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Rossi: un nuovo rapporto fra cittadini e amministrazione Politica

Firenze – Il difensore civico regionale è un cittadino eletto dal Consiglio regionale, chiamato in piena autonomia a difendere i diritti e gli interessi dei cittadini nei rapporti con la Pubblica Amministrazione.  Questo presuppone che la politica e la pubblica amministrazione possano essere fonte di inefficienza, parzialità ed errori. E certamente la cattiva politica è fonte di cattiva amministrazione e di inefficienza, di danni per i cittadini”.  Così il presidente della Regione Enrico Rossi nel suo intervento durante la seduta del Consiglio regionale dedicato alla Festa della Toscana e ispirato alla Difesa Civica.

Rossi ha ricordato come la Toscana sia stata la prima regione italiana a prevedere nel proprio Statuto il Difensore Civico, fin dal 1972 e lo abbia istituito già nel 1974, sviluppandone poi le funzioni e le competenze e ricordando numerosi casi nei quali la Difesa Civica è intervenuta con successo.  Ma a livello nazionale si è imboccato il percorso inverso e  la legge Finanziaria del 2010, ha abolito la figura del difensore civico comunale “ai fini della semplificazione amministrativa e della riduzione della spesa pubblica”. “Al contrario  – ha detto Rossi – la Difesa civica è volta a semplificare i rapporti fra i cittadini e le pubbliche amministrazioni, evitando anche, in molti casi, costosi contenziosi giurisdizionali”

“E’ paradossale – ha sottolineato il presidente – e forse non è una coincidenza, che ciò avvenga parallelamente al crescente distacco che si registra fra cittadini e istituzioni“. E sul punto Rossi  ha citato ad esempio “l’aumento dell’astensionismo e della partecipazione alla vita politica e istituzionale” che ha definito “inquietante”.

“A me pare sbagliata – ha detto Rossi – la direzione intrapresa negli ultimi anni, pensare alla chiusura o alla contrazione  della difesa civica, peraltro con motivazioni di ben scarso spessore”. Rossi ha poi richiamato la storia della Toscana, in particolare riferendosi al periodo Lorenese,  ricordando non solo l’abolizione della pena di morte, ma anche tutta la stagione di riforme che caratterizzò quel periodo: dalle bonifiche, alla liberalizzazione degli scambi alla riorganizzazione degli ospedali.

“Interventi – ha detto – analoghi a quelli di oggi, che puntano alla qualità grazie al riallineamento delle risorse.” “Fu quel periodo  di riformismo illuminato – ha detto il presidente – che ha caratterizzato il Dna della Toscana di oggi, che è stato fondamento della Toscana moderna e ne ha fatto un punto di riferimento per il Paese.”

Rossi ha invitato a “ritrovare” quelle radici per costruire il futuro, rimettendo “al centro l’uomo e le sue responsabilità” verso la società. E ha citato Pier Paolo Pasolini, con la sua distinzione fra “sviluppo e progresso”, dove lo sviluppo è “creazione intensa e smaniosa di beni superflui” e il progresso “persegue la creazione di beni necessari”.

Su questo tema Rossi ha invitato ad andare oltre il concetto di “sostenibilità”, che ha definito “parola malata, che dice poco”, invitando ad uno “sviluppo che tuteli il futuro e che dica stop al consumo di suolo.” In questo contesto ha ringraziato il Consiglio regionale che “ha alzato il livello della discussione”  portando “ad una svolta unica nel panorama nazionale”. “Spesso – ha concluso Rossi – facciamo riferimento al Rinascimento, come punto più alto della nostra storia, ma ricordiamoci anche del grande contributo che ha dato l’illuminismo della Toscana, che ha cancellato la pena di morte e quello  spirito riformatore che ha contribuito a fondare il corpo sociale di questa regione e farne una regione coesa. Sono passati alcuni secoli – ha concluso – ma il guanto della sfida politica e intellettuale è ancora sul campo

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