law accusato di essere il frutto di un formalismo maggiore con una durata dei processi più lunga, minore onestà e maggior corruzione.

Coerentemente con quell’orientamento, infatti dal 2005 ad oggi nel nostro paese, si sono susseguite riforme processuali inserite all’interno di programmi di sviluppo economico per la competitività per cui, le finalità di politica economica, si sono impadronite dei sistemi portando ad una degiurisdizionalizzazione a favore di una autonomia privata in funzione di composizione delle controversie.

E se è vero che una giustizia rinviata è giustizia negata il voler risolvere il problema della lunga durata dei processi facendo ricorso ai sistemi “privatistici” di risoluzione delle controversie e con la “degiurisdizionalizzazione” del sistema, allora tanto vale adottare la “Giustizia dei Turchi” di cui parlava il Guicciardini nel 500, affidando alla sorte l’accoglimento o il rigetto della postulazione del giudizio da parte del magistrato.

Con l’inevitabile conseguenza che il business finanziario globale mortifichi lo Stato di Diritto, svilendo e rischiando di estinguere la separazione dei poteri ed eludendo i sistemi di check and balance, con la conseguenza di una proliferazione di decreti legge giustificati dall’urgenza e scritti ad hoc o ad personam e che porta a far sì che vi sia incertezza e vuoti normativi che vengono poi colmati da una magistratura che si farebbe essa stessa legislatore del caso concreto, agendo sulla scorta della sua opportunità. Con ciò non trovandosi ad applicare la regola tratta dal testo di legge ed adattandola al caso singolo, ma creando esso stesso la regola. E quindi con un’altrettanta soggettivizzazione delle decisioni che dipenderebbero dalla sensibilità di ogni singolo magistrato.

Ma in questo modo lo stesso principio di legalità del sistema (che trova fondamento nella legge) e lo stesso Stato di Diritto, su cui si fonda ogni Stato liberale, verrebbero compromessi a favore di una giustizia fatta di “opportunità”.

Proprio per questo è necessario ed imprescindibile che, ogni riforma che attenga alla giustizia, non possa prescindere dal fatto che la sua funzione debba essere affidata agli avvocati ed ai magistrati, ovvero ai soggetti che la stessa carta costituzionale indica come quelli che, per preparazione e per funzione, sono deputati alla tutela dei diritti. E sono convinto che il Ministro Cartabia ha ben presente il valore sociale e istituzionale che tali categorie assumono.

Perché dunque le soluzioni proposte dal Ministro possano davvero ovviare alla problematica denunciata, occorre che lo stesso debba rendersi garante delle funzioni svolte da tali figure giuridiche, poiché altrimenti il sottrarre ad avvocati e magistrati la loro funzione, e rendere partecipi dell’esercizio della funzione della giustizia enti privatistici, significherebbe tradire il senso stesso della giustizia a favore di sistemi economico-sociali che prediligono la rapidità di giudizio in favore di un mercatismo che sembra più appassionarsi ad una società priva di regole e limiti senza i quali ci si può muovere indisturbati ed affidando a chiunque la risoluzione delle controversie. Per cui non importa chi valuta e giudica e non importa se vi siano delle regole o meno, purché il business non venga fermato.

Ma ciò sarebbe così distante da quell’idea liberale dello stato in cui i diritti dei cittadini meritano una tutela.

Per questo motivo, i propositi del Ministro Cartabia, possono essere un’opportunità solo nella misura in cui il potenziamento degli strumenti alternativi di risoluzione delle vertenze vedano la centralità e l’imprescindibilità degli avvocati e dei magistrati come soggetti tecnicamente qualificati, senza lasciare la risoluzione delle dispute a soggetti provenienti da percorsi di studio che nulla hanno a che fare con il diritto.

Poiché tuttavia, fino ad oggi, tali strumenti alternativi hanno sostanzialmente fallito nei propositi di riduzione dei processi, dei tempi del processo e come filtro per evitare che i ruoli dei magistrati proliferassero, occorre altresì che tali sistemi vengano arricchiti di strumenti processuali in modo da fungere da vero filtro per un successivo processo, dotando gli avvocati di strumenti di indagine istruttoria come documenti e testimonianze i cui risultati possano esser portati in giudizio nel caso di fallimento della negoziazione; unitamente alla eliminazione di quella riservatezza imposta nelle sedi negoziali e che, di fatto, impedisce quella funzione di deterrenza nei confronti di coloro che, al contrario, intendono sfruttare l’endemica lentezza del processo per abusare dei diritti che vengono compromessi dalle loro azioni.

Pensiamo infatti a tutti quei grandi gruppi come le Banche, le società Finanziarie e le Compagnie di assicurazione che spesso evitano di partecipare e anzi omettono di rendersi partecipi di questi strumenti alternativi, facendo perdere tempo e denaro al cittadino che, per ciò stesso, viene obbligato comunque ad avviare un processo con ulteriori costi per lui e per il sistema giustizia stesso. Il tutto facendosi forza del fatto di disporre di fondi capaci di consentirgli di iniziare cause lunghe e costose.

Per davvero migliorare il processo occorrerebbe, inoltre, guardare al modello tedesco che, come per i giudizi anche di common law, consegnano centralità al giudizio di primo grado che deve essere il più possibile accurato e completo nella acquisizione delle prove, nella ricostruzione dei fatti e nell’approfondimento delle questioni di diritto. Tanto che al giudice tedesco è consentito di indicare alle parti le questioni da affrontare e da chiarire stabilendo un dialogo con i difensori e regolare i tempi di gestione del processo; instillandosi una nuova concezione del rapporto tra giudici ed avvocati.

In Italia, al contrario, e sempre grazie a quella carenza strutturale di cui abbiamo detto, vi sono istruttorie sommarie, lacunose, dilatate nel tempo, prove assunte sempre da giudici diversi o delegate ad altri soggetti per lo più onorari. Sentenze scritte a distanze siderali. Audizioni delle parti evitate, nessuna disamina delle consulenze tecniche per mancanza di tempo e disorganizzazione della giustizia che si basa sulla buona volontà degli operatori di giustizia e materiali sempre più scarsi.

Solo il rafforzamento del giudizio di primo grado, che è il baricentro del processo perché destinato a definire la questione in fatto, con quello dei poteri del Giudice di primo grado che ha il dovere di discutere con le parti i profili del fatto e di diritto sia con ampi poteri di avviso e chiarimento, può scongiurare decisioni della “terza via”.

Se ho un primo grado pieno e esaustivo avrò quella certezza della decisione che rende assai difficile l’appellabilità della decisione assunta, con la maggiore funzionalità del filtro nelle Corti di Appello, e sanzionando con spese processuali elevate chi intende sfruttare tali strumenti per “allungare il brodo”.

Occorre quindi investire per l’innalzamento della professionalità sia teorica che pratica degli avvocati, dei giudici e degli operatori giudiziari in modo da fornire protezione contro le strumentalizzazioni processuali allo scopo di trarre un utile personale.

Nel nostro paese vi sono troppi riti e forme di procedimento, ovvero il processo amministrativo, quello civile, quello tributario e quello penale, con la necessità di giungere ad una concentrazione e semplificazione delle procedure a garanzia di una omogeneità anche nei giudizi.

Da ultimo implementare i sistemi informatici e telematici che permetterebbero di velocizzare e facilitare il lavoro degli operatori di giustizia, avvalendosi di  strumenti telematici di registrazione audio-visiva in modo da rimediare ad eventuali errori giudiziari, senza tuttavia pregiudicare quell’oralità del processo che è garanzia di accertamento della verità.

Come si può facilmente rilevare non abbiamo bisogno effettivamente di “riformare” la giustizia. Ogni forza politica che negli ultimi 25 anni è divenuta forza di governo, ha inteso formulare riforme della giustizia le une slegate dalle altre, generando un caos normativo inestricabile ed affidandole a personalità talvolta sfornite di ogni preparazione giuridica, consentendogli di costruire delle “architravature” che, nei fatti, si sono rivelate inutili e dannose, generando semmai più ostacoli che vie d’uscita.

Non abbiamo da rivoluzionare alcunché, abbiamo semmai bisogno che lo Stato doti il sistema giustizia di un numero sufficiente di magistrati ed operatori di giustizia, abbiamo bisogno che investa nella maggiore professionalizzazione delle figure deputate all’esercizio ed alla funzione della giustizia,  nella semplificazione delle procedure, nello sfruttamento delle tecnologie informatiche e nell’assegnare ai soggetti deputati alla funzione maggiori poteri di incidere sull’esito delle vertenze. Solo allora avremo una macchina che non potrà essere utilizzata a detrimento del’accertamento della verità e che davvero potrà essere utilizzata come strumento per ovviare a quella giustizia sine die.

La giustizia non può che essere esercitata dai soggetti che la Costituzione individua come quelli deputati all’esercizio della stessa, in altro modo potremmo dire addio allo Stato di Diritto che è prerogativa di ogni sistema democratico a favore di una degiurisdizionalizzazione che può favorire solo ingiustizie..

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