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Safeaty (da Pisa) mette a tavola la sicurezza alimentare. E lo fa anche in Cina Economia, Innovazione, Interviste alle imprese

Pisa – Garantire la catena di conservazione del cibo in un Paese i cui confini terrestri misurano 20mila km è una bella scommessa. Del resto questa è la Cina, e Safeaty sta tentando la sfida. Il software di questa giovane startup pisana è in grado di controllare un’enormità di parametri complessi nell’ambito della gestione automatizzata della sicurezza alimentare.

E’ stata fondata nel 2017 da quattro soci, fra cui una docente, un esperto di sanità pubblica, e la Gpi, azienda di sistemi informatici per la sanità. Ha messo a punto un software unico a livello internazionale e ha costruito partnership con imprese nell’immenso mercato cinese.

Ne parliamo con uno dei fondatori, Alessandra Guidi, docente di Medicina veterinaria e ispezione degli alimenti all’università di Pisa, nonché direttore della scuola pisana di Specializzazione in ispezione degli alimenti.

Sistemi di sicurezza alimentare ne esistono molti, qual è la particolarità del vostro software?

Quello di Safety è un software intelligente e interattivo, e non abbiamo notizia di esempi simili sul mercato internazionale per ampiezza di applicazioni. Le faccio un esempio: mette in allarme il gestore quando la formazione dei dipendenti è scaduta, così come quando è andato fuori controllo un certo parametro dal punto di vista microbiologico. In poche parole il sistema è attento a tutta la catena di conservazione alimentare, in tutte le sue complesse sfaccettature. In più sul cruscotto possiamo controllare più realtà, più negozi contemporaneamente.

Su quali mercati state operando?

Sul mercato italiano stiamo testando il software su un’azienda italiana che opera nei sistemi di controllo, mentre in Cina siamo ad un livello più avanzato: la vendita del prodotto sta per partire. Consideri che quello della sicurezza alimentare è un enorme problema per un paese vasto come la Cina, dove si stanno allineando dal punto di vista legislativo ma ancora non esistono cognizioni sufficienti nell’ambito dei sistemi gestionali. Il nostro software, per l’ampiezza del suo raggio operativo è esattamente a misura delle loro esigenze.

Cosa richiedono le aziende cinesi?

Soprattutto la tracciabilità della catena del freddo, per evitare sbalzi termici che compromettano la qualità e la sicurezza del prodotto. Questa è la parte logistica del nostro software che abbiamo sviluppato per il loro mercato.

E in Italia? Qui il mercato è più maturo…

Non c’è dubbio. La normativa italiana prevede che ogni realtà, dal piccolo negozio alimentare al grande ipermercato, debba avere un sistema di controllo standardizzato. Il nostro sistema può essere utilizzato sia nel negozio di vicinato che in un’azienda enormemente più strutturata. Il piccolo esercizio che vende latticini, per fare un esempio, può trarre vantaggio dal miglioramento della qualità del prodotto; mentre le imprese più complesse possono trarre enormi benefici in termini di semplificazione e ottimizzazione della gestione.

Quali sono secondo lei le principali debolezze competitive del nostro paese sui mercati internazionali?

Non ho alcun dubbio in proposito: l’Italia, contrariamente a quasi tutti gli altri paesi esportatori, è assolutamente incapace di fare sistema. Questo aspetto purtroppo traspare in ogni sede, in ogni luogo, e viene percepito dai nostri interlocutori.

Qual è il potenziale di sviluppo del vostro settore?

Il nostro è un settore abbastanza nuovo per l’industria alimentare perché offriamo uno strumento vero e proprio, non una semplice consulenza. Portiamo i principi dell’impresa 4.0 nelle singole aziende, tant’è che l’acquisto del nostro sistema rientra fra gli incentivi messi in atto dal Ministero dello sviluppo economico.

All’Expo di Milano fu presentato il supermercato completamente automatizzato. Lei crede in un’evoluzione del genere nel nostro Paese?

Queste sono suggestioni, simulazioni. Le formule altamente automatizzate del settore alimentare hanno fatto retromarcia per recuperare il fattore umano. All’Expo furono presentati anche frigo che gestivano in toto i prodotti alimentari. E’ vero, esistono e sono disponibili, ma la loro applicazione è più probabile nell’ambito della domotica, ad esempio per l’aiuto di persone non autosufficienti piuttosto che nell’ambito della grande distribuzione alimentare.

Quali saranno secondo lei le conseguenze della cosiddetta rivoluzione 4.0 sull’occupazione?

Francamente non vedo una prospettiva di “desertificazione” della forza lavoro come sostengono in molti, ma penso piuttosto a un reimpiego di manodopera. L’offerta di lavoro e l’attività lavorativa subiranno grandi trasformazioni, e sarà necessario trovare percorsi di formazione ad hoc. Questo è il nodo vero.

Foto: Alessandra Guidi

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