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Risvolti inquietanti nel caso di Malika Yacout Cronaca

Risvolti inquietanti sul caso di Malika Yacout, la donna d’origine marocchina da moltissimi anni cittadina italiana, che fu oggetto di un violento sfratto esecutivo il 3 dicembre del 2004, sono stati rivelati oggi dall’avvocato Serena Giannini nel corso di un incontro con la stampa.
“Un caso complesso, che consta una serie di disattenzioni, confusioni procedurali, sparizioni e ricomparse di fascicoli o parti di essi – attacca la giovane avvocato – ma soprattutto un caso in cui la parola d’ordine sembra sia stata una generale sottovalutazione dei fatti”.
Ricordiamoli brevemente: la giovane donna, all’epoca incinta di quasi 5 mesi di una gravidanza difficile di cui sono testimonianza i vari cerificati medici prodotti sia nei mesi antecedenti lo sfratto sia nei giorni immediatamente precedenti (due addirittura il giorno prima), viene, al termine di una concitata trattativa in cui erano presenti ufficiale giudiziario, assistente sociale che all’epoca la seguiva, le forze dell’ordine e proprietrio col figlio, “iniettata”, nonostante lo stato di gravidanza, con due potenti farmaci, largactil e farganesse, antipsicotici assolutamente sconsigliati per le donne incinta pena gravi ripercussioin sul feto. Un vero e proprio trattamento sanitario obbligato che però viene praticato non seguendo nessuna delle tappe necessarie per un tso, dal parere di due medici alla perizia psichiatrica necessaria, tantomeno al provvedimento firmato dal sindaco.
La bimba che porta in grembo nasce affetta da una grave forma di encefalopatia dagli esiti incerti.
“E’ senz’altro inquietante che il caso sia stato una prima volta archiviato de plano, nonostante una documentata e precisa relazione dell’avvocato allora nominato difensore dalla donna – continua Giannini – per poi, nel 2006, subire una nuova richiesta di archiviazione”.
Nei sette anni intercorrenti fino alla sentenza di archiviazione di martedì scorso 12 ottobre c’è anche una sentenza della Corte di Cassazione che “smonta” la precedente richiesta di archiviazione e una denuncia per calunnia a carico di Malika, da cui la donna va completamente assolta.
“E in tutto questo percorso – conclude l’avvocato Giannini – non c’è stato un approfondimento d’indagine, nessuno dei presenti è stato chiamato per essere sentito, non è mai stata richiesta una perizia medico-legale sulla bambina. L’unica persona sentita è stata l’assistente sociale, che ha rilasciato dichiarazioni che non trovano riscontro nelle prove documentali”.
Nuovi elementi intanto potrebbero emergere sia dagli psicologi che appoggiarono Malika nei giorni immediatamente successivi al fatto, sia da nuove perizie che verranno praticate sulla bimba, che ora ha sei anni.
“Non smetterò di combattere  – spiega Malika – per me e per mia figlia”.
Un caso che, assicura l’avvocato, verrà portato davanti alla Corte di giustizia europea.

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