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Saggi: il contributo delle donne allo sviluppo oscurato dalle statistiche Economia, Opinion leader

Firenze – È uscito da pochi mesi per le edizioni Viella di Roma un bel libro, Il lavoro delle donne nell’Italia contemporanea, che adotta una prospettiva di lungo periodo per ricostruire il lavoro delle donne, sgomberando il campo da luoghi comuni e interpretazioni semplicistiche.

L’autrice, Alessandra Pescarolo, è una storica che ha sempre coniugato la sua competenza disciplinare con l’apertura nei confronti delle altre scienze sociali. A volte si dice, in modo un po’ retorico, che un nuovo testo colma un vuoto che andava riempito. In questo caso tale giudizio mi sembra, invece, ben fondato. Non che siano mancate ricostruzioni del lavoro delle donne nelle diverse epoche storiche, che Pescarolo utilizza efficacemente. Tuttavia, mancava una ricostruzione organica e completa, che riuscisse a tenere insieme i molti e diversi filoni di studio e ne offrisse una solida interpretazione.

Il primo aspetto che vorrei ricordare riguarda gli stereotipi diffusi che il libro decostruisce in modo convincente. Farò solo due esempi. Nella rappresentazione classica della classe operaia, sia in letteratura che nell’iconografia di riferimento, sono presenti quasi soltanto uomini, rudi e forti, una “immagine muscolare e algida degli operai socialisti dell’industria”. Questa immagine resta stabile nel tempo, attraversando due secoli. Lo stereotipo di una classe operaia “maschia e forte” si manifesta già con l’accento maschilista della politica socialista durante il periodo giolittiano. Si accentua ancora col “virilismo fascista” ma torna anche in evidenza nelle ideologie operaiste degli anni Sessanta.

Il libro mostra, invece, come la presenza femminile nella classe operaia sia stata storicamente molto consistente, anche se effettivamente poco visibile. È perlomeno nel periodo tra Sei e Settecento che le donne lavorano già in misura rilevante nel settore tessile, anche se il loro lavoro si svolgeva generalmente tra le mura domestiche e dunque era appartato. Per esempio, nel setificio bolognese lavoravano su commissione dei mercanti 12.000 tessitrici a domicilio. I tessitori maschi lavoravano nelle botteghe, mentre le operaie lavoravano a casa. Alla fine del Settecento l’arte bolognese dei tessitori di seta, all’inizio quasi esclusivamente maschile, vede una presenza prevalente di donne. È comunque soprattutto negli ultimi decenni dell’Ottocento che il lavoro operaio delle donne si diffonde e diviene uno dei principali fattori competitivi per le industrie, grazie alle “condizioni di lavoro e di vita, di fatto, semiservili” in cui esse erano costrette.

Pescarolo mostra come in questo stesso periodo donne, e fanciulli, fossero occupati anche in altri settori: dalle costruzioni alla ceramica, alla chimica, alla fabbricazione dei bottoni e dei sigari. Fino a che le condizioni di lavoro nell’industria non si modificarono, rendendo meno gravoso il lavoro e dunque più appetibile anche per gli uomini, la forza lavoro femminile operaia fu numerosa e pesantemente sfruttata. Furono le leggi di tutela del primo decennio del Novecento ad allontanare le donne dal lavoro operaio, con la proibizione del lavoro notturno e i limiti posti ai lavori più faticosi. Poco dopo, però, durante la prima guerra mondiale, per far fronte alla carenza di manodopera maschile, le donne entrarono nel lavoro operaio semi qualificato, nelle fabbriche di armi e proiettili e più in generale nel settore metalmeccanico dal quale erano prima quasi escluse.

Forti limitazioni al lavoro operaio delle donne vennero poi introdotte nel ventennio fascista, che esaltava il ruolo delle donne come mogli e madri, e quindi il loro posto in famiglia, mentre allo stesso tempo si cercava di rendere disponibili più posti di lavoro per gli uomini. Tuttavia, seppur appartato, il lavoro operaio non scomparve: le operaie tessili, specie quelle più professionalizzate, proseguirono nel lavoro a domicilio. Questo fenomeno continuò anche nel secondo dopoguerra, soprattutto per le donne di campagna (in vari settori: abbigliamento, rifinizioni tessili, ceramica, industria chimico-farmaceutica, cosmetici, materie plastiche, ecc.).

Secondo il censimento dell’industria del 1951 un terzo degli operai manifatturieri erano donne e tra le donne più della metà operava nel tessile–abbigliamento. Nel secondo dopoguerra vennero introdotte nuove limitazioni all’uso del lavoro femminile, soprattutto operaio, anche per effetto delle crescenti tutele (la parità salariale tra i generi, la regolazione del lavoro a domicilio e l’introduzione dell’assegno di maternità, ecc.), tuttavia molte di queste nuove regole, volte soprattutto a tutelare la maternità, vennero di fatto aggirate per esempio inserendo nei contratti le cosiddette “clausole di nubilato”, che solo nel 1963 divennero illegali. Di fatto, però, il fenomeno si riproduce anche successivamente attraverso la pratica illegale delle lettere di dimissioni in bianco.

Ma quello della classe operaia come esclusivamente maschile non è certo l’unico stereotipo che il libro contribuisce a smontare. Un altro esempio è quello della minore propensione alla conflittualità delle donne, viste come meno combattive e più ripiegate sulla vita domestica e familiare. È uno stereotipo che si manifesta già a fine Ottocento. Per esempio, viene ricordato come un medico spiegasse i motivi della preferenza degli imprenditori per l’assunzione di donne scrivendo che la donna è “pagata meno, non fa il lunedì, è più docile, sciopera raramente e solo se è spinta dall’uomo”.

Questa immagine dura nel tempo nell’immaginario collettivo ma non corrisponde del tutto alla realtà. Fin dall’Ottocento il ruolo delle donne nelle proteste operaie, e non solo, è rilevante: vi partecipano massicciamente, a volte ne sono la guida. Le braccianti e le operaie di origine rurale ebbero un ruolo di rilievo nel movimento dei fasci siciliani, nei tumulti delle trecciaiole e dei braccianti nel triennio 1896-1898, e poi nel 1917 e subito dopo la prima guerra.

Se questa combattività femminile è rimasta poco conosciuta è perché “il movimento operaio italiano offrì un ascolto mutevole alla protesta femminile, che, a partire dal secondo Ottocento, si espresse con vivacità nelle manifatture e nelle fabbriche”, nonostante che gli scioperi organizzati dal basso mostrassero la capacità di dar vita a movimenti più strutturati e organizzati, come le leghe di mestiere e le società operaie. La mobilitazione dal basso delle operaie portò alla formazione di una molteplicità di leghe di mestiere e alla nascita del primo sindacato femminile di categoria delle orlatrici nel 1883.

Tuttavia, Pescarolo mette in evidenza come le forze di sinistra non capirono correttamente la portata e il contenuto delle rivendicazioni femminili, anche sul fronte della libertà e dell’equiparazione dei diritti tra uomini e donne. È significativa la definizione di Filippo Turati che etichettò come prepolitiche queste forme di agitazione: “I torbidi hanno il sapore della jacquerie, con la differenza che sono soprattutto di donne, che però sono furie”. Dopo il periodo fascista le donne parteciparono in massa alla mobilitazione sindacale e politica, subendone anche le conseguenze in termini di licenziamenti per rappresaglia politico-sindacale.

Lo stereotipo diffuso della donna come passiva portatrice di interessi di tipo conservatore viene dunque messo in discussione da Pescarolo, che dimostra come quell’immagine della donna ripiegata sul privato contrasti con la grande capacità di azione politica, seppure intermittente, che le donne hanno dispiegato.

Un altro aspetto di interesse è di natura più metodologica e riguarda la lettura accorta dei dati statistici che viene proposta. Pescarolo insiste sulla necessità di un’attenta interpretazione perché i dati e le statistiche sono costruiti socialmente e non hanno quell’oggettività che spesso si attribuisce loro. Il testo mostra, così, come il cambiamento nelle convenzioni che guidano la raccolta e la catalogazione dei dati abbia avuto un peso molto rilevante per l’interpretazione del ruolo e del lavoro delle donne.

Anche in questo caso un esempio aiuta a rendere meglio l’idea. Il censimento del 1861 registrava una presenza femminile nell’industria manifatturiera superiore al 56%, considerando in quest’ambito anche le industrie domestiche rurali, le lavoranti a domicilio, che soprattutto nel settore tessile erano molto presenti. Il censimento del 1901, però, cambiò il metodo di rilevazione, con l’effetto di non registrare più una larga parte del lavoro femminile. Infatti, chi esercitava contemporaneamente più di una professione doveva dichiarare solo quella che garantiva “la maggior parte dei mezzi di sussistenza”. Il divario salariale di genere, che per consuetudine equiparava il salario femminile alla metà di quello maschile, anche a parità di lavoro, contribuiva a nascondere il contributo delle donne all’economia familiare. Così, le donne registrate nell’industria tessile passarono da più di un milione e trecentomila nel 1881, a meno di ottocentomila nel 1901.

Analogamente, nel secondo dopoguerra le lavoranti a domicilio venivano censite come casalinghe, perché svolgevano un lavoro in nero. Le stesse donne lavoratrici, temendo un uso fiscale dei dati, si nascondevano dietro l’identità di casalinghe nelle indagini sulle forze di lavoro. Pescarolo sottolinea come “l’inafferrabilità statistica si incrociava con la scarsa visibilità pubblica di questi lavori, salvo che per le improvvise esplosioni di conflittualità e di impegno sindacale”.

L’interesse convergente tra imprese che usano in nero le lavoranti a domicilio e le stesse donne che preferiscono dichiararsi casalinghe per ragioni fiscali ha continuato a ‘inquinare’ le statistiche anche in un’altra direzione. Il dato sulla non attività delle donne – secondo le convenzioni vigenti essere attivi nel mercato del lavoro significa essere occupati o alla ricerca effettiva di un lavoro – è storicamente stato sovrastimato. Nell’Ottocento si distingueva tra persone in condizione professionale, ovvero con esperienze e abilità specifiche, e persone non in condizione professionale, ovvero chi non aveva un mestiere.

Il tutto a prescindere dalla ricerca attiva di un’occupazione. È nel Novecento che le rilevazioni introducono il concetto moderno di attività e inattività. Già nel censimento del 1901 la rilevazione si differenziava per genere: per gli uomini prevaleva la dichiarazione della professione mentre per le donne quella di casalinghe, trascurandone l’impegno lavorativo.

Questa sovrastima dell’inattività femminile prosegue costante nel tempo. Dopo il vero e proprio boom del primo ventennio del Novecento si ha un altro notevole incremento anche nel ventennio successivo alla seconda guerra mondiale. Pescarolo introduce a questo proposito alcune ipotesi di spiegazione originali, una sorta di paradosso del lavoro femminile. Se in passato l’inattività caratterizzava le donne borghesi e quelle che lavoravano provenivano dalle classi sociali più basse, già nel periodo fascista e soprattutto nel secondo dopoguerra si rileva una tendenza contraria: per le donne della borghesia e del ceto medio lavorare diventa più frequente – ma in professioni medio-alte, qualificate o che lasciano tempo libero (tipico è il caso delle insegnanti, “vestali della classe media”) – mentre per le mogli degli operai si determina una spinta in senso contrario, che accresce la propensione a restare a casa, alimentata anche dalle migrazioni interne delle famiglie operaie verso il Centro-Nord.

La consapevolezza della costruzione sociale dei dati si collega a una visione che è al centro del libro, basata sull’idea di un andamento a fisarmonica del lavoro femminile. Contrariamente alla tesi del declino del lavoro delle donne, Pescarolo mostra la sua persistenza nel tempo in forme diverse.

Le studiose che si occupano di studi di genere appaiono maggiormente consapevoli di questo fenomeno, così come ne sono consapevoli le donne stesse che sin dalla fine dell’Ottocento hanno costruito la loro identità su quello che materialmente fanno, a prescindere che sia lavoro pagato o meno, per il mercato o per la famiglia. È significativo, come viene ricordato, che gli uomini di solito si definiscono come “sono sartore, sono barbiere”, mentre le donne usano il verbo fare: “faccio le faccende di casa, e anche la tessitora, faccio la sarta, cucio e orlo scarpe, affermava un’altra che da un mese faceva la serva”.

Questa notazione ricorda una bella ricerca sulla disoccupazione dopo la grave crisi del ’29 del secolo scorso, I disoccupati di Marienthal, in cui gli uomini perdevano la cognizione del tempo e, richiesti di descrivere la loro giornata tipo, distinguevano solo mattina, pomeriggio e sera non sapendo nemmeno bene dire che attività avevano fatto; le donne al contrario, pur avendo perso il lavoro come gli uomini, dettagliavano quasi minuto per minuto le loro attività, dedite alla cura della casa, dei figli, degli anziani, alla ricerca di qualche soldo, della legna da ardere, alla raccolta di qualcosa nei campi per metterlo in tavola, ecc. Questo modo di esprimere l’identità femminile è un modo di riconoscere quella che è stata chiamata doppia identità, frutto del doppio lavoro tipico delle donne tra mercato e mura domestiche.

Proprio il modo in cui viene data voce, nei vari momenti storici, all’identità stessa delle donne che lavorano, al modo in cui esse stesse si definiscono, costituisce uno degli elementi di originalità di questo libro. L’autrice utilizza infatti ampiamente fonti non tradizionali, come per esempio proverbi, canzoni, racconti di viaggio, romanzi, film. Ciò rende questo libro non solo un punto di riferimento importante per la ricostruzione del lavoro femminile ma anche una lettura piacevole e ricca di curiosità.

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