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Rivoluzione energetica: “Sfida etica, opportunità economica” Economia, Innovazione

Fornaci di Barga – C’è una rivoluzione energetica in corso che avrà (tutti si augurano) positive conseguenze sull’ambiente, ma anche grande valore economico. Come gestirla? Rispondere a questo interrogativo per un’azienda significherà restare nel business o, al contrario, andare fuori mercato. Per dare il proprio contributo su questo tema cruciale si sono riuniti intorno a un tavolo alcuni dei maggiori esperti nazionali del settore e multinazionali del calibro di Bhge (Ge) e Kme.

Il convegno Il mercato elettrico e le nuove frontiere dell’innovazione nella rivoluzione energetica in corso è stato promosso da Kme, leader mondiale della produzione di rame, azienda “energivora” per eccellenza, e ospitato a Fornaci di Barga nella palazzina che diventerà sede della futura accademia sull’economia circolare in partnership con il Sant’Anna di Pisa. “Si tratta del primo incontro che non riguarda l’azienda, ma temi di carattere accademico scientifico”, ha sottolineato l’ad di Kme Italia Claudio Pinassi.

“La rivoluzione energetica è già in corso”, ha sottolineato il vicepresidente Kyoto Club Francesco Ferrante. Il mercato della creazione e distribuzione dell’energia elettrica è stato inerte per anni: grandi centrali alimentate con fonti fossili distribuivano energia ad aziende e famiglie.

Il sistema idroelettrico, unica fonte rinnovabile, contribuiva per il 15% appena. Molto è cambiato nell’ultimo decennio: le fonti rinnovabili si sono diversificate (eolico, solare, geotermico) e il loro contributo in Italia oggi è pari a un terzo dell’energia fornita. Ben 500mila famiglie hanno già un tetto fotovoltaico sulla testa, e la percentuale è in aumento.

l fatto è che i processi di cambiamento climatico in corso impongono un’accelerazione del percorso: “Oggi abbiamo a disposizione tecnologie impensabili fino a cinque anni fa, e a costi minori. Quelli del fotovoltaico sono diminuiti del 28%; dobbiamo puntare a ottenere il 100% di energie rinnovabili come stanno facendo alcuni paesi particolarmente virtuosi”, dice il direttore scientifico di Kyoto Club Gianni Silvestrini.

La chiamata alle armi della diversificazione energetica non ha solo un aspetto etico (che già basterebbe), ma anche un forte appeal economico. SEN (il Servizio elettrico nazionale che gestisce il servizio di maggior tutela) prevede che da qui al 2030 vengano messi in moto ben 175 miliardi di investimenti nel settore delle rinnovabili per dar vita in Italia a una nuova specializzazione industriale. “L’industria italiana in questo settore non è sviluppata: dobbiamo fare di tutto per lanciarla” sostiene Sandro Neri di Federmanager.

Questo sentiero è già stato percorso da tempo dal colosso Bhge che produce macchine e processi per l’industria dell’energia: “Dove indirizzare gli investimenti per abbassare le emissioni di Co2 nell’atmosfera? Non c’è una ricetta uguale per tutti” ha affermato Paolo Ruggeri, responsabile vendite Europa TPS Baker Huges GE.

Alcune innovazioni destinate a rivoluzionare il mondo delle rinnovabili, come le turbine che utilizzano idrogeno al 100%, sono ancora da sviluppare così come tante le applicazioni su questa fonte rinnovabile per eccellenza. Adesso sono disponibili i prodotti figli di investimenti passati. Compito della grande multinazionale nei prossimi anni sarà quello di porre massima attenzione al trend vincente e sviluppare tecnologie adeguate.

Certamente queste nuove opzioni tecnologiche saranno tutte sul piatto per le imprese di grandi dimensioni. Ognuna dovrà trasformarsi da consumatore passivo a produttore di energia e dotarsi di un adeguato sistema di storage. Ma che ne sarà delle pmi, già uscite malconce dalla crisi, che saranno costrette ad affrontare questa nuova sfida nei prossimi anni?

Non farlo costerà caro, significherà uscire per sempre dal mercato. A loro, più di ogni altro, si chiederà una rivoluzione culturale: “Dovremo mettere in campo strumenti di aggregazione fra produttori, consumer, unità virtuali per aree territoriali omogenee, sperimentati già in alcuni paesi” suggerisce Giovan Battista Zorzoli, presidente del coordinamento Free (Fonti rinnovabili ed efficienza energetica). Questo potrebbe diventare uno sistema potente anche per coinvolgere le comunità locali in operazioni che quasi sempre suscitano la loro diffidenza o ostilità.

Resta un convitato di pietra che aleggia su tutto: la mano pubblica. “Chiediamo soprattutto un quadro di regole chiare da parte della governance pubblica” dice Massimo Beccarello, vicedirettore delle politiche industriali di Confindustria. L’appello, alle istituzioni italiane e europee, non può restare a lungo inascoltato.

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