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Salari bassi, prezzi alti: come uscire dal tunnel della crisi Economia

Uno degli elementi più profondamente perturbatori della crescita dell'economia italiana, secondo lei, è la "disfunzionalità" che intercorre fra due variabili fondamentali. Prezzi e salari: i primi, continuamente al di sopra della media europea, i secondi al disotto, in termini di potere d'acquisto, rispetto agli altri paesi dell'area. Da dove proviene questa poco piacevole caratteristica dell'economia nazionale?
In un’economia “normale” prezzi e salari dovrebbero muoversi, rispetto alle altre economie, nello stesso modo: un’economia con salari bassi ha solitamente anche prezzi bassi e viceversa un’economia con prezzi più elevati ha, rispetto alle altre, anche salari più alti. In Italia questo non avviene: i salari crescono, in termini reali, assai meno della media dei paesi euro e i prezzi, invece, crescono più rapidamente, particolarmente all’esportazione. Questo squilibrio è indice di un’economia poco efficiente, poco “snella”, poco competitiva. Nel mezzo tra i salari e i prezzi ci sono le inefficienze di troppe imprese marginali, di attività professionali troppo costose, di catene distributive troppo lunghe, di mercati protetti preda di monopoli e oligopoli privati, di un settore pubblico troppo costoso e anche del peso della mafia e della corruzione. Tutto questo fa sì che la straordinaria opportunità di crescita offerta al Paese dalla moderazione salariale sin dagli anni ’90 sia andata sprecata.

Quale legame intercorre fra crescita e salari? Al di là del puro consumo, di cosa è spia il sempre più ridotto potere d'acquisto?
I salari influenzano la crescita in più modi. Quello più importante è che l’estensione del mercato dei beni di consumo consente alle imprese di specializzarsi e di realizzare innovazioni organizzative altrimenti impensabili (possiamo chiamarlo “effetto Smith”). Il secondo modo è che salari (e pensioni) sono l’elemento largamente prevalente dei consumi interni e dunque costituiscono la componente principale della domanda interna (possiamo chiamarlo “effetto Keynes”): per la singola impresa i salari sono un costo, ma per tutte le imprese sono il motore fondamentale della crescita del mercato interno. Il terzo effetto è che la crescita salariale è, insieme alla concorrenza, il fondamentale elemento di spinta che pungola le imprese a riorganizzarsi, a rinnovarsi e a far crescere la produttività (possiamo chiamarlo “effetto Ricardo”): le riorganizzazioni sono costose e impegnative, e se le imprese non hanno il pungolo della concorrenza o della spinta salariale tendono a ingessarsi in forme organizzative obsolete.   

In molti puntano il dito contro le scarse capacità imprenditoriali del capitalismo nostrano. Lei cosa ne pensa? E se la critica la trova d'accordo, quali sono i punti su cui il nostro sistema imprenditoriale ha "peccato"?
Dopo il crollo del muro di Berlino, il capitalismo occidentale ha giustamente attraversato una fase di celebrazione della vittoria. Ma, ci insegna Eschilo, la giustizia abbandona rapidamente il campo dei vincitori. Le imprese italiane non sono cattive. Certo non si sono ammodernate a sufficienza, lo dicono gli indicatori sugli investimenti nelle nuove tecnologie e nella formazione dei dipendenti, sui rapporti con università e centri di ricerca, sulla specializzazione produttiva ecc. Ma è stata la cattiva politica economica e salariale, troppo succube dell’euforia per la caduta del muro, a non creare le condizioni di spinta (concorrenza, pressione salariale) e di accompagnamento (politica industriale, della ricerca ecc.) per l’adeguamento dell’apparato produttivo alle sfide dell’oggi e del domani. Il nostro sistema imprenditoriale ha peccato, se vogliamo dir così, nella misura in cui si è dimenticato del fatto che la condizione ottimale per la singola impresa non è affatto quella per tutte le imprese e che la scrupolosa tutela della concorrenza è, in realtà, per l’economia il bene più prezioso. Se le imprese hanno peccato lo hanno fatto con la ancor più grave connivenza della classe politica e della “classe colta”, che non hanno manifestato con il necessario vigore le necessità di adeguamento del sistema produttivo.   

Pare di capire che lei dia molta importanza alla dinamica della libera concorrenza nel mercato per spingere le imprese a migliorare sia a livello tecnico che di idee. Il che si tradurrebbe in innovazione per il pubblico (dunque benefici), in una corretta dinamica dei prezzi, e in una "giusta" selezione dei concorrenti meno in grado di rispondere alle esigenze del mercato. Ma non le pare che il quadro internazionale stia dando segnali diametralmente opposti, che smontano almeno in parte questa fiducia nel libero mercato? Mi riferisco a esperienze come quella cinese, e alla nuova formula del "capitalismo di stato", una sorta di mutazione ibrida che reca insieme elementi sia del capitalismo storico, sia del sistema centralizzato comunista. Che ne pensa?
Lo squilibrio italiano tra salari e prezzi segnala al di là di ogni dubbio l’inefficienza del sistema produttivo e la necessità di snellire, semplificare e rendere più competitivo il nostro mercato interno. Questo richiede imprese più grandi, non più piccole: più grandi e in grado di reggere la concorrenza, ovvero più moderne e meglio organizzate. La linea strategica proposta in ambito confindustriale “Il lusso italiano accessibile” non è valida solo per i mercati all’esportazione. La presenza, anche forte, dell’Italia in segmenti di nicchia non è sufficiente ad assicurare la crescita di tutto il Paese. Certo il lusso italiano vince nel mondo, ma perché sia tutta l’Italia a vincere, è necessario che siano anzitutto gli italiani, anche quelli con redditi modesti, a poter comprare i prodotti italiani. E, dunque che si allarghi fortemente il mercato per i buoni prodotti italiani, al’estero ma almeno altrettanto in patria. Per ottenere prezzi più accessibili sono necessarie economie di scala, volumi di produzione che solo imprese più grandi o reti di impresa più efficienti possono consentire. Più che il ritorno ad un “capitalismo di stato” anche in Italia c’è bisogno che la politica ripensi profondamente il modello di sviluppo e promuova un’adeguata politica industriale di ammodernamento delle imprese.

Parliamo del famoso costo del lavoro italiano. Da recentissime indagini Istat, pare davvero che il cosrto del lavoro in Italia sia sostanzialmente dovuto alla straordinaria pressione fiscale. In altri termini, pare di capire che l'elemento così sbandierato per diminuire salari, tagliare posti di lavoro, ridurre al minimo la soglia di tutela del lavoratore, sia in realtà una grossa "bufala" messa i piedi per giustificare in un certo senso la scarsa propensione degli investitori stranieri a investire sul nostro territorio nazionale. Di fatto dunque, i lavoratori italiani lavorano di più e per retribuzioni più basse rispetto ai colleghi eurpei, eppure si sentono dire che è necessario tagliare ancora sulle loro spalle per invogliare i capitali stranieri. Lei cosa ne pensa?
Le ragioni per cui gli stranieri investono troppo poco in Italia sono molte, e la politica deve saperle comprendere e reagire opportunamente per non perdere la grande opportunità che ci è offerta dalla globalizzazione. Lo squilibrio strutturale tra salari e prezzi gioca anche qui un ruolo negativo. Le imprese non hanno convenienza ad investire in un mercato povero di consumi, inefficiente e con modeste prospettive di sviluppo. Certo, a fronte di bassi salari e bassi consumi ci sono comunque oneri sociali e fiscali sul lavoro più alti di circa un terzo rispetto alla media europea (anche se molto inferiori a quelli francesi). Ma, se si vuole che il prodotto e l’occupazione tornino a crescere, attirando anche investimenti dall’estero, l’obiettivo è rafforzare i salari e spostare altrove oneri sociali e fisco (ad esempio sulle rendite finanziarie, tassate assai meno che nel resto dell’Europa).

Ancora, è molto interessante quello che lei ritiene essere uno dei nodi più pesanti nella riorganizzazione economica come paese "moderno" dell'Italia: ciò che lei ha chiamato "scambio politico masochistico", che si è dimostrato "resiliente" agli attacchi della buona politica economica. Può spiegare in sintesi cosa intende?
Negli anni ’90 si è realizzato nel nostro Paese, con l’abbandono della scala mobile, il modello contrattuale di luglio ’93, la privatizzazione del pubblico impiego e l’introduzione dei contratti flessibili, uno scambio politico tra lavoro, capitale e stato che non può che essere definito “masochistico”, riprendendo questo termine da Ezio Tarantelli, l’economista italiano padre della concertazione, assassinato dalle Brigate Rosse nel 1985. Non si può infatti che definire così l’accordo sociale che ha scambiato moderazione salariale, occupazione precaria e crollo della conflittualità contro il controllo dell’inflazione importata (ma senza riuscire a riallineare i prezzi italiani con quelli europei), lo sviluppo di un’occupazione che si è dimostrata insostenibile, imprese non competitive, perdita sistematica di quote di export, investimenti, consumi e crescita frenati per quasi un ventennio. Le svariate riforme del mercato del lavoro (cui dobbiamo aggiungere quella delle pensioni) andavano controbilanciate da riforme nel mercato dei beni (liberalizzazioni, tutela della concorrenza e politica industriale innovativa) che consentissero una dinamica dei prezzi (e quindi delle esportazioni, dei salari e dei consumi) più favorevole alla crescita e un’offerta di beni più adeguata al mercato interno come a quello internazionale.

Un rimedio che lei ha proposto alla comunità nazionale è la creazione delle comunità della conoscenza, traducendo letterlamente knowledge communities. Un rimedio "micoreconomico" che andrebbe a impattare sostanzialmente sul terreno delle imprese, ma che potrebbe creare reti estese di comunità attive nello scambio e passaggo di saperi.
Potrebbe chiarire meglio il ruolo e la natura di queste comunità? E, sinceramente: pensa sia possibile costituirle in Italia, conoscendo anche il massiccio innesto dell'econmia legale con quella illegale o peggio criminale?

Il concetto di comunità di conoscenza o comunità intelligenti deriva dal riconoscimento di due elementi essenziali dell’innovazione sociale e del rinnovamento dell’impresa. Primo: oggi il vantaggio competitivo sta nella conoscenza, nell’innovazione e nella capacità di adeguare l’organizzazione, i prodotti e i servizi al progresso della conoscenza. Secondo: la conoscenza dà il meglio dei suoi frutti solo se viene prodotta e gestita come un bene comune e, dunque, se c’è una comunità che al tempo stesso la alimenta e può trarne vantaggio. La comunità intelligente può essere il reticolo delle piccole imprese che caratterizza il territorio, e allora è il governo locale che deve prendersi cura di costruire le strutture portanti della comunità: in particolar modo i flussi di conoscenza, tecnologia e innovazione tra imprese, università e ricerca, mondo finanziario e stakeholders locali. Oppure può essere l’impresa medio-grande, che ha un livello di capitale umano sufficientemente ampio da potersi costituire in se stessa come comunità di conoscenza. In entrambi i casi, solo la comunità può caratterizzare in modo identitario prodotti e servizi, produrre e adottare agevolmente l’innovazione (che è sempre anche innovazione sociale), adeguare competitività e progresso ai livelli richiesti oggi dal mercato globale. I rischi dell’inquinamento illegale o addirittura criminale delle comunità intelligenti sono senza dubbio elevati, ma possono essere limitati attraverso una severa disciplina dell’accesso e dell’utilizzo della conoscenza che costituisce il patrimonio delle comunità stesse. La costruzione delle comunità richiede coesione sociale, fiducia e lealtà, e queste qualità vanno tutelate anche con la creazione di norme e controlli specifici.        

Leonello Tronti, Consigliere economico del Ministro per la pubblica amministrazione e l¹innovazione. E' dirigente di ricerca e responsabile delle Statistiche congiunturali sull'occupazione e i redditi presso l'Istat. Ha insegnato presso le università “G. D'Annunzio” di Teramo e la LUISS di Roma, e tiene corsi specialistici all'università di Roma “La Sapienza” e a Roma 3. E' presidente dell'Associazione italiana degli economisti del lavoro (AIEL) ed è stato Segretario generale della Fondazione Giacomo Brodolini. Ha collaborato con il Ministero del lavoro, il Ministero del tesoro, la Camera dei Deputati, la Commissione Europea, il CNEL, il CNR. I suoi interessi sono rivolti all'economia e alla statistica del lavoro, alle relazioni industriali, all'economia pubblica.

immagine: http://blogs.reuters.com/macroscope/tag/macroeconomics/
 

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