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Saggi/“Comunisti in un borgo toscano. Mercatale Val di Pesa” di Massimo Carrai Cultura

Un libro lucido e coraggioso, l’ultimo saggio del politologo fiorentino Massimo Carrai, che nel suo “Comunisti in un borgo toscano. Mercatale Val di Pesa”, ripercorre le tappe storiche del Pci in una piccola ma significativa comunità e giunge fino ai tempi odierni. Mettendo insieme storia locale, nazionale e internazionale per giungere a una valutazione fattuale: il collasso della stessa dimensione esistenziale di “comunista”.

Lo compie, il politologo Carrai, questo prodigio di analisi partendo da un “pezzetto”, a dire il vero particolarmente significativo e, lo si capisce fin dai primi capitoli, addirittura paradigmatico, di storia locale.

Certo, ribadiamo, un lembo significativo, visto che riguarda la sezione del Pci di Mercatale Val di Pesa, un’area in cui il Pcd’I guadagnò una supremazia che durò dal 1946 alla sua scomparsa; un territorio sotto questo punto di vista talmente emblematico che, come segnala lo stesso autore, fu soggetto del documentario girato dal regista francese Hugues Le Paige, “La piccola Russia” nel 1992. E che ebbe un seguito ne Il fare politica, del 2005, che suggellò il tramonto di un’epoca.

Ma non è solo per il suo spessore di paradigma che la storia del Pci sezione Mercatale è così interessante. E’ infatti dovuto a un caso pressoché fortuito la possibilità di una ricostruzione minuziosa e precisa, dal momento che in un armadio della sezione di Mercatale è stato ritrovato un vero tesoro, vale a dire le annotazioni di tutti gli eventi, le discussioni, le decisioni e le scelte che interessarono il partito dalla sua fondazione. Un archivio prezioso tanto più che è assolutamente insolito: infatti, dopo lo scioglimento, le delusioni e quant’altro, spesso è emersa una, cosciente o meno, rabbiosa volontà di non curarsi più del passato. Comprese le sue memorie fisiche.

Dunque, specificate le caratteristiche dell’area che Carrai ha indagato, rimane tutto il resto. Vale a dire, la cronaca precisa di quello che, parafrasando l’autore, potrebbe essere chiamato “un processo di mutazione antropologica”. E, se come dice lui stesso a Stamp, “per capire cosa è rimasto del comunismo è necessario tornare a capire di cosa si parla”, è altrettanto vero, secondo la sua analisi, che si possa parlare di “collasso dell’identità comunista”.

Come? E’ seguendo le fasi storiche del piccolo partito comunista di Mercatale che il percorso appare in un sottile ma tenace fil rouge. Dal primo affermarsi prepotente del Pci nel dopoguerra fra le masse mezzadrili, forte di un ruolo predominante nella lotta partigiana appena conclusa, alle prime delusioni sovietiche del 1956, all’espansione economica degli anni Sessanta in cui s’affaccia un nuovo modello dei consumi, al dover dialogare con i movimenti e una nuova cultura negli anni 70, tutto ciò è sempre dibattuto e ricomposto in una grande risposta “collettiva”. Vale a dire, il partito è fucina di dibattito, confronto, dispute che non sono (solo) del vertice, ma della base, delle persone che frequentano la (le) sezioni, che si riuniscono almeno due volte a settimana. Già, due volte alla settimana per parlare, discutere, organizzare politica. Un sistema che inserisce la base in un continuum di partecipazione che la rende capace di affrontare le grandi sfide del rinnovamento economico e sociale in un approccio collettivo che ne rende difficilissima, se non impossibile, la dispersione d’identità.

E poi? E poi, succede qualcosa a metà degli anni 80, segnala Carrai e si tocca con mano nel suo saggio, che ha il suo culmine nel decennio successivo con la comparsa di due novità: da un lato, le partecipate, dall’altro, la famosa legge sui sindaci. “Per quanto riguarda la prima novità – spiega il politologo – introduce per la prima volta in modo istituzionale un concetto che “spazza” via il personale politico tradizionale, formato alla scuola di partito, che in effetti sparisce, vale a dire la gestione per chiamata. Gestione per chiamata, o meglio, selezione del personale politico per chiamata sulla fiducia di chi ha il “potere”. Che è legittimato, e questa è la seconda novità, non dal gioco dei partiti, ma “dal voto popolare”. Primo esempio su cui anche ora si assiste alla lotta per la sua estensione? La legge sui sindaci, che introduce l’elezione “diretta” del primo cittadino. “Bene – conclude Carrai – voto del popolo e gestione a chiamata confliggono in modo diretto con la partecipazione collettiva”.

Spaesamento? Certo. Perdita d’identità? Sicuro. “Quando il patrimonio di intere generazioni del Pci si trova davanti alla mutazione del partito, che vuole sempre meno partecipazione e sempre più consenso e sostituisce al dibattito in sezione il conformismo elettorale, la figura del leader, che strutturalmente non può che tuonare “o con me o contro di me”, allora la “mutazione” esistenziale e genetica dell’homo comunista tocca il suo apice”. E anche la sua irreversibile conclusione: “collassa”.

Lasciando al lettore il compito di snidare attraverso la ricostruzione della storia dei “comunisti” di Mercatale i principali passaggi della ricostruzione proposta, annotiamo in conclusione alcune riflessioni dalla voce viva dell’autore: “Dando per pacifico che la selezione del ceto politico ormai avviene per chiamate, è d’obbligo chiedersi se forse non dovrebbe essere così. E dato per assodato che la società sia irreversibilmente cambiata, tuttavia resta da chiedersi, davanti a una sinistra che si è accontentata del consenso, se il “collasso”, a un tempo esistenziale e politico, avrebbe potuto essere evitato”. O, aggiungiamo noi, se sia stato addirittura voluto, nel senso che forse qualcuno all’interno della stessa sinistra abbia giudicato partecipazione e dibattito della base un residuato scomodo e “premoderno” rispetto al cambiamento a favore del “leader”. Forse il libro di Carrai potrebbe servire ad aprire anche questo “armadio”.

Massimo Carrai

“Comunisti in un borgo toscano. Mercatale Val di Pesa”

Edizioni Ediesse

183 pp.

Prezzo: 14 euro

 

 

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