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“Rivolta” cinese, la sinologa Iacopini: “Era nell’aria” Cronaca, Opinion leader, Società

Firenze – Chi ha seguito la brutta pagina degli scontri a Sesto Fiorentino tra comunità cinese e Forze dell’Ordine avrà forse ancora davanti a sé due immagini contrapposte: la bandiera rossa cinese che sventola tra gli applausi, da un parte, e dall’altra il giovane cinese con la divisa da carabiniere che tenta di mediare tra i suoi connazionali e i colleghi.

Il risentimento contro l’integrazione, l’estraneità e la chiusura contro il dialogo e il tentativo di comprendere. Nella moderna cultura delle immagini, la rappresentazione iconografica antitetica degli scontri di Sesto assume una particolare valenza che merita un’analisi al di là dei fatti- seppur importanti- di mercoledì sera, e necessita di un piccolo passo indietro per capire le cause del malcontento degenerato nei tafferugli dell’Osmannoro. Se il giovane carabiniere cinese del comando di Calenzano è una speranza per un futuro di possibile convivenza pacifica, e di effettiva integrazione, la stragrande maggioranza dei cinesi della piana fiorentina- che conta una comunità di 10 mila persone- si è sentita e si sente abbandonata, se non estranea, allo Stato italiano. Tra questi molti erano i giovani di seconda generazione che hanno riversato sui social il loro smarrimento, la loro frustrazione e l’amarezza per un paese nel quale spesso sono nati ma che ancora non è riuscito a stabilire un rapporto di fiducia con i suoi cittadini dagli occhi a mandorla ma dallo spiccato accento toscano.

Quindi la domanda giusta da farsi è forse solo una: perché quella bandiera?

“La bandiera cinese che sventola tra gli applausi simboleggia l’urgenza di essere ascoltati, e l’ascolto non può essere solo la faccia repressiva dei controlli. La comunità cinese è difficile, ma è necessario dare ascolto alle esigenze di un numero cospicuo di cittadini che vivono nel nostro territorio”.

Sara Iacopini è giovane, ma non così tanto da non avere alle spalle anni di studio sulla migrazione, con tante interviste catturate all’ombra dei capannoni industriali di Prato e Sesto Fiorentino ad ascoltare chi viene cercato, di solito, solo quando la cronaca lo impone. Antropologa, pratese e prossima al dottorato sul tema difficile dei migranti di ritorno, ovvero su chi ha deciso di tornare nel paese d’origine, la Cina appunto, oggi si dichiara poco sorpresa degli eventi di mercoledì scorso.

“Ci sono molti luoghi comuni da sfatare. Uno di questi è sicuramente l’idea della comunità cinese come una comunità laboriosa ma silenziosa. Non è così. In realtà è la collettività migrante che più ha rivendicato una serie di diritti ed esigenze, anche perché è una tra le più antiche popolazioni migranti in Italia”.

Iacopini ricorda, tra gli episodi più noti, la protesta di via Fra Paolo Sarpi a Milano già nel 2007, con i cartelli e le bandiere contro l’allora sindaca Letizia Moratti, ma anche la manifestazione di qualche mese fa a Prato per chiedere maggiore sicurezza contro gli scippi e i furti all’interno delle aziende.

Non c’è sorpresa, dunque, ma quasi una conferma per chi, come Iacopini, studia e parla quasi giornalmente con la comunità cinese.

“Quella di mercoledì sera è stata la classica goccia che fa traboccare il vaso, un pretesto come un altro. Quello che è successo poteva succedere indifferentemente per un altro motivo”.

La rabbia è esplosa all’improvviso, ma covava sotto la superficie da tempo: “La protesta è stata il risultato di un quotidiano che va avanti da mesi, se non da anni. Lo Stato non può solo essere presente sotto forma di Questura per il rinnovo del permesso di soggiorno, o di Forze dell’Ordine per i controlli all’interno delle aziende. Lo Stato deve esserci anche quando si cerca protezione ed ascolto, ed è necessario che si crei un rapporto di fiducia con tutti i cittadini. Con chi chiede ascolto contro il degrado, come con chi cerca protezione contro i furti e gli scippi, come denunciato da mesi dalla collettività cinese”.

La notizia della “rivolta cinese”, come hanno titolato molti giornali con scarsa adesione alla realtà, è dunque una non notizia, frutto della logica della “narrazione dominante”, ovvero di quel modo di raccontare solo una parte della realtà, per motivi più o meno confessabili, sia da parte degli organi di stampa sia da parte dei politici. Un esempio di narrazione dominante potrebbero essere le parole del presidente della Regione Enrico Rossi che ha ipotizzato la presenza della mafia cinese dietro le proteste di Sesto.

“Non ho gli strumenti per confermare o smentire le parole di Rossi, ma francamente mi sembra una ricostruzione abbastanza fantasiosa. All’Osmannoro- precisa Iacopini– ci sono molti capannoni “alveare”, all’interno dei quali coesistono molte microimprese a conduzione familiare, dove lavorano tanti cittadini cinesi e quindi è abbastanza agevole raggiungere in poco tempo il numero di manifestanti che poi si è realmente creato. Anche senza considerare l’utilizzo delle tecnologie, e le numerose applicazioni di messaggistica istantanea, oggi possibile. Spesso la realtà è più semplice di quanto s’immagini. Di narrazione dominante sui giornali invece si potrebbe- e si dovrebbe- parlare maggiormente”.

“Un esempio classico riguarda la rappresentazione della crisi del settore tessile pratese come originata dalla presenza e dalla prosperosa crescita delle aziende a conduzione cinese. Non solo molte imprese del pronto moda accusano la crisi e l’iper-concorrenza che si è acuita negli ultimi anni ma durante le mie interviste molti imprenditori cinesi mi hanno chiesto di parlare pubblicamente dei mancati pagamenti da parte dei committenti italiani che spesso hanno provocato problemi alle loro aziende. La narrazione delle realtà è fatta di tante voci e posizioni, ma alcune di queste non vengono raccolte o ascoltate”.

Un ulteriore stereotipo che la sinologa ci tiene a scardinare è l’idea della comunità cinese intesa come compatta ed unita. “In realtà è una collettività piuttosto frammentata. Anche le associazioni italo cinesi presenti nella piana hanno spesso posizioni molto diverse. Un esempio è l’annunciata manifestazione di domenica (che sembra ad oggi rimandata, ndr) indetta solo da un’associazione, quella del Cervo Bianco, a cui non parteciperanno le altre presenti sul territorio”

Queste spaccature all’interno della comunità cinese sono, secondo Iacopini, uno degli ostacoli principali al dialogo con le istituzioni italiane: “Le associazioni svolgono la funzione fondamentale della mediazione tra le istituzioni e una parte della comunità, ma non tutte le voci sono rappresentate. Per questo è indispensabile, anche alla luce di quello che è successo e se vogliamo davvero evitare il ripetersi degli scontri, individuare altri canali di comunicazione. Non è sicuramente un percorso facile, in quanto è una strada ancora non percorsa e tutta da individuare, ma sappiamo che è quella giusta. L’ascolto è l’unica strada che porta alla coesione sociale e il compito della politica è quello di ascoltare tutti, al di fuori e al di là della narrazione dominante”. 

 

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